Animal Board Invited Review: confronto tra sistemi di produzione animale convenzionali e biologici su differenti aspetti della sostenibilità

C.P. A. van Wagenberg1, Y. de Haas2, H. Hogeveen3, M. M. van Krimpen4, M. P. M. Meuwissen3, C. E. van Middelaar5 and T. B. Rodenburg6
1Wageningen Economic Research, PO-box 29703, 2502LS Den Haag, Paesi Bassi  
2Animal Breeding and Genomics Centre, Wageningen Livestock Research, PO-box 338, 6700AH Wageningen, Paesi Bassi 
 3Business Economics Group, Wageningen University, PO-box 8130, 6700EW Wageningen, Paesi Bassi 
4Department of Animal Nutrition, Wageningen Livestock Research, PO-box 338, 6700AH Wageningen, Paesi Bassi 
5Animal Production Systems group, Wageningen University, PO-box 338, 6700AH Wageningen, Paesi Bassi 
6Behavioural Ecology Group, Wageningen University, PO-box 338, 6700AH Wageningen, Paesi Bassi 
E-mail: coen.vanwagenberg@wur.nl 
(Ricevuto il 4 Luglio 2016; Accettato il 2 Marzo 2017; Prima pubblicazione on-line il 31 Maggio 2017) 

 

Per contribuire in maniera sostenibile alla sicurezza alimentare di una popolazione mondiale sempre più ricca e in continua crescita, i sistemi di produzione animale sono stati sfidati ad aumentare i livelli di produzione riducendo allo stesso tempo l’impatto ambientale e ad essere più redditizi e responsabili verso la società. La conoscenza delle performance riguardanti la sostenibilità degli attuali sistemi di produzione può aiutarci a formulare eventuali strategie da applicare ai sistemi futuri. Il nostro studio fornisce una panoramica sistematica sulle differenze esistenti tra i sistemi di produzione del bestiame convenzionali e quelli biologici relativi ad una vasta gamma di aspetti, tra cui la sostenibilità e le differenze tra le specie animali allevate, disponibili nella letteratura peer-review. I sistemi di allevamento sono stati messi a confronto sotto vari aspetti come l’economia, la produttività, l’impatto ambientale, il benessere animale e la sanità pubblica. La review si è limitata ai bovini da latte, ai bovini da carne, ai maiali, ai broiler  e alle galline ovaiole, allevati in Europa, nel Nord America e in Nuova Zelanda. I risultati per gli indicatori sono presentati come negli articoli senza eseguire calcoli aggiuntivi. Su 4171 risultati di ricerca iniziali, alla fine sono stati analizzati 179 articoli. Gli studi variavano ampiamente per quanto riguardava gli indicatori, la progettazione, la dimensione e la localizzazione del campione e il contesto. Parecchi studi hanno utilizzato campioni di piccole dimensioni. Nessuno studio ha analizzato contemporaneamente tutti gli aspetti della sostenibilità. I sistemi di allevamento convenzionali avevano un fabbisogno di manodopera più basso per unità di prodotto, un minor rischio di perdita economica per animale, una maggiore produzione per animale (per unità di tempo), una capacità riproduttiva più elevata, un indice di conversione alimentare più basso, un minor sfruttamento del suolo, generalmente una minor acidificazione, un minore potenziale di eutrofizzazione per unità di prodotto;  per quanto riguardava le bovine queste avevano un’ eguale o maggiore salute delle mammelle e un’inferiore o uguale contaminazione microbiologica. I sistemi di allevamento biologici avevano costi maggiori sia per gli animali che per i dipendenti a tempo pieno, un impatto minore sulla biodiversità, un’eutrofizzazione e un potenziale di acidificazione più bassi (per unità di terreno), un antibiotico resistenza dei batteri uguale o inferiore e livelli più alti di acidi grassi benefici nel latte vaccino. Per la maggior parte degli aspetti della sostenibilità, a volte funzionavano meglio i sistemi convenzionali e altre volte quelli biologici, tranne quando si prendeva in esame la produttività, che era costantemente più elevata nei sistemi di allevamento convenzionali. Per molti degli aspetti e delle specie animali esaminate, sono necessari ulteriori dati per trarre adeguate conclusioni sulle differenze tra allevamenti biologici e convenzionali. 

Parole chiave: allevamenti animali, sostenibilità, review della letteratura, convenzionale, biologico 

Implicazioni 

Questo studio ha analizzato la letteratura sottoposta a peer review che ha messo a confronto le performance di sostenibilità in sistemi di allevamento convenzionali e biologici per quanto riguarda gli aspetti economici, la produttività, l’impatto ambientale, il benessere animale e la sanità pubblica. Nessuno studio ha analizzato tutti gli aspetti contemporaneamente. Per la maggior parte degli aspetti di sostenibilità, a volte funzionavano meglio i sistemi convenzionali e a volte quelli biologici, tranne che nel caso della produttività, che era costantemente maggiore nei sistemi di allevamento convenzionali. Per molti degli aspetti e delle specie animali esaminate, sono necessari ulteriori dati per poter trarre adeguate conclusioni sulla differenza tra i due sistemi. 

Introduzione 

Nel 2030 la domanda globale di alimenti di origine animale dovrebbe superare del 50% quella del 2000, a causa della continua crescita della popolazione mondiale, dell’aumento dei redditi e dell’urbanizzazione, soprattutto nelle zone in via di sviluppo (Alexandratos e Bruinsma, 2012). Il sistema di allevamento attualmente in uso provoca già una forte pressione ambientale consumando risorse già scarse e producendo sostanze inquinanti. Ad esempio, utilizza circa il 70% del totale dei terreni agricoli, e contribuisce del 15% alle emissioni globali di gas serra antropogeniche (Steinfeld et al., 2006; Gerber et al., 2013). Per contribuire in maniera sostenibile alla sicurezza alimentare, i sistemi di allevamento hanno cercato di aumentare i livelli di produzione riducendo il loro impatto ambientale, cercando di rimanere allo stesso tempo economicamente redditizi e socialmente responsabili. Le misure che devono essere intraprese, al fine di avere una produzione sostenibile all’interno di uno o di diversi allevamenti, rimangono oggetto di dibattito. Una panoramica dei vantaggi e degli svantaggi dei sistemi di produzione animale esistenti, potrebbe fornire spunti preziosi per aiutarci in questo dibattito. Sebbene esista un’ampia varietà di tipologie di allevamenti, la classificazione più comunemente studiata è quella biologico vs. convenzionale. La produzione zootecnica convenzionale si concentra sull’utilizzo di tecnologie atte ad incrementare la produttività (come la messa a punto di razze genetiche ad alto rendimento), di moderne tecniche per l’alimentazione, di prodotti veterinari per migliorare la salute degli animali e di fertilizzanti e pesticidi (sintetici). Al contrario, la produzione biologica si concentra su metodi legati ad aspetti culturali, biologici e meccanici allo scopo di garantire alimenti sicuri per l’ambiente e privi di residui chimici, insieme ad elevati standard di benessere animale (Codex Alimentarius Commission, 2007). Le review confrontavano i sistemi di allevamento convenzionali e biologici per lo più per quanto riguardava l’impatto ambientale (De Vries et al., 2015), il benessere degli animali (Hovi et al., 2003) e la sanità pubblica (Smith-Spangler et al., 2012). Mancava una panoramica sistematica che includesse una più ampia gamma di aspetti della sostenibilità. Il nostro studio si propone di fornire questa panoramica. Abbiamo analizzato articoli sottoposti a peer review che confrontavano sistemi di produzione animale convenzionali e biologici per quanto riguarda l’aspetto economico, la produttività, l’impatto ambientale, il benessere degli animali e la sanità pubblica. Ci siamo concentrati su bovini da latte e da carne, suini, polli da carne (broiler) e galline ovaiole e su differenti aree territoriali con sistemi di produzione paragonabili a quelli dell’Europa nord-occidentale. Dopo aver delineato la sostenibilità e descritto la strategia di ricerca della letteratura, presentiamo i risultati ottenuti sui bovini da latte, per i quali sono stati trovati il maggior numero di studi, seguiti poi dai risultati sulle altre specie animali prese in esame. 

Delineamento della sostenibilità 

I sistemi di produzione animale convenzionali e biologici sono stati messi a confronto sulla base dei tre pilastri sostenibilità economica, ambientale e sociale (Lebacq et al., 2013). Per ogni pilastro, sono stati identificati diversi aspetti ed indicatori di sostenibilità. I risultati per indicatore sono presentati come negli articoli, senza ulteriori calcoli. La performance per indicatore è stata definita significativamente differente nei due sistemi, se un articolo riportava un valore P ≤ 0.05. 

Sostenibilità economica 

Per la sostenibilità economica, sono stati selezionati indicatori relativi agli aspetti economia e produttività. Gli indicatori relativi all’economia erano i redditi agricoli, i costi sostenuti (variabili, fissi, totali), i costi aggiuntivi alla produzione sul mercato, il rischio e la disponibilità d’impiego. Gli indicatori relativi alla produttività non sono stati selezionati prima della ricerca bibliografica, ma inclusi solo se presi in esame da un articolo selezionato per un altro aspetto della sostenibilità. Gli indicatori di produttività presi in esame in uno o più articoli erano, la resa di prodotto ottenuto da ogni animale, il peso corporeo (BW), il contenuto di proteine e di grassi, il numero di figli e l’indice di conversione alimentare. 

Sostenibilità ambientale 

Per la sostenibilità ambientale, abbiamo utilizzato indicatori che quantificavano l’impatto delle produzioni animali sui cambiamenti climatici, sull’eutrofizzazione, sull’acidificazione, sul consumo di fonti energetiche, del suolo e sulla biodiversità. La sostenibilità ambientale è stata valutata mediante un approccio basato sul ciclo della vita, considerando l’impatto ambientale di tutta la filiera produttiva, partendo dall’estrazione fino alla lavorazione delle materie prime per la produzione agricola (per fare ad esempio mangimi, fertilizzanti), fino a coinvolgere tutti i processi che avvengono in azienda. L’impatto sul cambiamento climatico, ad esempio, è stato determinato sommando i diversi gas serra prodotti lungo tutta la filiera produttiva in base al loro potenziale di riscaldamento globale (GWP) in termini di equivalenti di CO2, espressi per unità di prodotto. 

Sostenibilità sociale 

Per la sostenibilità sociale, sono stati selezionati indicatori relativi agli aspetti benessere animale e salute pubblica. Per quanto riguarda il benessere, abbiamo utilizzato indicatori che quantificavano l’impatto del sistema produttivo su problemi comportamentali, come aggressività, comportamento dannoso e sensibilità allo stress, e sulla salute degli animali, come le malattie, l’attività riproduttiva e la mortalità. Gli indicatori per la sanità pubblica erano i rischi microbiologici zoonotici, l’antibiotico resistenza, i rischi chimici e gli aspetti potenzialmente benefici del cibo. 

Strategia di ricerca della letteratura 

La strategia di ricerca bibliografica comprendeva i termini generali di ricerca “convenzionale E biologico” e “bestiame O vacca O vitello O vitelli O pollo* O pollo da carne* O gallina ovaiola* O maiale* O scrofa O suino*”, combinati con termini di ricerca specifici per aspetto (Tabella 1). Sono stati selezionati articoli in inglese pubblicati dal 1995 fino al marzo 2015 che mettevano a confronto gli allevamenti biologici e quelli convenzionali. Gli studi dovevano essere stati condotti in Europa, Nord America o Nuova Zelanda. Sono stati selezionati solo articoli sottoposti a peer-review; sono stati esclusi libri, sezioni di libri, atti di convegni. Gli articoli di review sono stati esclusi, perché ci siamo concentrati sulle fonti originali dei dati. Sono stati esclusi articoli che non riportavano dati quantitativi. I database analizzati per lo studio erano Biological abstract, CAB abstract, EconLit, Medline, Scopus e Web of Science. Solo per l’aspetto economico, in aggiunta è stato valutato anche il database AgEcon. Sono stati esclusi tutti e 60 i risultati iniziali trovati in AgEcon, perché nessuno di essi era un articolo peer-review. 

 Tabella 1. Termini di ricerca aspetto-specifici 

Articoli selezionati 

Dei 4171 risultati iniziali recuperati grazie alla strategia di ricerca, alla fine ne sono stati utilizzati 179 con lo scopo di mettere a confronto gli allevamenti biologici con quelli di tipo convenzionale (Tabella 2). Sette articoli affrontavano gli indicatori sotto più aspetti, oltre a quello della produttività. 

Tabella 2. Primi risultati di ricerca e articoli analizzati 

Confronto tra l’allevamento di bovini da latte convenzionale e biologico 

Economia 

Per quanto riguarda l’aspetto economico, sono stati individuati otto articoli riguardanti i bovini da latte (Tabella 3 e tabella supplementare S1). Cinque relativi all’Europa e tre al Nord America. Due erano studi di modellazione, quattro utilizzavano dati panel e due erano studi di casi. Alcuni articoli erano molto dettagliati per tutti gli indicatori, mentre un articolo riportava solo i guadagni complessivi dell’allevamento. Gli articoli esaminavano in maniera esaustiva questioni economiche molto diverse circa il contesto, il progetto della ricerca, le definizioni e la quantità di manodopera utilizzata. Le tematiche riscontrate più frequentemente erano sovraprezzo (sei articoli), costi variabili, costi totali e reddito agrario per vacca (due articoli) e disponibilità di posti di lavoro (due articoli). Le unità di misura applicate per indicatore differivano tra i vari articoli, ad esempio il reddito agrario era espresso a livello di azienda utilizzando differenti scale agricole o gli ettari. La maggior parte degli studi utilizzava più di 10 osservazioni sia per i sistemi convenzionali che per quelli biologici. Conclusioni coerenti tratte dagli articoli evidenziavano come l’allevamento da latte biologico, rispetto a quello convenzionale, avesse costi di produzione più elevati (fino all’84% in più dei costi sostenuti dalle aziende convenzionali), costi variabili (fino al 30%) e totali (fino al 19%) più bassi per vacca, e generasse un reddito agrario più elevato per vacca. Invece, il prezzo e il  rischio della resa sono risultati significativamente più elevati nelle aziende biologiche da latte. Gli articoli hanno mostrato risultati ambigui riguardo al reddito a livello di azienda. 

Tabella 3. Livelli minimi e massimi degli indicatori economici nell’allevamento biologico rispetto a quelli dell’allevamento convenzionale espressi all’interno degli stessi articoli. 

Produttività 

Per quanto riguarda la produttività, sono stati individuati 12 articoli sui bovini da latte (Tabella 4 e Tabella integrativa S2), di cui nove relativi all’Europa e tre agli Stati Uniti. In totale, 11 studi hanno utilizzato dati raccolti negli allevamenti, mentre uno studio ha utilizzato statistiche nazionali. Degli 11 studi, condotti sui dati ottenuti dagli allevamenti, tre comprendevano dati provenienti da cinque fino a 10 allevamenti convenzionali e biologici, cinque comprendevano da 11 fino a 50 aziende comparabili e tre includevano dalle 50 alle 325 aziende comparabili. In sette articoli, le bovine allevate biologicamente producevano molto meno latte al giorno o all’anno (range dal 4.7% al 32.0%) rispetto a quelle allevate con metodiche convenzionali, mentre in tre articoli non si osservavano differenze significative. Due articoli non hanno verificato statisticamente le differenze in resa di latte. La minor resa di latte delle vacche biologiche, potrebbe dipendere generalmente da una più lunga e regolata stagione di pascolo (Alvasen et al., 2012), da un minor utilizzo di razze bovine ad elevato rendimento (Bennedsgaard et al., 2010) e da una minore integrazione della dieta con concentrati o foraggi conservati (Butler et al., 2009). Il tenore in grassi nel latte biologico era simile in tre studi e significativamente inferiore in un altro studio. Il tenore proteico nel latte biologico era simile in uno studio e significativamente inferiore in altri tre studi. 

Tabella 4. Livelli minimi e massimi degli indicatori di performance nell’allevamento biologico rispetto a quelli dell’allevamento convenzionale espressi all’interno degli stessi articoli. 

Ambiente 

Per quanto riguarda l’ambiente, sono stati individuati 15 studi sulla produzione lattiero-casearia (Tabella 5 e Tabella integrativa S3). Due studi (Halberg et al., 2005; Chen and Corson, 2014) utilizzavano dati provenienti da altri studi già inclusi e quindi sono stati scartati. Quattordici studi erano relativi all’Europa e uno agli Stati Uniti. Nel complesso, 12 studi valutavano l’impatto sui cambiamenti climatici. In media, il GWP per unità di latte era lo stesso (differenza dello 0%) sia per i sistemi d’allevamento biologici che per quelli convenzionali (range dal 17% al 20%; Tabella 5). In linea generale, i sistemi biologici presentavano un’emissione di metano enterico più elevata per unità di latte, vista la minore resa di latte per capo e un maggiore utilizzo di fibra alimentare. Al contrario, le emissioni di CO2 e ossido di azoto erano inferiori nei sistemi biologici, a causa dell’assenza dell’utilizzo di fertilizzanti sintetici, di un impiego di livelli più bassi di azoto e di un utilizzo relativamente basso di concentrati, con un conseguente GWP complessivamente simile. Le differenze tra gli studi riguardavano principalmente le metodiche usate e le differenze nelle ipotesi dei dati di produzione. Ad esempio, nel loro modello di simulazione, Del Prado et al. (2011) hanno ipotizzato che la produzione di latte per vacca fosse la stessa in entrambi i sistemi, con un conseguente abbassamento della GWP del 17% per unità di latte nei sistemi biologici. Al contrario, Capper et al. (2008) hanno evidenziato una minor produzione di latte per capo (-25%) nei sistemi biologici, con un conseguente aumento del GWP del 13% per unità di latte in questa tipologia di allevamenti. Capper et al. (2008) hanno sottolineato l’importanza della diminuzione dell’alimento per ridurre l’impatto ambientale dell’allevamento. Sei studi valutavano l’impatto sull’acidificazione, che è correlata principalmente all’emissione di ammoniaca proveniente dal letame presente nelle stalle, da quello stoccato, da quello emesso durante il pascolamento e dopo l’applicazione di fertilizzanti. In media, il potenziale di acidificazione (AP) era più alto (9%) nel biologico rispetto ai sistemi convenzionali (intervallo -13% al 60%). La media è stata fortemente influenzata da un AP per allevamenti biologici più alto del 60% riportato da Williams et al. (2006). Escludendo questo studio, l’AP di entrambi i sistemi era paragonabile (-1%). Williams et al (2006) non hanno fornito una spiegazione per giustificare l’AP più alto dei sistemi biologici. Thomassen et al. (2008) e Capper et al. (2008) giustificavano la presenza di un AP più elevato  nei sistemi biologici (per unità di latte) con la minore resa in latte per vacca. Gli altri studi non fornivano una spiegazione chiara. Gli studi che hanno esaminato l’impatto sull’acidificazione hanno valutato anche l’impatto sull’eutrofizzazione, che è principalmente legato al dilavamento di nitrati e fosfati e alle emissioni di ammoniaca provenienti dal letame e da fertilizzanti sintetici. Il potenziale di eutrofizzazione (EP) per unità di latte era in media superiore di un 3% nei sistemi biologici (range dal 36% al 60%). Escludendo il più alto EP (del 60%) riportato da Williams et al. (2006) per gli allevamenti biologici, l’EP per questa tipologia di allevamenti era più basso del 9%. In generale, i sistemi di allevamento biologico hanno prodotto un EP inferiore per unità di latte, a causa del non utilizzo di fertilizzanti sintetici e di livelli inferiori di fertilizzazione dell’azoto e del fosfato. L’EP più basso per unità di latte, riscontrato da Thomassen et al. (2008) negli allevamenti biologici (-36%), è spiegato dal fatto che gli allevamenti convenzionali sono spesso situati su terreni sabbiosi che hanno un maggiore fattore netto di percolazione dell’azoto, mentre le aziende biologiche sono locate su terreni argillosi e torbosi che hanno un fattore di percolazione inferiore. L’EP più alto per unità di latte, rilevato negli altri studi sui sistemi biologici, è spiegato dall’accumulo di fosfati nel terreno che rende impossibile la diminuzione della loro percolazione, dall’utilizzo di mangimi con un elevato EP (come quelli contenenti piselli) e da una minor produzione di latte per capo. In totale, dieci studi hanno valutato l’impatto sullo sfruttamento del suolo, che comprendeva terreni interni o esterni all’azienda utilizzati per la produzione di mangimi per animali. L’utilizzo del terreno per unità di latte prodotto, è risultato costantemente più elevato (49%) nei sistemi di allevamento biologici rispetto a quelli convenzionali (range tra l’8% e il 90%). Ciò è spiegato da una minor resa dei  raccolti (erba) per ettaro e da una minor produzione di latte per vacca. La variabilità tra gli studi era ampia, principalmente a causa delle differenze nella composizione della dieta, nella resa in foraggio e nella produzione di latte. Cinque studi valutavano l’impatto sull’utilizzo di energia fossile. Il consumo di energia fossile per unità di latte, è risultato costantemente inferiore nell’allevamento biologico (-29%) rispetto a quello dell’allevamento convenzionale (range -40% -7%). Questo viene spiegato dal mancato utilizzo di fertilizzanti sintetici e da un impiego, relativamente basso, di concentrati. Sia la produzione che il trasporto dei concentrati contribuiscono in maniera importante al consumo di energia. Tre studi hanno valutato l’impatto sulla biodiversità. Tutti hanno riscontrato che l’impatto, per unità di latte, era inferiore negli allevamenti biologici rispetto a quelli convenzionali, nonostante i primi richiedano delle aree di terreno maggiori (range da -76% a -5%). Ciò è stato spiegato dal fatto che nei sistemi di allevamento biologico non vengono impiegati pesticidi e fertilizzanti sintetici, vi è un minor numero di animali per ettaro e un miglior equilibrio tra il taglio, il pascolamento e il livello di contributi provenienti dall’esterno. Oltre all’impatto ambientale per unità di latte, alcuni studi hanno valutato l’impatto anche per ettaro di terra. Sebbene gli indicatori basati sul prodotto siano una misura dell’efficienza produttiva, gli indicatori basati sull’area di terreno utilizzata forniscono informazioni sul potenziale impatto locale. Tre studi fornivano risultati sull’eccedenza di azoto e fosforo per ettaro (Cederberg e Mattsson, 2000; Thomassen et al., 2008; Van der Werf et al., 2009). In tutti e tre gli studi, gli impatti erano significativamente più bassi nei sistemi biologici (risultati non mostrati). Ciò era dovuto principalmente al non utilizzo di fertilizzanti sintetici e ai bassi livelli di fertilizzazione. 

Tabella 5. Impatto ambientale medio (range) per unità di prodotto proveniente da sistemi biologici rispetto a quelli dei sistemi convenzionali (convenzionale = 100), e numero di articoli (n) 

Benessere animale 

Per quanto riguarda il benessere animale, 47 articoli si riferivano ai bovini da latte (tabella 6 e tabella supplementare S4). Di questi articoli, 37 erano riferiti all’Europa, inclusi 24 articoli sui paesi scandinavi, 9 agli Stati Uniti e uno alla Nuova Zelanda. Due articoli descrivevano degli esperimenti, entrambi basati sull’analisi di una mandria che veniva suddivisa in due gruppi ognuno dei quali era gestito o come un allevamento biologico o come un allevamento convenzionale. Tutti gli altri studi erano osservazionali. Due studi osservazionali hanno seguito le mandrie prima e dopo la transizione verso il sistema biologico. Questi studi erano di natura descrittiva e non sono state eseguite analisi statistiche. Gli altri studi osservazionali confrontavano le mandrie allevate in maniera convenzionale con quelle analoghe allevate secondo criteri biologici. Nel complesso, 12 studi hanno esplorato i database esistenti. Altri studi hanno raccolto dati in azienda, come campioni di latte (nove), campioni di sangue (sei) e campioni di feci (cinque). Sei studi sugli animali erano osservazionali. In alcuni studi, i dati sulla sanità dell’allevamento (o quelli dei test di routine) sono stati combinati con i dati provenienti da questionari sulla gestione dell’azienda. È stato analizzato un totale di 15 indicatori di benessere, con 14 articoli sulle mastiti, 6 sullo stato metabolico e sull’incidenza di malattie legate alla produzione, 5 sull’aspetto riproduttivo e 3 ciascuno sulla longevità/mortalità, sulla Salmonella e sulla salute degli unghioni e delle zampe. Solo Langford et al. (2011) hanno descritto uno studio comportamentale che prendeva in esame l’atteggiamento dello sdraiarsi a terra e l’aggressività dei bovini. La numerosità dei campioni differiva considerevolmente tra tutti gli articoli, partendo da 22 campioni di sangue raccolti da altrettanti bovini provenienti da allevamenti biologici e 18 campioni provenienti da allevamenti convenzionali, fino alla raccolta di dati su 5335 mandrie allevate in maniera convenzionale e su 402 mandrie allevate con metodi biologici, estrapolati da banche dati nazionali. Quasi tutti gli studi utilizzavano soddisfacenti modelli di regressione multivariabile, corretti per possibili fattori di confondimento, allo scopo di valutare le differenze tra allevamenti convenzionali e biologici. In alcuni studi a livello di mandria, il numero di allevamenti era troppo piccolo per effettuare le eventuali correzioni per i fattori di confondimento. Degli otto articoli sulla conta delle cellule somatiche, tre mostravano delle conte significativamente più elevate negli allevamenti biologici rispetto a quelle riscontrate negli allevamenti convenzionali. Anche uno studio sul batteriologico post parto e uno studio che utilizzava come metodica il California Mastitis test, evidenziavano un livello significativamente inferiore dello stato di salute delle mammelle di bovine presenti nelle aziende biologiche. In contrasto con questo, due su quattro articoli relativi alla mastite clinica, evidenziavano livelli inferiori nelle aziende biologiche (Hardeng and Edge, 2001, Valle et al., 2007). Questi due studi hanno evidenziato anche una diminuzione dei casi di chetosi clinica sempre nelle aziende biologiche. Tuttavia, altri tre studi condotti sui metaboliti del sangue, hanno dimostrato l’esistenza di pochissime differenze. Spesso, gli studi sulle malattie cliniche si basano sull’incidenza delle malattie segnalate dagli allevatori o sui trattamenti veterinari segnalati. La definizione di malattia da parte dell’allevatore e le decisioni circa il trattamento antibiotico sono fattori importanti in tali studi. Uno studio (Richert et al., 2013) ha corretto i risultati dell’incidenza di malattia segnalata dagli allevatori in base alla loro definizione di malattia. Dopo la correzione, le differenze tra i sistemi di allevamento sono risultate nulle, sottolineando così l’importanza, in queste tipologie di studi ,della definizione stessa di malattia riportata dagli allevatori. Pertanto, occorre prestare attenzione quando si traggono conclusioni su studi che utilizzano dati sulle malattie segnalate dagli allevatori. Dei cinque studi sulla capacità riproduttiva (tutti su database di grandi dimensioni), tre hanno messo in evidenza una maggior efficienza riproduttiva all’interno degli allevamenti convenzionali. I tre studi su Salmonella si basavano su un’ampia analisi di dati provenienti da oltre 100 aziende agricole e non hanno mostrato differenze tra le 2 tipologie di allevamento. I tre studi sulla salute del piede e della gamba differivano troppo tra di loro per poter trarre conclusioni. 

Tabella 6. Riassunto delle differenze riguardanti gli indicatori di benessere animale tra le produzioni convenzionali e quelle biologiche 

                                   

 

Sanità pubblica 

Per quanto riguarda i rischi microbiologici (tabella supplementare S5), 15 articoli riguardavano i bovini da latte e di questi nove erano relativi all’Europa e sette agli Stati Uniti (uno analizzava entrambe le posizioni) (tabella 7). Tutti gli studi hanno confrontato campioni prelevati presso allevamenti convenzionali e biologici o presso punti vendita al dettaglio. In cinque articoli i campioni provenivano da meno di 10 aziende biologiche e in tre articoli da meno di 10 aziende convenzionali. Due articoli non hanno menzionato questi numeri. Garcia e Teixeira (2017) hanno affermato che una varietà di fattori, come la posizione dell’azienda, la stagione, il tempo trascorso prima della lavorazione del prodotto o la metodica utilizzata per l’isolamento e la conservazione, potrebbero influenzare la qualità microbiologica degli alimenti di origine animale. La maggior parte degli articoli non considerava tutti i possibili fattori di confondimento. Sono stati valutati molti rischi, ma quasi tutti in pochi studi. Escherichia coli (sette studi) e Staphylococcus (sette studi) sono stati quelli valutati più frequentemente, seguiti dalla conta totale dei batteri (tre studi), da Streptococco (tre studi) e dalla conta dei batteri coliformi (due studi). Gli studi hanno mostrato un rischio con contaminazione significativamente più elevata ed un rischio con contaminazione significativamente più bassa nei sistemi di allevamento convenzionale rispetto ai sistemi di allevamento biologici e nessuna differenza per ulteriori 23 tipologie di rischio (Tabella 7). Questo è in linea con Wilhelm et al. (2009), che non è riuscito a trarre conclusioni sulle eventuali differenze, a causa dei risultati contraddittori degli studi. Per quanto riguarda l’antibiotico resistenza (tabella supplementare S6), 20 articoli si riferivano ai bovini da latte; di questi, 6 erano relativi all’Europa e 15 agli Stati Uniti (uno relativo ad entrambi i paesi) (Tabella 8).Tutti gli studi confrontavano campioni o prodotti provenienti da allevamenti convenzionali e biologici. I campioni sono stati prelevati presso gli allevamenti (20) e nei punti vendita al dettaglio (uno). In 7 articoli sugli allevamenti biologici e in 4 articoli sugli allevamenti convenzionali, i campioni provenivano da meno di 10 allevamenti o punti vendita al dettaglio. Tre articoli non menzionavano questi numeri. In totale, 12 studi analizzavano campioni di latte (provenienti da tettarelle, contenitori per il latte di massa, filtri per il latte, linea del latte), 12 studi campioni di letame ( da prelievo rettale, da vasche per lo stoccaggio del letame liquido, da concimaie per il letame solido, dal pavimento) e dai due fino ai tre studi utilizzavano campioni prelevati dall’acqua dell’abbeverata, dalle mangiatoie o dalle stalle. L’attribuzione, ai diversi sistemi di allevamento, delle eventuali differenze sull’antibiotico resistenza è risultata complicata, poiché molti studi non erano stati corretti per altre potenziali fonti di contaminazione presenti nell’azienda, come gli animali, le persone, i veicoli o gli animali selvatici (Ray et al., 2006) e l’ambiente o le persone coinvolte nel processo di produzione (Miranda et al., 2009). L’antibiotico resistenza è stata analizzata in molti batteri singolarmente, ma per la maggior parte in pochi studi. Lo Stafilococco (11) e l’ E. coli (sette) sono stati i batteri analizzati più frequentemente, seguiti da Campylobacter (tre), Streptococcus (due) seguiti da tutti gli altri rischi legati ai batteri (uno ciascuno). È stata misurata la resistenza a numerose e differenti tipologie di antibiotici, complicando il confronto tra gli studi. Tra tutte le combinazioni antibiotico-battere analizzate negli articoli, 26 batteri hanno dimostrato una maggiore antibiotico resistenza nei sistemi di allevamento convenzionale, mentre solo cinque batteri hanno mostrato un’elevata antibiotico resistenza nei sistemi di allevamento biologici (Tabella 8). Molto spesso i batteri hanno mostrato un antibiotico resistenza significativamente più elevata nell’allevamento convenzionale (due) piuttosto che in quello biologico (zero) rispetto al viceversa, sebbene il numero di studi fosse limitato (Tabella 8). Questo è coerente con Wilhelm et al. (2009), che ha concluso come l’antibiotico resistenza fosse inferiore nella produzione biologica di latte. La principale spiegazione per questi elevati livelli di antibiotico resistenza negli allevamenti convenzionali, è da ricercare nel fatto che in questi sistemi se ne fa un uso maggiore. Per quanto concerne i rischi chimici (Tabella integrativa S7), sono stati sottoposti a review nove articoli riguardanti i bovini da latte in Europa. Tre studi hanno prelevato i campioni presso le aziende agricole, uno presso un impianto di macellazione e cinque presso punti vendita al dettaglio. Le tipologie di campioni analizzati nei diversi articoli erano molto differenti: ad esempio due studi, che avevano campionato all’interno dell’azienda agricola, analizzavano il latte mentre uno esaminava pelo e sangue. I rischi analizzati differivano ampiamente: quattro articoli prendevano in esame i metalli pesanti, due i pesticidi organoclorurati e l’ocratossina A e uno il DDT. Sono stati trovati troppi pochi articoli riguardanti il rischio chimico per poter trarre conclusioni sulle eventuali differenze tra i due sistemi di allevamento. Per quanto riguarda gli aspetti potenzialmente benefici di una o dell’altra tipologia di allevamento (Tabella supplementare S8), sono stati esaminati nove articoli sui bovini da latte di cui otto riguardavano l’Europa e uno gli Stati Uniti. Sette studi hanno prelevato i campioni presso le aziende, uno da un impianto di macellazione e uno presso dei punti vendita al dettaglio. Quattro studi condotti a livello di azienda agricola, hanno utilizzato campioni provenienti da meno di 10 allevamenti biologici e convenzionali e uno studio non ha menzionato il numero di aziende. Lo studio condotto sull’impianto di macellazione ha confrontato bovini biologici con quelli convenzionali provenienti da una stazione di ricerca. Lo studio condotto a livello di punti vendita al dettaglio ha menzionato il numero totale di campioni, ma non il numero di sedi o i marchi esaminati. Gli studi non hanno effettuato correzioni per tutti i potenziali fattori confondenti, ad esempio come il livello energetico e la razza degli animali.  

Tabella 7. Riassunto degli articoli sottoposti a review che confrontavano il rischio biologico tra gli allevamenti biologici e quelli convenzionali 

Tabella 8. Riassunto degli articoli sottoposti a review che confrontavano  l’antibiotico resistenza tra gli allevamenti biologici e quelli convenzionali

 

Gli indicatori analizzati variavano ampiamente, con gli acidi grassi (tra cui il CLA, sette) e gli oligoelementi essenziali (quattro) che risultavano quelli indicati più frequentemente, seguiti dalle vitamine (due). Quattro studi evidenziavano una miglior composizione in acidi grassi benefici del latte biologico. Due studi evidenziavano una via di mezzo con una miglior composizione di alcune tipologie di acidi grassi nel latte biologico, e con una miglior composizione per altre tipologie di acidi grassi nel latte proveniente da allevamenti convenzionali. Uno studio non ha trovato alcuna differenza. O’Donnell et al. (2010) hanno indicato che le differenze riscontrate non erano di importanza fisiologica. In generale, gli studi evidenziavano una migliore composizione di acidi grassi benefici nel latte biologico. Gli studi hanno correlato questo aspetto con la maggior disponibilità di pascoli e di foraggi freschi utilizzati nell’allevamento biologico dei bovini da latte. Ciò è coerente con le conclusioni di Rembiałkowska e Średnicka (2009). Per quanto riguarda gli elementi essenziali, gli studi sono risultati inconcludenti. 

Confronto tra allevamento convenzionale e biologico dei bovini da carne, suini, polli da carne e ovaiole 

Economia 

Per quanto riguarda l’aspetto economico, i risultati relativi ai sistemi di allevamento delle altre specie animali (tabella 3 e tabella supplementare S1), erano coerenti con quelli ricavati per i sistemi di produzione lattiero-casearia, sia per quanto riguardava i prezzi alla produzione che i redditi delle aziende. I prezzi per il biologico erano più alti dei prezzi dell’allevamento convenzionale, del 25%, del 107% e del 139% per, rispettivamente, i bovini da carne, per i polli da carne e le galline ovaiole. Il reddito agrario delle aziende biologiche era maggiore, del 170%, del 124% e del 156% per, rispettivamente, capo di bovini da carne, polli da carne per azienda e per ovaiole per equivalente a tempo pieno. Nessun dato è stato trovato sui maiali. Contrariamente a quello che si verificava nella produzione lattiero-casearia, i costi variabili erano più elevati per i prodotti biologici rispetto a quelli dei sistemi d’allevamento convenzionali. 

Produttività 

Nei sistemi biologici la produttività dei suini era per lo più inferiore, in linea con gli studi condotti sui bovini da latte. Il tasso di assunzione di alimento nelle scrofe allevate in maniera biologica era aumentato dal 20% al 29% e il numero di suinetti svezzati per scrofa era dal 2% al 30% più basso (Tabella 4 e tabella supplementare S2). L’assunzione di alimento e l’indice di conversione alimentare dei suini da ingrasso biologici era simile o superiore a quello dei suini da ingrasso allevati in maniera convenzionale. Sono stati trovati pochi studi sulle differenze di produttività che ci potevano essere tra i sistemi di allevamento dei bovini da carne biologici e convenzionali, tra i sistemi di allevamento dei polli da carne e tra quelli per le galline ovaiole, per riuscire ad estrapolare completamente i vari settori. 

Ambiente 

Per quanto riguarda l’ambiente sono stati individuati tre studi sui bovini da carne, nove sui suini, quattro sulle galline ovaiole e cinque sui polli da carne (tabella 5 e tabella supplementare S3). A causa del numero limitato di studi sulla categoria di impatto ambientale e sulle specie animali, l’estrapolazione completa dei vari settori è risultata difficile. Le differenze riguardanti il cambiamento climatico tra allevamento biologico e convenzionale variavano tra le specie. In media, i sistemi biologici avevano, per unità di prodotto, un GWP inferiore per i bovini da carne, un GWP simile per i broiler e per le ovaiole e un GWP più elevato per i suini. I livelli più bassi di produttività (sia delle colture che degli animali) nei sistemi biologici hanno prodotto un impatto maggiore, ma i livelli di fertilizzazione più bassi e l’assenza di un utilizzo di fertilizzanti sintetici, hanno portato ad un impatto inferiore. Per quanto riguardava acidificazione ed eutrofizzazione gli impatti, per unità di prodotto, erano più alti nei sistemi di allevamento biologici di tutte le specie, ad eccezione dell’AP dei bovini da carne, che era più basso. La principale causa era la diminuzione della produttività nei sistemi biologici. Lo sfruttamento del suolo, per unità di prodotto, era costantemente più elevato nei sistemi biologici per tutte le specie. L’utilizzo di energia era inferiore nei sistemi biologici per i bovini da carne, ma più elevato per le galline ovaiole, i polli da carne e i maiali. Le differenze di consumo energetico tra le varie specie di animali, erano correlate alle differenti tipologie di dieta e alla capacità dei ruminanti di utilizzare erba ed altri alimenti a base di foraggio grezzo che possono essere prodotti con poca energia. 

Benessere animale 

Per quanto concerne il  benessere animale, sono stati trovati otto studi su altre specie animali che non fossero bovini da latte, condotti in Europa (tabella 6 e tabella supplementare S4). Sei studi erano osservazionali e due sperimentali. Gli studi si concentravano su diversi indicatori di benessere, rendendo impossibile un confronto tra di essi e l’estrapolazione per tutti i settori. In tutte le specie, sono stati identificati tre argomenti ai quali era stato dedicato più di uno studio: salute degli arti (tre), salute generale e resistenza (tre) e infezioni sostenute da vermi (due). Sia nelle scrofe (Knage-Rasmussen et al., 2014) che nei polli da carne (Tuyttens et al., 2008), è stata riscontrata una maggiore incidenza di problemi agli arti negli allevamenti convenzionali. Nei polli da carne, questo era principalmente correlato all’impiego di genotipi a più lento accrescimento o più pesanti, e nelle scrofe, all’aumento dell’attività fisica dovuta alla possibilità di accedere all’esterno. Tre studi hanno dimostrato una miglior resistenza allo stress nei polli da carne e nei maiali biologici, spiegato dalle genetiche differenti, dall’aumento dello spazio per animale e dalla possibilità di accedere ad uno spazio esterno. Infine, due studi hanno mostrato una maggior incidenza di infezioni parassitarie sostenute da vermi nei suini biologici e nelle galline ovaiole non allevate in gabbia (sia in sistemi di allevamento convenzionale che biologico), cosa che gli studi hanno spiegato con l’aumento del contatto con il letame e con l’accesso libero al terreno. 

Sanità pubblica 

Parecchi articoli riguardavano i rischi microbiologici nei polli da carne (19), mentre molti meno erano rivolti ai maiali (nove), alle galline ovaiole (sei) o ai bovini da carne (tre) (tabella 7 e tabella supplementare S5). I rischi differivano tra le diverse specie animali, poiché in generale gli studi si concentravano sui più importanti agenti biologici per singola specie animale trattata quindi questi rischi variavano molto tra le diverse specie animali. Campylobacter (17) e Salmonella (14) sono stati menzionati nella maggior parte degli articoli riguardanti il pollo, Yersinia (12) e Listeria monocytogenes (sei) negli articoli sui maiali. In contrasto con gli studi sui bovini da latte, numerosi studi sui broiler e sui suini hanno evidenziato una contaminazione microbica significativamente più bassa, piuttosto che significativamente più alta, nell’allevamento convenzionale rispetto a quella presente in quello biologico (broiler undici più bassa vs. quattro più alta, maiali nove più bassa vs. tre più alta). Van Loo et al. (2012) hanno concluso anche che la carne prodotta biologicamente è contaminata più spesso da agenti patogeni di origine alimentare, rispetto alla carne prodotta in maniera convenzionale. I pochi studi sui bovini da carne e sulle galline ovaiole non hanno mostrato differenze. La maggior parte degli studi non era stata corretta per tutti gli eventuali fattori confondenti. Ad esempio, gli studi sottolineavano come l’igiene durante la produzione e la lavorazione, fosse un fattore importante per l’eventuale contaminazione microbiologica riscontrata nella vendita al dettaglio della carne bovina (Miranda et al., 2009), della carne di pollo (ad esempio Mazengia et al., 2014) e delle uova (ad esempio Álvarez-Fernández et al.; 2012), ma non hanno effettuato alcuna correzione. Questi studi non possono essere utilizzati per trarre conclusioni sulla contaminazione a livello di allevamento. Questo potrebbe spiegare perché Smith-Spangler et al. (2012) hanno concluso che la contaminazione batterica, nella carne venduta al dettaglio di pollo e di suino, non era correlata alla tipologia di allevamento. Ulteriori studi usciti dopo la pubblicazione di Smith-Spangler et al. (2012) non ci forniscono alcun aiuto per quanto concerne questo aspetto, anche perché mancano di correzione per tutti i fattori confondenti. Parecchi studi si riferivano all’antibiotico resistenza nei polli da carne (20), e soltanto pochi a quelle nei maiali (cinque), nelle galline ovaiole (tre) o nei bovini da carne (due) (tabella 8 e tabella supplementare S6). L’antibiotico resistenza è stata analizzata in alcune tipologie di batteri che differivano a seconda delle diverse specie animali, e i singoli batteri sono stati affrontati al massimo in pochi studi. I risultati ottenuti per le altre specie erano comparabili con quelli sui bovini da latte: per quanto riguarda tutte le combinazioni batteri- antibiotici analizzati negli articoli, i batteri presenti nei sistemi di allevamento convenzionali mostravano frequentemente una resistenza significativamente più elevata ad un singolo antibiotico o a più molecole farmacologiche rispetto ai batteri presenti nei sistemi biologici, piuttosto che il contrario. Smith-Spangler et al. (2012) hanno suggerito una maggiore resistenza nei batteri isolati dalla carne di pollo e di maiale proveniente da allevamenti convenzionali, anche se le differenze non erano statisticamente significative. Ulteriori studi pubblicati da Smith- Spangler et al. (2012) rafforzano ulteriormente questo suggerimento, in particolar modo per quanto riguarda la  produzione dei polli. Van Loo et al. (2012) hanno concluso anche che i batteri isolati dal bestiame o dalle carni prodotte convenzionalmente possono probabilmente possedere un maggior grado di antibiotico resistenza. Le nostre scoperte sulla presenza di una maggiore antibiotico resistenza, nell’allevamento convenzionale di polli e suini, indirizzata verso formulazioni costituite da più molecole farmacologiche, sono in linea con quelle di Smith-Spangler et al. (2012). Sono stati individuati pochi articoli sui differenti rischi chimici per i suini (due), per i polli da carne (due), per le galline ovaiole (due) e per i bovini da carne (uno) (Tabella integrativa S7), e solo un articolo sulle galline ovaiole in Europa riferito a potenziali aspetti benefici  (Tabella Supplementare S8). Pertanto, non è stato possibile generalizzare sulle differenze tra rischi chimici e aspetti benefici tra i sistemi di allevamento esaminati. 

Discussione generale 

I sistemi di produzione animale convenzionali e biologici sono stati messi a confronto su diversi aspetti della sostenibilità, tra cui l’aspetto economico, la produttività, l’impatto ambientale, il benessere degli animali e la sanità pubblica. Per molti degli aspetti della sostenibilità e delle specie animali, non sono stati trovati dati sufficienti per riuscire a trarre delle conclusioni sulle differenze tra le due tipologie di sistemi d’allevamento. Alcune differenze sono state comunque individuate. I sistemi di allevamento convenzionali avevano un fabbisogno di manodopera più basso per unità di prodotto, un minore rischio relativo al reddito (per animale), una maggior produttività per animale (per unità di tempo), livelli riproduttivi più alti, un indice di conversione dell’alimento più basso, un minor sfruttamento del suolo, generalmente un AP e un EP più basso per unità di prodotto, una salute della mammella uguale o migliore e una contaminazione microbiologica uguale o inferiore. I sistemi di allevamento biologici avevano un reddito più alto per animale o per dipendente a tempo pieno, un AP e un EP più bassi per unità di terreno, un minore impatto sulla biodiversità per unità di prodotto, una probabilità uguale o inferiore di antibiotico resistenza nei batteri e maggiori livelli di acidi grassi benefici nel latte vaccino. Nel complesso, questo confronto indica che entrambi i sistemi hanno punti di forza e debolezze. L’unione dei punti di forza di entrambi i sistemi, in un nuovo sistema ibrido, potrebbe contribuire ad aumentare le performance di sostenibilità della produzione zootecnica. Per molti degli aspetti della sostenibilità e delle specie animali, l’estrapolazione dei risultati utili per poter trarre conclusioni sulla differenza tra i sistemi di produzione animale biologici e convenzionali, è stata ostacolata da quattro motivazioni. Per prima cosa, per la maggior parte degli indicatori di sostenibilità era disponibile solo un numero limitato di studi. In secondo luogo, esistevano grandi differenze tra le tipologie di studi, la localizzazione del campionamento, la dimensione del campione e i metodi di misurazione. L’armonizzazione dei progetti di studio, delle strategie di campionamento e delle metodiche di misurazione utilizzate per determinare la sostenibilità dei sistemi di allevamento, potrebbe quindi migliorare l’interpretazione dei risultati ottenuti. In terzo luogo, molti studi utilizzavano, per ciascun sistema di produzione, campioni provenienti da poche aziende agricole, centri di lavorazione o punti vendita al dettaglio. Come quarta motivazione, sia i produttori biologici che quelli convenzionali dovrebbero conformarsi a requisiti e standard specifici per l’allevamento, che però possono variare tra regioni e paesi. Pertanto, sia le pratiche di allevamento biologico che quelle convenzionali possono differire tra gli studi, anche se classificate nello stesso gruppo di sistemi di produzione. Negli ultimi decenni, il miglioramento dell’efficienza produttiva delle colture e del bestiame è stato uno degli obiettivi principali nell’allevamento animale. Per sostenere la migliorata efficienza alimentare, nelle razioni per gli animali è aumentata la quantità di prodotti vegetali commestibili anche per l’uomo, come i cereali integrali. In futuro per ottenere una certa sicurezza alimentare, è importante riconoscere che il consumo di tali prodotti da parte dell’uomo risulta essere più coscenzioso rispetto al consumo di alimenti di origine animale ottenuti da bestiame alimentato con questi cereali (Godfray et al., 2010; Foley et al., 2011) . Tuttavia, l’allevamento può svolgere un ruolo importante per quanto riguardale le fonti alimentari, trasformando prodotti che gli esseri umani non possono o non vogliono mangiare, in prodotti alimentari di alta qualità. Una produzione sostenibile, quindi, implica anche alimentare il bestiame allevato con prodotti e sottoprodotti zootecnici provenienti dalla produzione di seminativi o dall’industria di trasformazione alimentare, e dal pascolamento su terreni marginali (Eisler et al., 2014; Van Zanten et al., 2016). La spiegazione della competizione che intercorre tra la produzione di mangimi e di alimenti, compresa l’idoneità della terra a produrre colture alimentari, è importante per valutare la sostenibilità dei sistemi di produzione del bestiame. I dati recuperati nel nostro studio sono solo una parte di tutti quelli necessari per indicare quale sia il sistema di allevamento migliore. Per confrontare le performance di sostenibilità tra tali sistemi, gli indicatori dovrebbero essere messi a confronto. Ciò potrebbe essere fatto dai politici che potrebbero assegnare un certo valore a ciascun indicatore (Van Asselt et al., 2014). È probabile che politici con punti di vista differenti ,assegnino un diverso valore ad uno specifico indicatore, determinando un differente risultato di sostenibilità. Stabilire dei fattori di valutazione universalmente riconosciuti, potrebbe facilitare il processo decisionale per una produzione animale sostenibile. Le performance di sostenibilità di un sistema di produzione animale potrebbero risultare influenzate, per quanto riguarda alcuni aspetti, dagli indicatori selezionati. Ad esempio, è stato visto che i sistemi di allevamento convenzionali hanno un AP e un EP inferiori per unità di prodotto, ma anche un AP e un EP maggiori per area di terreno, rispetto ai sistemi biologici. Pertanto, la selezione dell’indicatore può influenzare i risultati. Per evitare incomprensioni, il significato di un indicatore selezionato dovrebbe essere comunicato e spiegato in modo chiaro quando si discutono le performance di sostenibilità dei sistemi di produzione animale. 

Conclusioni 

Abbiamo esaminato 179 articoli che confrontavano le performance di sostenibilità dei sistemi di produzione animale convenzionali e biologici. Gli studi variavano ampiamente per quanto concerneva gli indicatori, la progettazione della ricerca, la dimensione del campione, la posizione geografica e il contesto. Parecchi studi utilizzavano campioni poco numerosi. La maggior parte degli articoli individuati era riferita ai bovini da latte. Non sono stati trovati studi che analizzassero contemporaneamente la sostenibilità circa gli aspetti economici, la produttività, l’impatto ambientale, il benessere animale e la sanità pubblica. Per la maggior parte degli aspetti della sostenibilità, a volte risultavano migliori i sistemi di allevamento convenzionali, altre volte quelli biologici. Per quanto riguarda l’aspetto produttività, i sistemi di allevamento convenzionale avevano prestazioni migliori su tutti gli indicatori, rispetto ai sistemi biologici. Per molti aspetti riguardanti la sostenibilità e le specie animali, sono necessari ulteriori dati per poter trarre adeguate conclusioni sulle differenze tra i sistemi di produzione animale biologici e convenzionali. 

Ringraziamenti 

Questo studio è stato finanziato dal Food Security Fund dell’University Fund Wageningen, grazie ad una donazione di Elanco. 

Materiale supplementare 

Per consultare ulteriore materiale su questo articolo, per favore visitare il sito doi.org/10.1017/S175173111700115X 

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Animal (2017), 11:10, pp 1839–1851 © The Animal Consortium 2017.Questo è un articolo ad accesso libero, distribuito secondo i termini della licenza del Creative Commons Attribution (http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/), che permette un riutilizzo, unadistribuzione e una riproduzione senza restrizioni mediante qualsiasi mezzo, purché il lavoro originale sia citato correttamente.

doi:10.1017/S175173111700115X

 

 

 

 

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