Chi si ricorda della Mucca Pazza?

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Chi si ricorda della Mucca Pazza?

La vicenda della BSE e della correlata variante bovina della malattia di Creutzfeldt Jacob (vCJD), nota alle popolazioni inurbate con la sintesi giornalistica di “Mucca Pazza”, è ormai caduta nel dimenticatoio.

A distanza di circa trent’anni dalla sua prima manifestazione non è inutile valutarne, a posteriori e quindi ovviamente con il senno di poi, gli elementi epidemiologici, i rilievi sanitari osservati e (ultimo ma non ultimo per importanza), le conseguenze che essa ha generato sul piano della percezione politica ed etica del mondo degli allevamenti da parte delle popolazioni non direttamente coinvolte in agricoltura, nonchè sulle modalità operative dell’attività di allevamento.

LA STORIA  IN TRE SINTETICHE FASI

1 – La fase veterinaria

Verso la metà degli anni ’80 del secolo scorso, si osservano in Inghilterra crescenti casi di una patologia nervosa a carico di vacche adulte, riottosi a qualsiasi trattamento, e fatali nella totalità dei capi colpiti.

L’esame autoptico mostra una degenerazione spugnosa del tessuto cerebrale, del tutto sovrapponibile a quella nota da sessant’anni, nella specie umana, come Malattia di Creutzfeldt Jacob (CJD), una incurabile malattia rara di origine sconosciuta che stabilmente colpisce la popolazione in ordini di grandezza di un caso su un milione di abitanti all’anno ormai da tempo.

Indagini epidemiologiche condotte sugli allevamenti colpiti portano all’identificazione, come fattore di rischio preponderante, del consumo da parte degli animali ammalati di farine di carne provenienti dall’industria del riciclo dei cascami di macellazione.

Occorre considerare che in Inghilterra si consumava proporzionalmente una grande quantità di carni ovine, e che nella specie ovina una malattia del tutto sovrapponibile era da tempo nota, descritta e identificata nelle greggi (Scrapie): dunque, nelle farine di carne provenienti dalle industrie inglesi vi era una significativa presenza di cascami di origine ovina, mischiati a quelli di origine bovina.

Comunque sia, nel 1988 le Autorità sanitarie inglesi, alla luce di quanto osservato, iniziano a vietare l’uso di farine animali nel razionamento dei bovini.

(www.food.gov.uk/sites/default/files/multimedia/pdfs/publication/bsebooklet.pdf)

Non mancano tuttavia di considerare come tale pratica fosse comune fin dagli anni ’20 del secolo e non avesse, fino ad allora, manifestato alcun presagio di pericolosità. Ma su questo ritorneremo, perché è una delle criticità maggiori osservabili nella analisi retrospettiva.

Stante il relativo lungo periodo di incubazione, per osservare una diminuzione delle mortalità (dirette o indirette) legate alla BSE nel parco bovino albionico occorre attendere i primi anni ’90. Nel frattempo sporadici casi si osservano, sempre limitatamente all’ambito veterinario e quindi al di fuori di qualsiasi interesse non episodico da parte del sistema di comunicazione di massa, anche in altri Paesi acquirenti di farine di carne di origine inglese (segnatamente la Svizzera, il Portogallo, l’Irlanda, e alcune regioni del nord della Francia).

Dunque nella prima metà degli anni ’90, proprio quando sembrava che la cosa stesse per esaurirsi, avviene un fatto dirompente sotto tutti i profili: si osservano infatti in Inghilterra casi anomali di CJD, nei quali la difformità più rilevante consiste nella giovane età dei malati. La connessione con il consumo di carni provenienti da animali malati di BSE viene subito sospettata ed ha inizio la seconda fase della vicenda, quella che riguarda anche l’uomo e, di conseguenza, attizza l’interesse dei mezzi di comunicazione.

2 – La fase zoonosica

La correlazione tra il consumo di (parti specifiche) di bovini ammalati di BSE e l’occorrenza di casi di CJD anomali (definiti vCJD) viene definitivamente provata nel 1996, per quanto la grancassa mediatica avesse avuto inizio qualche mese prima. (www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(96)91412-9/abstract)

Le televisioni ed i giornali propongono con ossessiva compulsione immagini di vacche traballanti (quasi sempre la stessa, in verità) e quelle ben più strazianti di giovani moribondi con sintomi neurologici. Le mamme stringono al petto i loro pargoletti, tormentandosi all’idea di avergli dato da mangiare carni bovine “credendo di far bene” ed avendoli invece condannati, di lì a qualche anno, alla probabilità di una morte orrenda.

Scienziati di ogni ordine e grado si lanciano, sulla base di proiezioni matematiche e sulla considerazione che l’incubazione della malattia nell’uomo può essere stimata tra i 10 ed i 20 anni, in previsioni di mortalità fra gli umani che arrivano, nei casi più perspicaci, fino ai 500.000 morti in Inghilterra entro il 2015 (cioè 20 anni dopo). Per ora siamo in Inghilterra, è arrivata qualche notizia allarmante anche in Italia, ma non si sono per ora casi segnalati di BSE nel bestiame bovino italiano. Quindi, sembra un problema inglese e chiusa lì.

Inizia ora, nel nostro Paese, la terza fase della vicenda.

3 – La fase mediatica

La grancassa nel Bel Paese si riattizza con pirotecnica vivacità nel Gennaio 2001, quando viene isolato il prione (come era ovvio attendersi dato che veniva cercato e prima o poi sarebbe stato trovato) nella famosa vacca 103 della cascina Malpensata di Pontevico (www.repubblica.it/online/cronaca/muccadoss/cronuno/cronuno.html ).

Non c’è giornale o talk show che non evochi gli stessi fantasmi già orecchiati cinque anni prima in Inghilterra; le mamme italiane, notoriamente più sentimentali di quelle inglesi, si preoccupano oltre che dei figli, pure del nonno e delle ziette. Del marito no, si arrangi. Il ministro dell’agricoltura del tempo recita come un mantra “La vacche italiane sono sigure, ma se mangiate biologggigo state più siguri ancora” (trattasi di Alfonso Pecoraro Scanio, quello che alla Fiera di Verona confuse un toro chianino di 1500 kg con una vacca).

Si comincia a fare strada il concetto che gli allevamenti intensivi (o altamente produttivi, fate voi) sono qualcosa di sudicio, di pericoloso, in mano a gente senza scrupoli, dei quali è meglio diffidare.

Nella trasmissione “Porta a Porta” del 15 Gennaio 2001 (è stata cancellata, non si trova sul web) vengono ipotizzati in Italia, di lì a una quindicina d’anni (cioè più o meno ai giorni nostri) fino a 5.000 morti all’anno di vCJD.

Il ministro dell’agricoltura, presente alla trasmissione, come in un trance metafisico recita il suo mantra  “Mangiate biologggigo, mangiate biologggigo”.

Le vendite di carne bovina, come è ovvio, vanno a picco, nonostante alcuni ministri si ingozzino di bistecche in piazza con i loro figli. Imprenditori senza scrupoli prontamente lanciano sul mercato “Test in vivo sulla BSE” ai quali nessuno di buon senso crede ma che molti allevatori, disperati, acquistano a caro prezzo.

Nel frattempo, in Inghilterra, la mortalità per vCJD tende a defervere, grazie alle misure prese nel 1988 (vedi)  in tal modo dimostrando, al di là di ogni ragionevole dubbio, la correlazione tra farine di carne inglesi inquinate e mortalità umana:

Tabella 1. Mortalità da vCJD in UK dal 1995 al 2005 (da www.cjd.ed.ac.uk/)

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Tale evoluzione (sempre nel mondo accademico anglosassone) induce a riflessioni meno catastrofiche in merito alle previsioni di mortalità umana, sia pure limitate a trafiletti di autocorrezione qua e là ben nascosti. Ad esempio, sul Lancet nell’ Agosto 2000, Dorothy Bonn ammette a denti stretti che i 500.000 morti previsti saranno “al massimo 136.000”. Beata lei. I morti totali da vCJD in UK ad oggi sono 178.

(www.thelancet.com/journals/lancet/article/PIIS0140-6736(05)73948-9/abstract )

Tutto questo, in Italia, non lascia traccia: si insiste nella demonizzazione del prione, solerti magistrati rincorrono mangimisti, allevatori e veterinari se viene rinvenuta una “traccia di genoma animale” nei mangimi per ruminanti, alcuni ci guadagnano (in prestigio, cariche, visibilità), in molti di più ci perdono (in denaro, in dignità violata). Così è la vita.

LE CONSEGUENZE

Improvvisamente, a partire dalla vicenda BSE, di agricoltura e di allevamento si occupano tutti, tutti sanno tutto, tutti ci spiegano dove abbiamo sbagliato e perché, secondo dettami ben definiti da un Pensiero Unico e Conforme (PUC).

Il cuore del PUC trova concreta esemplificazione nel “Pentalogo sugli allevamenti”, ben noto a tutti i tuttologi agricoli:

  1. Gli allevatori, i mangimisti e gli zootecnici, alla ricerca esasperata del massimo profitto e della massima produttività, hanno trasformato le povere vacche in cannibali necrofagi, costringendole a nutrirsi di farine derivanti dalla loro stessa macellazione, pur di sostenere innaturali produzioni sempre più elevate.
  2. Questa frenetica e irresponsabile ricerca del massimo profitto ha messo, e mette, a rischio la vita e la salute di migliaia di consumatori inconsapevoli.
  3. Infatti, oltre al problema della Mucca Pazza, bisogna sapere che gli animali vengono allevati in condizioni disumane, vivono sui loro stessi escrementi ammassati in spazi angusti e in condizioni igieniche inaccettabili.
  4. Questo porta come conseguenza che si ammalino con molta facilità, per questo gli allevatori e i loro complici veterinari li “imbottiscono” di ormoni ed antibiotici che poi vengono rifilati attraverso i prodotti dell’allevamento al solito consumatore inconsapevole.
  5. E’ buona norma di precauzione quindi stare attenti a quel che si mangia: se proviene da un allevamento con molta probabilità sarà pericoloso per voi e per vostri figli.

Come vedete, lo scenario si è esteso, allagandosi dalla vicenda BSE di cui ci stiamo occupando a tutto il mondo degli allevamenti produttivi. Le scemenze che abbiamo dovuto sentire, negli anni successivi, sull’influenza suina, sull’influenza aviaria, sui maiali e i polli alla diossina, sul coniglio pazzo e chi più ne ha più ne metta non sono che pedisseque declinazioni del Pentalogo del PUC, adattate alla breaking news del momento.

Valga ad esempio, per quelli fra di voi che hanno voglia di farsi venire tutti insieme cimurro, epatite virale e verminosi gastrointestinale, il riascolto della puntata di “Report” del 7 Marzo 2002, a partire dal minuto 1:11:40 ( www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-1d529826-714e-40fb-9a53-9d0810385a07.html )

La giornalista e la Signora Gabanelli sono troppo abili per cadere nella trappola di affermazioni giuridicamente contestabili, tuttavia il tono funereo delle immagini, la plumbea cappa di angoscia che minge come una bava nauseante e lattiginosa dalla costruzione del servizio e dall’accorato tono di voce del commento, tutto concorre a costruire una sensazione di pericolo, di paura conseguente, di irresponsabilità colpevole dei protagonisti. E’ un chiaro esempio del fumus nequitiae che ci è stato attribuito allora, e del quale ancora oggi, a distanza di 15 anni, paghiamo le conseguenze.

UN PAIO DI CONSIDERAZIONI CRITICHE NEL MERITO

Con pertinace pervicacia è stato ripetuto in ogni occasione dai tuttologi agricoli che le farine di carne venivano date alle vacche per sostenere a basso costo le produzioni elevate richieste dal sistema intensivo. In realtà venivano usate in dosi molto basse (100/200 gr. di S.S. al giorno per vacche che consumano almeno 20.000 gr di S.S al giorno) al fine di innalzare il contenuto proteico del latte, non per aumentarne i litri. Cioè per produrre un latte di migliore qualità, non per produrre più roba cattiva. La ragione sottesa, come ben sappiamo, risiede nella relativa indegradabilità ruminale delle farine animali. Quanto all’aspetto economico, le quantità di farine di carne dovevano venire imposte al calcolatore, che altrimenti le avrebbe scartate a causa del loro modesto contenuto in energia: dunque per il formulista esse rappresentavano una voce di costo, e non di economia.

Sempre i Venerabili Maestri della Tuttologia Rurale non mancano di sottolineare come la scelta di usare farine animali fosse una recente innovazione correlata alla intensivizzazione. Non è vero. Almeno nella cultura zootecnica anglosassone, questi ingredienti venivano normalmente utilizzati da molto tempo. Ne è la prova la edizione del 1956 dei “Nutrient Requirements of Domestic Animals”, N° III, Nutrient Requirements for Dairy Cattle (NRC) che a pag. 21 (Meat scrap) e a pag. 22 (Tankage digester)  riporta la farina di carne e ossa tra gli ingredienti comunemente utilizzati nelle razioni per vacche da latte. (books.google.it/books).

Come minimo, dal 1956 al 1980 sono 25 anni di uso, ma in realtà le farine animali entravano nel piatto degli animali inglesi già da prima della seconda guerra mondiale, come rilevabile in uno dei divertenti episodi narrati da James Herriot sulle sue esperienze di giovane veterinario di campagna.

Ma allora perché, se le farine animali venivano usate in Inghilterra da 40 anni, solo negli anni ’80 hanno creato la situazione di malattia delle bovine, e successivamente la morte di alcune persone?

E ancora: perché tutta la questione della BSE, alla fine, ha ruotato intorno alle farine di produzione inglese, mentre quelle americane o italiane, a ben guardare non hanno prodotto danni (anche se nella fase acuta della vicenda sono state tutte accomunate allo stesso destino, e non ne sono più uscite)?

C’è una ragione di cui si è sempre parlato poco, perché non era funzionale alle tesi del PUC, e che invece è ben spiegata da Taylor e Woodgate già in un articolo del 2003 ( www.oie.int/doc/ged/D292.PDF ).

Negli anni ’70 (cioè nel decennio precedente alla manifestazione della BSE) le industrie inglesi di rendering, sulla spinta di istanze ecologiste (necessità di ridurre il consumo di energia e di conseguenza le emissioni) e salutistiche (produrre un grasso animale più “naturale”, e quindi estratto senza solventi) hanno modificato la procedura di lavorazione in due aspetti:

  1. Per ridurre il dispendio energetico sono passate da una lavorazione a batch a una lavorazione a flusso continuo, riducendo temperature, pressioni e tempi di esercizio.
  2. Hanno eliminato l’estrazione della frazione grassa a mezzo di solventi, sostituendola con un semplice processo di scrematura e spremitura meccanica.

Peccato che (si è saputo dopo, ovviamente) temperatura, pressione, tempo, e solventi siano i principali fattori di inattivazione dei prioni presenti nei cascami di macellazione.

Le stesse scelte industriali non sono state fatte, ad esempio, in Italia o negli USA: e questo spiega perché nelle farine di carne di produzione italiana sia stato del tutto casuale, e assai raro, il rilievo di una carica prionica certamente infettante.

INFINE

La vicenda della BSE è stato il crinale al cui versante sinistro stavano gli anni della crescita (disordinata e sostanzialmente sregolata, occorre dirlo) delle produzioni animali dal dopoguerra in poi.

Pur con tutti i limiti, le cialtronerie e le furberie ideologiche di cui vi ho ampiamente parlato, tuttavia essa ha imposto come sola prospettiva di sviluppo praticabile per il mondo degli allevamenti una visione più responsabile, più accorta, più consapevole del fatto che siamo parte di un sistema interattivo e interdipendente che connette la vita delle campagne con i diritti dei nostri animali, con quelli dei consumatori inurbati, e con l’ambiente in cui tutti siamo chiamati a vivere.

La BSE ha rappresentato, per la scienza della nutrizione bovina, una sfida assai facilmente vinta: abbiamo sviluppato conoscenze migliori sul metabolismo proteico ruminale, e oggi le nostre vacche producono più caseina e più litri che negli anni ’90, assumendo razioni sempre meglio bilanciate, e ovviamente prive di farine di carne o pesce. Non sentiamo certo la mancanza di questi ingredienti, che si apprestano a ritornare nei truogoli dei suini e nelle mangiatoie dei volatili (se saranno convenienti), dopo essere state bruciate nei cementifici per vent’anni per la marginale quota che la tumultuosa crescita dei tonnellaggi di mangimi per cani e gatti ha reso eccedente.

I Venerabili Maestri della Tuttologia Rurale non demorderanno, continueranno a spiegarci dove sbagliamo e perché, continueranno, atteggiando le prime tre dita della mano a tripode rovesciato e appoggiandole con fare preoccupato e pensoso vuoi al mento vuoi intorno all’occhio, a spiegarci i segreti della mucca Carolina e dell’albero dei prosciutti di Parma, continueranno, statene ben certi.

Noi, che invece delle fragranze degli incensi bruciati nei salotti radical chic conosciamo bene l’afrore del liquame animale, noi possiamo reagire nel solo modo che conosciamo e che abbiamo imparato: lavorando meglio di prima, senza tante chiacchiere e alzandoci presto alla mattina come abbiamo sempre fatto.

 

DOI: 10.17432/RMT.2111-2122

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Di |2016-12-20T18:21:26+02:0015 Dicembre 2016|Categorie: 12-2016, Ruminantia mensile, Sanità|Tags: , , |

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Veterinario libero professionista. Email: giuseppe@baricco.it

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