Il prezzo delle materie prime utilizzate per l’alimentazione dei ruminanti d’allevamento, ossia bovini da latte e da carne, bufali, ovini e caprini, oscilla molto nel corso dei mesi e degli anni. Questo avviene soprattutto a carico dei concentrati proteici, amidacei e fibrosi, solitamente acquistati, tutti o in parte, perché l’auto-produzione aziendale non è quasi mai sufficiente.

In questi ultimi mesi, e per innumerevoli ragioni sia strutturali che speculative, i prezzi di queste materie prime sono molto sostenuti, soprattutto nel caso dei proteici. Basti pensare che la farina d’estrazione di soia decorticata estera è stata quotata 489 Euro/ton alla Borsa Merci di Milano del 16 Marzo 2021 rispetto ai 384 Euro/ton del 17 marzo 2020.

Queste tensioni sui prezzi degli alimenti zootecnici non sono quasi mai accompagnate da una variazione del prezzo del latte o della carne alla stalla, mettendo in grande difficoltà sia gli allevatori che i loro fornitori.

Di tutti i nutrienti di una razione per ruminanti, la proteina è quello che incide maggiormente sul costo di produzione; è quindi quanto mai doveroso capire se la concentrazione proteica utilizzata dai nutrizionisti e dagli alimentaristi sia stata scelta con criterio e ponderazione.

Si sa che gli eccessi, come le carenze, di azoto, ed in particolare degli aminoacidi, possono essere causa di insufficiente produzione di latte e di carne, e di problemi riproduttivi e sanitari anche molto gravi.

Inoltre, una gestione non razionale della razione alimentare ha grandi responsabilità nel condizionare sia le emissioni enteriche di metano che l’azoto veicolato con il liquame nei terreni.

Per approfondire, soprattutto da un punto di vista pratico, questo capitolo alquanto complesso della nutrizione animale, abbiamo voluto chiedere alle industrie della community di Ruminantia specializzate a vario titolo in questo settore un loro parere. In particolare, in questo primo articolo, ospitiamo il punto di vista di Balchem.


L’opinione di Stefano Vandoni, Technical Service Manager Balchem Animal Nutrition and Health, EMEA

In una situazione di mercato positiva, a volte si tende a prestare meno attenzione alla formulazione di diete per bovine da latte e alla loro ottimizzazione al fine di incrementare le potenzialità ruminali. Un mercato come quello attuale, che vede prezzi del latte contenuti e costi delle materie prime sempre elevati, deve tuttavia portarci a riflettere sull’importanza e sul ruolo della flora ruminale nel soddisfare parte dei fabbisogni dei ruminanti. Con corrette fermentazioni ruminali possiamo infatti ottenere un duplice risultato: massimizzare l’energia ottenuta dalla digestione della fibra, dell’amido e degli altri carboidrati presenti nella dieta, ma anche incrementare la proteina microbica e il suo conseguente passaggio all’intestino.

Conseguenza di tali miglioramenti è la produzione di una proteina di eccelsa qualità a livello ruminale e la diminuzione del bisogno di alimentare le vacche da latte con materie prime costose al fine di soddisfarne i fabbisogni in amminoacidi ed energia. Uno dei principali fabbisogni da soddisfare al fine di ottimizzare le fermentazioni ruminali è quello in proteina degradabile (RDP – rumen degradable protein), rappresentata principalmente da ammoniaca (NH3) e amminoacidi ottenuti dalla degradazione della proteina alimentare. L’obiettivo è quindi quello di mantenere un livello di NH3 nel rumine capace di ottimizzare l’attività microbica e di scongiurare situazioni dove l’ammoniaca sia sprecata perché troppo elevata o, al contrario, sia insufficiente per garantire corrette fermentazioni. Al fine di soddisfare questa necessità, è stata sviluppata la tecnologia dell’azoto non proteico (NPN) a rilascio graduale e controllato, che è alla base del prodotto NitroShureTM di Balchem, in grado di distribuire la disponibilità di NH3 costantemente durante la giornata e soddisfare quindi i fabbisogni per i batteri in grado di digerire la fibra. La ricerca sui ruminanti ha dimostrato come questa tecnologia sia in grado di aumentare la digeribilità della fibra e il pH ruminale e, di conseguenza, di ottimizzare la crescita batterica e quindi la disponibilità di proteina microbica.

Se da un lato è fondamentale massimizzare la produzione di proteina microbica, e quindi l’afflusso di questa fonte eccezionale di proteina a livello intestinale, è anche altrettanto importante bilanciare questo apporto con fonti di proteina by-pass. In passato, un eccessivo utilizzo di proteina era una prassi abbastanza comune al fine di soddisfare i fabbisogni degli animali. Questo era possibile sia per il costo minore delle materie prime proteiche, sia perché non era ancora emersa la preoccupazione ora esistente per le escrezioni di azoto nell’ambiente. Oggigiorno, al contrario, la qualità della proteina utilizzata e le fluttuazioni in prezzo di questa materia prima sono diventate uno dei maggiori punti di discussione in alimentazione animale, come la necessità di ridurre l’impatto ambientale.

Balchem è una delle poche aziende presenti sul mercato in grado di fornire sia una metionina che una lisina rumino-protette (AminoShure-XM e AminoShure-L). Una parte degli utilizzatori, crede che gli amminoacidi rumino-protetti debbano essere utilizzati come additivi nutrizionali, con unico scopo di aumentare la produzione di latte o la qualità del latte, ma questo approccio ha spesso dato risultati altalenanti. Gli amminoacidi rumino-protetti dovrebbero, invece, essere considerati nutrienti e, come tali, avere la capacità di soddisfare al meglio i fabbisogni biologici dell’animale e di facilitare l’utilizzo di altri ingredienti, massimizzando così la produzione in latte, la salute e le performance riproduttive di animali a qualsiasi stadio produttivo o livello di produzione.

Molto probabilmente il miglior uso di amminoacidi rumino-protetti in razione è quello di sostituire parte degli amminoacidi essenziali forniti normalmente tramite altre materie prime proteiche. In questo modo, verranno utilizzati in maniera similare ad altri ingredienti quali farina di soia o di girasole.

I benefici attesi da questo approccio possono essere:

  • il costo della razione può risultarne ridotto;
  • si crea spazio in razione, permettendo l’inserimento di altri nutrienti (energia o fibra a seconda delle necessità);
  • diminuisce la variabilità di costo della razione o del costo per litro di latte prodotto (ad esempio, visto il minor utilizzo di materie prime in razione, l’incidenza della variazione di qualità e costo di ciascuna di queste è ridotto);
  • aumenta la costanza dei nutrienti disponibili alla vacca in confronto a prodotti proteici come la soia;
  • può essere utilizzato con sofisticati software di riformulazione al fine di soddisfare uno specifico fabbisogno al miglior rapporto costo/beneficio. In alcuni casi questo approccio consente di abbassare il livello proteico della dieta, con un conseguente miglioramento del costo alimentare.

Nell’ottica di produrre latte di migliore qualità in maniera più efficiente e riducendo le emissioni azotate ambientali, si può quindi prediligere l’utilizzo degli amminoacidi rispetto a quello di materie prime più soggette a variazioni di prezzo, qualità e disponibilità. L’utilizzo di amminoacidi rumino-protetti può essere uno strumento valido per ottenere questo obiettivo e, allo stesso tempo, creare una razione di maggior valore e più costante.

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