Avere a disposizione le analisi degli alimenti, soprattutto dei foraggi, è importante per fare una buona razione che costi poco e renda molto. A volte ci sono alterazioni degli alimenti che l’olfatto e la vista umana non sono in grado di individuare ma il laboratorio e gli animali si, se gli alimenti si somministrassero separati e non mescolati nell’unifeed.

Ci sono vari livelli d’analisi che possono essere utilizzati per l’insilato di mais, ma anche per tutti i foraggi conservati con la stessa tecnica.

Quello “base”, che serve per fare al volo una razione, magari al telefono, perché inizia la nuova trincea, è la sostanza secca e l’amido. In una razione per bovine da latte con 25 kg di silomais, se questo ha il 72% o il 66% di sostanza secca, “ballano” ben 1.5 kg di sostanza secca, che in una razione di 23.5 kg rappresentano il 6.38% del totale. Con il diffondersi (finalmente!) degli schiacciagranella sulle trince è difficile stimare a vista quanto amido ci sia nell’insilato di mais. Anche in questo caso l’accuratezza è importante. Utilizzare 25 kg di silomais al 70% di umidità significa somministrare 7.5 kg di sostanza secca. Se questa ha il 28% di amido, si apportano 2.1 kg di amido (circa 3 kg di granella secca equivalente). Se invece la concentrazione di amido del silomais è del 32%, se ne apporteranno 2.4 kg, che grossomodo corrispondono a 3.3 kg di granella secca di mais.

Un livello più alto di analisi consiste nel conoscere la concentrazione proteica, i grassi, l’NDF, l’ADF e la lignina. Spesso questi parametri sono condizionati dalla genetica e sono quindi poco o per nulla influenzati dalle tecniche di coltivazione e dal clima, ma sono ovviamente utili per fare le razioni e verificare se è stata scelta una varietà di mais ideale.

Oggi è possibile approfondire il valore nutritivo del silomais di cui si dispone. Si può sapere quale percentuale dell’NDF è digeribile (NDFD a 24-30-40-120-240 ore) e quale è indigeribile (uNDFom a 30-120-240 ore). Si possono conoscere la digeribilità dell’amido, la quota di proteina solubile e le frazioni NDIP e ADIP. Tutti questi valori possono essere inseriti nel “modello Cornell” per fare razioni molto affidabili.

Di grande importanza è la verifica periodica, 2 o 3 volte per la stessa trincea e una volta per il silosbag, della “salute” dell’insilato di mais. Il suo star bene o star male si ripercuote sulla salute degli animali che lo mangiano. Anche qui le possibilità sono tante. Un insilato di mais con un pH superiore a 4.0 è a rischio perché non ha fermentato bene o lo si sta conservando male. Un ottimo insilato di mais sano e appetibile ha un pH inferiore a 3.70 e almeno il 5% di acido lattico. Se la percentuale di acido acetico è elevata, ossia oltre il 2.0%, ciò è espressione della combinazione della presenza di lieviti, zucchero e ossigeno. L’acido acetico non è tossico perchè nel rumine se ne produce molto ma rende l’insilato di mais e, quindi la razione, poco appetibile e, di conseguenza, ostacola l’ingestione. Grave è trovare un’alta percentuale di acido butirrico, ossia superiore allo 0.5%. Questo acido deriva infatti dalla fermentazione dei clostridi. E’ anche bene valutare la quantità di azoto ammoniacale espresso sull’azoto totale e allarmarsi se è maggiore del 10%.

E’ buona norma inoltre verificare quante micotossine sono presenti nell’insilato di mais, ed in particolare aflatossine, deossinivalenolo, fumonisine e zearalenone. Generalmente, queste sono sempre presenti ma a concentrazioni molto variabili. E’ importante verificare quante ne ingeriscono giornalmente gli animali e se a quel dosaggio possono nuocere alla salute e alla fertilità.

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