Compassion in World Farming: intervista alla direttrice Annamaria Pisapia

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Compassion in World Farming: intervista alla direttrice Annamaria Pisapia

La Compassion in Word Farming è una onlus internazionale molto attiva anche in Italia sul benessere degli animali d’allevamento. Le sue campagne hanno largo seguito per cui abbiamo pensato che sia importante per i lettori di Ruminantia conoscerla meglio attraverso un’intervista alla sua Direttrice Annamaria Pisapia.

Dott.ssa Annamaria Pisapia la ringraziamo per la disponibilità a sostenere questa intervista.

In questi ultimi tempi si parla molto della CIWF, organizzazione di cui lei è la direttrice, ma a molti non è chiaro di cosa si tratta, qual è la sua mission e dove è presente. Ci può aiutare a capire meglio?

Grazie a Lei Dr. Fantini. CIWF, acronimo per Compassion in World Farming, è la maggiore organizzazione internazionale non profit per la protezione ed il benessere degli animali negli allevamenti. La nostra organizzazione ha una storia particolare perché fu fondata da un allevatore di vacche da latte britannico, Peter Roberts, preoccupato per la crescente intensivizzazione dei metodi di allevamento e l’impatto negativo che ne deriva sul benessere degli animali. Da allora, la mission di CIWF è rimasta invariata: mettere fine all’allevamento intensivo. Siamo attualmente presenti in dodici Paesi, tra cui Stati Uniti e Cina. Il nostro motto è: “eat less and better”, il che significa che per noi la soluzione alle sfide attuali in termini di benessere animale e sostenibilità è quella di ridurre il consumo dei prodotti di origine animale e consumarne solo da allevamenti più sostenibili e rispettosi del benessere animale, delle persone e dell’ambiente.

Quindi la CIWF è un’organizzazione internazionale che si batte per i diritti degli animali d’allevamento e l’ambiente. Quali sono stati nel mondo i più importanti risultati che avete ottenuto?

Come dicevo CIWF lavora a livello globale per mettere fine all’allevamento intensivo e favorire quindi il passaggio a metodi di allevamento più rispettosi non solo degli animali, ma anche della salute umana e dell’ambiente.

Tra le nostre più importanti vittorie vi sono alcune normative comunitarie, come quella che vieta l’uso delle gabbie non modificate per le galline ovaiole, oppure quella che proibisce l’utilizzo delle gabbie di gestazione per le scrofe nella parte centrale della gravidanza, ma anche il fondamentale riconoscimento degli animali come esseri senzienti, avvenuto tramite l’articolo 13 del Trattato dell’UE. Altresì possiamo considerare come grandi vittorie il passaggio di alcuni giganti dell’industria alimentare a sistemi di allevamento più rispettosi. CIWF infatti, da oltre dieci anni, ha un Dipartimento Settore Alimentare che collabora proprio con le aziende per migliorare la vita degli animali nelle loro filiere. Ad oggi quasi due miliardi di animali nel mondo hanno visto la propria vita migliorata come conseguenza del nostro lavoro con le aziende. E i numeri sono in aumento.

Da qualche tempo avete lanciato la campagna su una etichettatura che informi sui metodi d’allevamento, proponendo una petizione. Che cosa volete ottenere?

Come sa, CIWF lavora anche in Italia da diversi anni. La questione dell’etichettatura secondo il metodo di allevamento è centrale per noi perché è uno strumento fondamentale affinché i consumatori possano fare una scelta informata al momento dell’acquisto di carne e latticini. Se chiediamo ai consumatori di preferire prodotti maggiormente rispettosi del benessere animale, è fondamentale che possano riconoscerli! Al momento questo, però, non è possibile perché l’etichettatura che riporta il sistema di allevamento esiste a livello obbligatorio solo per le uova in guscio e solo a livello volontario per il pollame. Gli altri prodotti ne sono privi. In questo scenario, dato il crescente interesse dei consumatori italiani per il benessere animale, proliferano etichette con claim di benessere animale tutte slegate dal sistema da allevamento e perciò fuorvianti. Mi riferisco ad esempio all’etichetta “benessere animale in allevamento” del CReNBA, ma ve ne sono anche altre. Questa etichetta del CReNBA fa riferimento ad un protocollo realizzato appunto dal Centro di Referenza Nazionale per il Benessere Animale. Il protocollo viene applicato sia alle vacche allevate “alla posta” che a quelle a stabulazione libera. L’etichetta che appare sui prodotti, però, recita indistintamente “benessere animale in allevamento”. Un esempio eclatante, che purtroppo proviene da un ente governativo in cui un’etichetta può diventare fuorviante, non dando nessuna informazione effettiva sul metodo d’allevamento.

Quindi, dal momento che gli stati membri non possono varare norme obbligatorie in termini di etichettatura, chiediamo al governo italiano di emanarne almeno una volontaria a livello nazionale, che tenga appunto conto del metodo di allevamento.

La CIWF è molto vicina alla gente e ne conosce bene gli umori. Secondo lei, un potenziale consumatore sarebbe disposto a pagare di più per prodotti di origine animale derivanti da allevamenti in cui gli animali sono stati allevati in condizioni il più possibile simili a quelle naturali?

Assolutamente sì. E lo prova ad esempio la crescita esponenziale del biologico, il sistema che prevede l’accesso al pascolo. Crescita che peraltro non è allo stato attuale totalmente giustificata, data la frequente scarsa applicazione della normativa nel nostro paese. Ma questo è tutto un altro discorso che potremo approfondire in altra sede.

Ci può raccontare qualche esperienza internazionale magari nel settore latte e in quello carne da ruminanti? 

Certamente. E per farlo mi servo di uno degli strumenti che la CIWF ha creato per incentivare e riconoscere il cambiamento delle aziende alimentari, i Premi Benessere Animale. Si tratta di riconoscimenti simbolici, certo, ma di enorme valore. Nel settore del latte assegniamo i Premi Good Milk, che prevedono due menzioni di onore separate, per vacche e vitelli, e un Premio pieno per entrambi gli animali. In questo caso, posso citare il supermercato francese Monoprix che ha ottenuto da noi una menzione di onore Good Milk per il loro latte liquido, incluso l’UHT. Tale menzione prevede l’accesso al pascolo durante la stagione appropriata per tutte le vacche della mandria, oltre al divieto di stabulazione fissa e la messa in atto di un programma attivo per il monitoraggio e il miglioramento di zoppie, mastiti, condizione corporea, longevità ed espressione di comportamenti positivi.

La stessa menzione di onore è stata raggiunta da Philadelphia nel Regno Unito, Irlanda e Benelux grazie al lavoro fatto con il loro fornitore Friesland Campina per raggiungere gli standard del nostro premio.

Dal punto di vista dei vitelli invece vi è una lunga lista di aziende britanniche che non solo garantiscono il pascolo alle loro vacche ma, tramite un apposito sistema di tracciabilità, garantiscono che i loro vitelli siano ingrassati in sistemi maggiormente rispettosi del benessere animale. Ad esempio, Jamie Oliver e la catena di supermercati Waitrose. Conoscere il destino dei vitelli e assicurare loro condizioni di maggiore benessere animale è ancora problematico in Italia, ma, come ci mostrano gli esempi che ho citato, possibile.

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Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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