Conoscere i fattori di rischio per evitare le infezioni ombelicali nel vitello

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Conoscere i fattori di rischio per evitare le infezioni ombelicali nel vitello

Le infezioni ombelicali sono una delle principali malattie del vitello neonato ed hanno un’incidenza variabile tra l’ 1,3 % (Svensson et al., 2003) ed il 29,9 % (Hathaway et al., 1993). Si dividono in due categorie: infezioni del cordone ombelicale esterno (onfalite ed ascesso ombelicale) ed infezioni ombelicali intraddominali (flogosi dell’uraco, onfaloflebite ed onfaloarterite). Dalla regione ombelicale infetta i batteri possono guadagnare il circolo ematico e raggiungere le articolazioni, i polmoni, i reni, il cuore ed altri organi causando gravi complicazioni, ridotto accrescimento giornaliero medio ed aumento della mortalità. Individuare e controllare i fattori di rischio delle infezioni ombelicali è di importanza cruciale per avere una rimonta sana, numerosa e potenzialmente produttiva (vacche da latte) ma anche vitelli sani, robusti e con un buon incremento ponderale giornaliero (bovini da carne).

Il cordone ombelicale è una struttura anatomica che deriva dal peduncolo ventrale dell’embrione e che dà passaggio ai vasi ombelicali che assicurano gli scambi vitali del feto. Al momento della nascita il cordone ombelicale si lacera ad una distanza di circa 10-20 centimetri della cute del vitello e le strutture in esso contenute si ritraggono in addome. In particolare, la vescica si ritira in direzione del bacino, trascinando con se i monconi dell’uraco e delle arterie ombelicali che costeggiano lateralmente la vescica stessa. La vena ombelicale, diretta al fegato, si sposta cranialmente e rimane fissata da un meso sulla linea mediana della parete addominale (futuro legamento falciforme del fegato). Proprio questa serie di eventi rappresenta il primo fattore di rischio.

Modalità di lacerazione

Lo stiramento del cordone ombelicale al momento del parto è un evento necessario per assicurare la normale involuzione delle strutture in esso contenute. I vitelli nati per parto cesareo, in cui la lacerazione del cordone non avviene in modo fisiologico,  sono maggiormente a rischio di contrarre infezioni ombelicali. Spesso il parto con presentazione posteriore e, con minor frequenza, quello in posizione anteriore comportano una lacerazione del cordone radente l’anello ombelicale. In questo modo, sebbene uraco, arterie e vena ombelicale migrino correttamente in addome, l’assenza del rivestimento espone pericolosamente il peritoneo all’ambiente esterno. Una tempestiva pulizia, disinfezione e sutura dell’anello beante è sufficiente a prevenire contaminazioni che possono rivelarsi fatali. Completano il protocollo operativo una copertura antibiotica di almeno 5 giorni e una frequente ispezione/palpazione della regione ombelicale nei primi 10 giorni.

Sala parto

Il box per il parto è un luogo della stalla la cui importanza viene poco riconosciuta. Poche aziende hanno un’area dedicata esclusivamente al parto e usarla correttamente richiede una grande professionalità e disciplina da parte degli operatori. Il box parto deve essere spazioso, dotato di abbeveratoio e mangiatoia e, soprattutto, pulito. La pulizia è assicurata da tre accorgimenti: lettiera cambiata di frequente, superficie calpestabile di almeno 15 mq (l’ideale è 25 mq) e box occupato solo da vacche partorienti. Quest’ultimo aspetto è fondamentale per mantenere la lettiera meno contaminata possibile: spostare le bovine nell’imminenza del parto (fase dilatante) e toglierle subito dopo assicura infatti un grado di contaminazione enormemente minore rispetto ad un box parto occupato per giorni o anche da più animali contemporaneamente. La permanenza del vitello insieme alla madre è un altro importante fattore di rischio. Sebbene i consumatori più esigenti siano orientati a non tollerare l’allontanamento precoce del vitello, è doveroso sottolineare che ciò predispone ad un rischio sanitario più alto. Infine, in sala parto è più agevole assicurare al vitello una corretta disinfezione ombelicale e colostratura.

Disinfezione ombelicale

La disinfezione del cordone ombelicale tiene ancora oggi divisi i ricercatori del settore. In particolare, è messa in discussione la sua efficacia per ridurre la mortalità neonatale. Un recentissimo studio di Wieland et al., pubblicato nel 2017 sul Journal of Dairy Science, ha messo a confronto tre diverse soluzioni disinfettanti (Navel Guard®, tintura di iodio al 7% e clorexidina al 2%) e non ha evidenziato alcuna differenza significativa sulla capacità di prevenire le infezioni ombelicali o le patologie correlate (enterite, polmonite, artrite). Con ogni probabilità non è il tipo di disinfettante ma la pratica della disinfezione in sé a fare la differenza, ovviamente come parte dell’intero sistema di management del vitello neonato. La metodica corretta di disinfezione prevede la spremitura del cordone e l’applicazione di disinfettanti (tintura di iodio al 7% o clorexidina al 2%) tramite dipping o garze imbevute sul moncone ombelicale.

Colostratura

A causa del particolare tipo di placenta dei bovini (epitelio-coriale), i vitelli nascono completamente privi di anticorpi e necessitano dell’assunzione di un’adeguata quantità di colostro nelle prime ore di vita. La relazione tra onfalite ed inadeguata colostratura è evidente dal momento che quest’ultima è necessaria per assicurare al neonato gammaglobuline, leucociti e numerosi fattori di crescita indispensabili per la competenza immunitaria. La quantità di colostro necessaria ad ogni vitello equivale al 10% del peso corporeo (Godden, 2008.) ma, per motivi di praticità, si raccomandano minimo 3, massimo 4 litri/capo, somministrati tramite biberon o sonda gastrica (fortemente raccomandata!). Poiché la chiusura della barriera enterica inizia dopo 6 ore dalla nascita e si completa a 24 ore, è fondamentale che il colostro sia somministrato nelle prime 6 ore e non oltre le 12 ore. Da questo punto di vista i parti notturni rappresentano il fattore di rischio maggiore per una colostratura inefficiente. Monitorare le caratteristiche del colostro ed un adeguato trasferimento d’immunità passiva è semplice e perfettamente eseguibile anche in azienda. I parametri più significativi sono:

  1. Carica batterica inferiore alle 100.000 UFC/ml.
  2. Concentrazione di immunoglobuline superiore a 50 grammi/litro valutabili rapidamente con un rifrattometro, tenendo presente che il valore precedente equivale al 22 % su scala brix.
  3. Assenza di microrganismi patogeni (il colostro può essere pastorizzato).
  4. Valutazione del siero del vitello da 2 a 8 giorni di vita con l’obiettivo di verificare il corretto trasferimento dell’immunità passiva. In campo generalmente si usano rifrattometri manuali o digitali. I primi si servono di due scale: quella di brix o quella delle proteine totali. I valori soglia di riferimento, sebbene ci siano differenze sostanziali tra i vari studi scientifici, sono: 5,5 g/dl nella scala delle proteine totali e 7,8% nella scala di brix.

Ambiente di crescita

Dopo le prime cure, il vitello neonato è trasferito in un box di crescita ove rimane per un periodo di tempo variabile. L’isolamento è fondamentale per la prevenzione delle malattie neonatali. In particolare, impedendo il contatto si scongiura anche il rischio di succhiamento reciproco della regione ombelicale, fattore di rischio di onfaliti ed ernie ombelicali. Il controllo della temperatura ambientale, una lettiera pulita, latte di buona qualità e in quantità adeguata hanno un’importanza cruciale per il corretto sviluppo del sistema immunitario. Un’azienda che pone scarsa attenzione a questi aspetti corre il rischio di vanificare tutto il lavoro fatto precedentemente.

 

La gestione del vitello neonato è generalmente demandata al personale di stalla che spesso è poco motivato, gravato da numerose altre mansioni e, soprattutto, poco consapevole della delicatezza di alcune operazioni. In quest’ottica il veterinario può realmente fare la differenza sottolineando l’importanza di alcuni passaggi (disinfezione del cordone ombelicale, colostratura ecc.) stilando protocolli operativi utili al personale di stalla per agire correttamente (chi fa che cosa?) e adottando alcuni semplici procedimenti di controllo con l’intento di valutare che le indicazioni siano state realmente messe in pratica.

 

DOI 10.17432/RMT.2111-2141
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Veterinario Libero Professionista. Email: marcospag@yahoo.it

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