Prima d’entrare nel dettaglio della notizia e’ bene conoscere la Compassion In World Farming, meglio nota con l’acronimo CIWF. Si tratta di una delle più grandi onlus internazionali tra quelle che hanno lo scopo di porre fine all’allevamento intensivo e di promuovere pratiche di allevamento rispettose del benessere degli animali, dell’ambiente e delle persone. La CIWF fu fondata nel 1967 da Peter Robert, allevatore inglese di bovine da latte che ad un certo punto non condivise più i metodi dell’allevamento intensivo, un tempo sicuramente più coercitivi degli attuali. In questi quasi 50 anni di attività la CIWF ha messo in atto molte campagne, alcune delle quali hanno contribuito a risultati come:

  • Il riconoscimento degli animali d’ allevamento come esseri senzienti a partire dal 1997
  • La fine delle sovvenzioni all’esportazione di animali vivi verso il Medio Oriente nel 2005
  • Il miglioramento delle condizioni di vita per i vitelli a carne bianca a partire dal 2007

E’ da tempo che la CIWF ha preso di mira le nostre produzioni tipiche, ed in particolare quelle del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, accusandole di silenzio e complicità verso pratiche d’allevamento non rispettose del benessere delle bovine definite “segreti inconfessabili”. Nell’estate 2017 è stata realizzata una video-inchiesta per dimostrare che questi animali vivono in allevamenti dove non c’è il pascolo e, in molti casi, l’accesso all’esterno. Oltre a questo, la video-inchiesta testimoniava animali eccessivamente magri e malati.

Condividiamo ampiamente e affermiamo con forza il fatto che spesso, se non quasi sempre, gli allevamenti scelti da certe inchieste giornalistiche e reportage che vogliono solo dimostrare qualcosa non rappresentano la realtà media dell’allevamento di bovine da latte in Italia.

La cura del benessere delle bovine è un requisito della produzione, per cui chi non lo garantisce ai propri animali non è un buon allevatore e non trarrà sufficiente reddito dalla sua attività.

Ad Ottobre 2017 la CIWS ha formalizzato con una lettera pubblica queste accuse ai due Consorzi di tutela, chiedendo un preciso impegno su:

  • Il garantire alle bovine almeno 100 giorni di pascolo all’anno.
  • La proibizione della stabulazione fissa.
  • Monitoraggio del benessere animale.

I due Consorzi di tutela hanno risposto rapidamente con due lettere, incluse anche in un nostro reportage, che sostanzialmente confutavano le accuse di maltrattamento degli animali e specificavano che molti allevamenti, specialmente quelli che producono il latte per il Grana Padano, vengono valutati con il metodo CreNBA, messo a punto dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia-Romagna. La posizione della CIWF è piuttosto critica nei confronti del “Metodo CreNBA”. Infatti, nella guida al consumo consapevole proposta da questa onlus viene specificato:

“Attenzione: il claim ”Benessere animale in allevamento”, che può essere utilizzato sui prodotti lattiero-caseari dalle aziende che rispettano gli standard del protocollo del CReNBA (Centro di referenza nazionale per il benessere animale), non implica necessariamente che le vacche siano in condizioni di completo benessere. Infatti il protocollo del CReNBA restituisce una sorta di fotografia del livello medio di gestione dell’allevamento, benessere delle vacche e bio-sicurezza. Ma tra tracciare lo stato della stalla e parlare di benessere animale c’è molta differenza”.

Contemporaneamente a questo, la CIWF ha attivato una petizione per chiedere al Ministro delle Politiche Agricole l’introduzione di un’etichettatura volontaria dove poter inserire le modalità d’allevamento, al fine di dare la possibilità al consumatore di scegliere da chi comprare il latte, la carne e le uova, in funzione della tipologia d’allevamento.

Le risposte dei Consorzi di tutela del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano non sono piaciute alla CIWF, soprattutto quelle del Parmigiano Reggiano, per cui la onlus ha organizzato lo scorso 16 Marzo 2018 una protesta sui social (social storm) attraverso un Tweet, un messaggio Facebook o una mail da inoltrare a questo consorzio per rendere obbligatorio il pascolo per almeno 100 giorni all’anno e per programmare in termini ragionevoli la riconversione a stabulazione libera delle stalle oggi alla posta fissa. Secondo la CIWF, sarebbero stati fatti in quel giorno 10.000 Tweet e sono state raggiunte 5.000.000 di persone nel mondo.

In una newsletter successiva la CIWF ha lamentato che, nonostante tutto questo, il Consorzio di tutela del parmigiano Reggiano è rimasto sordo alla richiesta degli almeno 100 giorni di pascolo all’anno.

Questa importante DOP italiana ha prodotto nel 2017 3.650.000 forme di formaggio, con una previsione d’incremento nel 2018. L’export, principalmente verso paesi come gli USA, la Francia e la Germania, assorbe circa la metà dell’intera produzione e tutti noi ben sappiamo quanto sia elevata la sensibilità verso i temi etici da parte dei consumatori occidentali, specialmente nord-europei.

La richiesta della CIWF dei 100 giorni di pascolo all’anno minimi è “nelle corde” di paesi nord-europei, dove per ragioni climatiche sarebbe possibile, e questa condizione potrebbe essere inserita dal legislatore europeo come scelta qualificante per il benessere animale.

Quella che abbiamo riportato fino ad ora è la cronologia di un discussione che è forse solo la punta dell’iceberg di un disagio di fondo che in alcune situazioni divide profondamente ampie fasce di consumatori dai produttori di alimenti di origine animale, semplicemente a causa di equivoci e mancanza di dialogo.

Ignorare le sollecitazioni della CIWF non è né corretto né saggio. Il tema è estremamente complesso dal punto di vista tecnico e pericolosissimo da un punto di vista commerciale, soprattutto per l’esportazione verso i paesi nord-europei e nord-americani dove forse è radicata la convinzione che il Parmigiano reggiano si faccia con il latte di bovine che pascolano e che quindi mangiano erba.

Sarebbe auspicabile, per il bene di tutti, che nascesse a breve un tavolo di confronto non politico o ideologico ma solo tecnico. Certo è che non prendere provvedimenti di dissuasione, anche di medio-lungo periodo, dal continuare ad allevare le bovine con la stabulazione fissa è una scelta anacronistica in questi tempi di crescita esponenziale della sensibilità verso il rispetto dell’ambiente e dei diritti degli animali destinati a produrre cibo per l’uomo.

La questione del pascolo è molto complessa e richiede un attento studio di fattibilità e anche della corretta definizione di ciò che significa. Se per pascolo s’intende la possibilità per le bovine di frequentare paddock esterni, sia in lattazione che in asciutta, quando le condizioni meterologiche lo consentono, la cosa non presenta particolari difficoltà per molti allevamenti. Diversa è la situazione se s’intende per pascolo quello che realmente significa, ossia animali che mangiano erba pascolata per almeno 100 giorni l’anno. Un terreno non supporta più di 1-1.5 capi per ettaro per cui, nel comprensorio del Parmigiano Reggiano e del Grana Padano, vista l’elevata concentrazione di animali, il pascolo propriamente detto è impossibile, a meno che non si riduca drasticamente il numero di animali allevati e quindi di forme prodotte, decisione ovviamente da non prendere minimamente in considerazione.

 

 

 

 

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