E’ ormai noto a tutti che a causa del diffondersi di ceppi batterici ultraresistenti agli antibiotici è urgente ed improrogabile razionalizzare, o meglio limitare all’indispensabile, l’uso di queste molecole sia nell’uomo che negli animali. Affermare questo è molto facile ma ci sono delle patologie che colpiscono la bovina da latte, come la mastite, che sono sempre molto difficili da curare a causa dell’elevato rischio di una loro cronicizzazione.

La situazione della prevalenza delle mastiti subcliniche nel nostro Paese è migliorata negli anni, ma non come era ragionevole aspettarsi. In mancanza di un osservatorio epidemiologico nazionale e di una raccolta sistematica di alcune informazioni, non conosciamo la prevalenza in Italia delle mastiti cliniche. Per valutare l’andamento della forma sub-clinica abbiamo invece a disposizione i dati raccolti dall’Associazione Italiana Allevatori, bovina per bovina, durante i controlli funzionali. Per monitorare l’andamento di questa patologia è importante conoscere a livello di singolo allevamento, di Regione e nazionale quale è la concentrazione di cellule somatiche nel latte e quante bovine hanno un valore ≥ 200.000 cs/ml. AIA possiede inoltre informazioni sull’andamento delle mastiti croniche e sul tasso di nuove infezioni e guarigioni in asciutta a livello individuale, d’allevamento e per area geografica.

Osservando l’elaborazione di Alessia Tondo dell’Ufficio Studi di AIA si può notare come l’andamento della media ponderata delle cellule somatiche individuali delle frisone italiane che partecipano al programma nazionale di selezione genetica sia migliorato negli ultimi 7 anni ma molto lentamente.

Si considera sana, e quindi non infiammata, una mammella bovina che ha una concentrazione di cellule somatiche del latte ≤ 200.000/ml, anche se oggi si tende a ridurre questo cut off a 100.000/ml. Dal grafico sottostante, sempre di provenienza AIA, si vede facilmente che tale percentuale è ancora compresa, nell’arco dell’anno, tra il 25 e il 30%, anche se negli ultimi 7 anni il dato è stato in costante miglioramento.

Tanti sono stati gli errori fatti in passato sulla gestione degli antibiotici per curare le infezioni della mammella, sia alla messa in asciutta che in lattazione, come il procedere a tentativi, l’utilizzare l’antibiotico consigliato dal vicino, lo scegliere le pomate endomammarie in base al prezzo ed il non avere coinvolto con la dovuta determinazione i veterinari nella diagnosi eziologica e nella terapia. Pur tuttavia, c’è da dire che l’uso degli antibiotici per le mastiti è inferiore all’1% dell’impiego di questi farmaci negli animali d’allevamento. Inoltre, curare adeguatamente gli animali fa parte del rispetto e della gratitudine che dobbiamo loro: essere curati è infatti un loro diritto. Immaginare di sospendere completamente l’uso degli antibiotici per curare le mastiti è teoricamente possibile, a patto che ci sia in allevamento un igiene “ospedaliero”, che la stalla sia indenne dai patogeni definiti “contagiosi” e che le bovine siano in un ottimo stato di salute e nutrizione. Ma anche se si realizzassero queste condizioni, sarebbe necessario mettere a budget che molte più bovine del solito dovrebbero lasciare gli allevamenti a causa della cronicizzazione delle mastiti.

Sono molte le alternative “non farmacologiche” oggi disponibili per gestire le mastiti, anche se le prove di efficacia pubblicate sulle riviste scientifiche “peer reviewed” sono poche e spesso controverse. Si tratta comunque di una branca della conoscenza molto interessante che vale la pena di approfondire sia da un punto di vista della ricerca che della divulgazione.

Si può stilare una lista, sicuramente incompleta ma piuttosto ricca, di soluzioni non farmacologiche per prevenire e “curare” le mastiti sia cliniche che sub-cliniche. Tra le soluzioni c’è sicuramente la nutrizione, perché le carenze e gli eccessi di determinati nutrienti possono interferire sul buon funzionamento del sistema immunitario. Tra i principi attivi disponibili troviamo gli acidi grassi a media catena, gli oli essenziali, gli antiossidanti, i peptidi antimicrobici, le batteriocine, le beta-defensine, gli antiossidanti e alcuni additivi come le biomolecole di AHV.

Per districarsi tra questi gruppi di principi attivi non farmacologici, e poter consigliare adeguatamente gli allevatori sul loro uso in alternativa agli antibiotici, personalmente seguo il seguente criterio:

  • Mantengo una lista aggiornata di queste soluzioni.
  • Cerco di capirne il meccanismo d’azione che deve rispondere almeno al principio ineludibile della plausibilità.
  • Se disponibile, e se si tratta di prodotti commerciali, approfondisco la loro conoscenza dagli informatori e dal materiale da loro prodotto.
  • Colleziono e studio i lavori scientifici pubblicati sulle riviste “peer reviewed” che hanno tra i materiali e metodi queste molecole.
  • Con lo stesso metodo, seguo i congressi specializzati.

Relativamente alla mastite, esiste l’associazione statunitense National Mastitis Council (NMC) che regolarmente organizza  congressi annuali, nazionali e internazionali, e alcuni regionali, rispettivamente dal 1976 e dal 1968. Il NMC ha circa 1100 soci in 40 nazioni nel mondo. Nei proceedings dei congressi si possono trovare le comunicazioni relative alle varie possibili soluzioni alternative all’uso degli antibiotici. Portando alcuni esempi, ad oggi sulla nutrizione si possono trovare 322 comunicazioni, sugli oli essenziali 35 e sugli antiossidanti 34.

Prevenire e curare le mastiti senza l’uso degli antibiotici è estremamente complesso e pericoloso ma possibile, a patto che si seguano alcune regole professionali nello scegliere le giuste soluzioni.

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