Gli acidi grassi essenziali e la fertilità – Parte II

//Gli acidi grassi essenziali e la fertilità – Parte II

Gli acidi grassi essenziali e la fertilità – Parte II

Gli acidi grassi essenziali della serie 3 hanno degli effetti molto favorevoli sulla fertilità della bovina da latte. Aumentano infatti il numero e la taglia dei follicoli ovulatori e la concentrazione di progesterone nel sangue, mentre riducono le prostaglandine della serie 2 come la PGF2α. I grassi aggiunti alle diete di fine asciutta ed inizio lattazione, stimolando la secrezione epatica di colesterolo, aumentano le possibilità del follicolo e del corpo luteo di produrre rispettivamente estrogeni e progesterone.

Grazie alla maggiore disponibilità di acido linolenico viene inibita la sintesi di PGF2α. L’acido linolenico e l’EPA sono infatti precursori della serie 3 delle prostaglandine che sono in competizione con gli enzimi che presiedono la sintesi di questa molecola. EPA e DHA agiscono inibendo la sintesi dell’acido arachidonico e quindi delle prostaglandine della serie due. Oltre a inibire la produzione uterina di prostaglandine della serie due, gli omega 3 inibiscono la produzione di citochine dei monociti. Affascinante è il meccanismo d’azione che alcuni EFA hanno sui sistemi cellulari. Esistono dei recettori situati sulla membrana nucleare delle cellule, denominati PPARs o recettori attivati dai proliferatori perossisomiali, che vengono attivati da specifici acidi grassi. Ne esistono tre sottotipi: alfa, beta e gamma. In particolare, gli alfa stimolano l’espressione di geni che influenzano il metabolismo lipidico e delle lipoproteine e mediano cambiamenti potenzialmente protettivi sul sistema cardiovascolare. I recettori gamma migliorano la sensibilità dei tessuti per l’insulina stimolando i cosiddetti “geni della parsimonia”. Quest’ultimo aspetto può avere dei risvolti applicativi molto importanti nel combattere quello che sembrerebbe un problema emergente della bovina da latte, ossia l’insulino-resistenza.

Gli EFA sono ormai considerati molecole nutraceutiche, ossia principi naturali in grado di influenzare positivamente la salute degli animali, e sono ritenuti validi strumenti a disposizione della nutrizione clinica della bovina da latte, soprattutto quando si sta affrontando il problema della sub-fertilità e l’immuno-deficienza. Per evitare “fallimenti” terapeutici o profilattici è sempre bene considerare l’effetto dose, strettamente legato alla capacità di neutralizzazione che il rumine ha nei confronti di queste sostanze, e gli specifici e totalmente opposti effetti che gli omega 3 e gli omega 6 hanno soprattutto nella sintesi delle prostaglandine. In linea teorica, ma con forti risvolti pratici, sarebbe funzionale incrementare la concentrazione di omega 6 nel close-up e di omega 3 dalla fine del puerperio fino alla nuova gravidanza.

Conclusioni

  • I NEFA sono acidi grassi saturi a lunga catena e sono simili a molti di quelli assorbiti dall’intestino tenue e presenti nella dieta (C16:0 o acido palmitico e C18:0 o acido stearico) quando aggiunti da fonti saponificate e idrogenate.
  • Un’elevata concentrazione ematica di NEFA viene “letta” negativamente dai sensori metabolici dell’ipotalamo e dei follicoli ovarici in quanto espressione di NEBAL e quindi di una condizione non favorevole alla riproduzione.
  • La bovina non è in grado di distinguere se i NEFA provengono dal tessuto adiposo o se arrivano dall’intestino attraverso la dieta.
  • Molti dei NEFA vengono comunque prioritariamente reclutati dalla mammella per la sintesi del grasso del latte.
  • Nella gestione della fertilità delle bovine i NEFA, la concentrazione di grasso nel latte delle singole bovine nel primo mese di lattazione e i singoli acidi grassi vengono utilizzati come biomarker del bilancio energetico. La proteina del latte serve invece da biomarker per il bilancio proteico.
  • Si ritiene ideale che nel sangue di una bovina in lattazione la concentrazione dei NEFA sia < 0.6 mmol/L e che nel latte ci siano non meno dello 0.85% di acidi grassi “de novo” (da C4.0 a C14:1), ossia il 18-30% degli acidi grassi totali. La concentrazione ideale di acidi grassi “mixed” (C16:0 – C16:1) e di quelli preformati (C18:0, C18:1 e C18:2) è invece del 35-40%. La presenza di una percentuale di grasso nel latte individuale > 4.80 % nel primo mese di lattazione nella frisona è utilizzata come biomarker di grave bilancio energetico negativo. Una percentuale di proteina nel latte < 2.80% nella frisona e nel primo mese di lattazione è invece un biomarker per il NEBAL e il NPB (negative protein balance).
  • Ad avere effetti postivi sulla fertilità sono gli acidi grassi polinsaturi (PUFA) omega 3, come l’acido linolenico (C18:3 n-3), anche detto ALA, l’acido eicosapentaenoico (C20:5 n-3), conosciuto anche come EPA, e l’acido docosaesaenoico (C22:6 n-3) o DHA. I PUFA ω 3 incrementano la sensibilità delle cellule agli stimoli dell’insulina (insulin sensitizer) e quindi l’uptake del glucosio, riducono la produzione di prostaglandine (PGF) e quindi migliorano la persistenza del corpo luteo. I PUFA sono però responsabili della “sindrome da basso grasso del latte” e dell’alterazione dei rapporti tra gli acidi grassi del latte. Bastano 2.5 gr dell’isomero trans-10, cis-12 del C18:3 per avere una riduzione del 25% del grasso del latte. Questo ed altri isomeri si sviluppano nel rumine a causa della bio-idrogenazione dei doppi legami dovuta all’enorme quantità di H+ liberi presenti in questo organo.
  • L’ALA è principalmente presente nell’olio di lino mentre l’EPA e il DHA si trovano prevalentemente nelle alghe e in alcuni pesci che se ne nutrono.
  • Qualora si ritenga necessario integrare la dieta delle bovine con PUFA ω-3 di origine vegetale, come il C18:3 n3, è consigliabile utilizzare una fonte rumino-protetta per evitare un calo della concentrazione del grasso del latte ed ottenere un corretto apporto intestinale.

 

Rubrica a cura di Vetagro


 

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