Gli ormoni nel latte svolgono un ruolo fisiologico, ma rappresentano anche un rischio per la salute?

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Gli ormoni nel latte svolgono un ruolo fisiologico, ma rappresentano anche un rischio per la salute?

Questo breve articolo nasce dalla volontà di contribuire a fare un po’ di chiarezza sui potenziali effetti del latte sulla salute del consumatore. Il latte e i suoi derivati, da sempre considerati un costituente fondamentale della dieta dell’essere umano, si trovano oggi al centro di numerose dispute che ne mettono in dubbio la salubrità. Gli effetti dell’assunzione di latte vaccino sulla salute umana sono molto discussi e le opinioni diverse, anche se è possibile identificare due gruppi principali d’opinione: il primo costituito da coloro che consumano il latte e ne difendono le proprietà nutritive, e il secondo composto da chi non lo consuma e lo ritiene più o meno dannoso per la salute. Queste posizioni assumono spesso i connotati da “tifo da stadio”, e non si basano su una corretta e approfondita informazione scientifica. Inoltre, i moderni sistemi di divulgazione permettono una proliferazione esponenziale delle “fonti”, che sono spesso parziali ed incomplete e che necessiterebbero di una valutazione dell’attendibilità.

Il consumatore dovrebbe innanzitutto essere consapevole che il latte è una matrice biologica estremamente complessa, come sono complesse le interazioni tra l’alimento “latte” e il consumatore di latte, sia esso il vitello o il consumatore umano. Oggigiorno, i ricercatori stanno solamente iniziando a comprendere queste interazioni, mediate dall’intestino e dal microbiota intestinale. Infine, è necessario tener ben presente che alcune affermazioni sull’effetto negativo del consumo di latte derivano da correlazioni basate su studi epidemiologici, senza che una chiara relazione causa-effetto e un’inequivocabile dimostrazione di un meccanismo d’azione siano state descritte.

Uno dei temi che maggiormente preoccupa il consumatore è la presenza di ormoni nel latte e che ci sia il rischio di assimilarne tali ormoni attraverso il consumo. Il latte di tutte le specie di mammifero contiene naturalmente una pletora di ormoni e fattori di crescita di origine materna, che svolgono numerose funzioni fisiologiche sia sulla ghiandola mammaria che a favore dello sviluppo del neonato. Per questo motivo il latte da molto tempo non è più visto come una mera fonte di principi nutritivi, ma come un vero e proprio sostegno allo sviluppo fisiologico del nuovo individuo.

Come è stato affermato in precedenza, le interazioni tra un alimento e chi lo consuma sono molto complesse. Esistono almeno tre potenziali modi attraverso i quali l’assunzione di un alimento complesso, qual è il latte, potrebbe influenzare le concentrazioni di un particolare ormone nel circolo ematico del consumatore. Il primo si riferisce ad un assorbimento diretto dell’ormone contenuto nel latte da parte dell’intestino; il secondo prevede che uno o più componenti dell’alimento siano in grado di stimolare il rilascio dell’ormone endogeno; infine, il terzo considera il microbiota intestinale quale mediatore tra alimento e sistema neuro-endocrino del consumatore.

Tra gli ormoni presenti nel latte, il fattore di crescita insulino-simile (IGF-1) è, in particolare, imputato di avere un potenziale effetto negativo sulla salute del consumatore. La maggioranza delle fonti bibliografiche riportano che la concentrazione di IGF-1 nel latte vaccino maturo sia di pochi nanogrammi per millilitro di latte, raggiungendo al massimo 15-20 ng/ml. Questi valori sono significativamente inferiori a quelli misurabili nel sangue della maggior parte dei mammiferi, uomo compreso. Al contrario, la concentrazione di IGF-1 nel colostro può essere circa 10-15 volte più elevata. D’altro canto, è stato ampiamente documentato che, durante i primi giorni di vita, tutti i mammiferi sono in grado di assorbire intatto questo fattore di crescita, e che ciò concorre al corretto sviluppo dell’apparto digerente del neonato.

A conoscenza di chi scrive, le pubblicazioni scientifiche che descrivono l’assorbimento di IGF-1 da parte degli animali adulti non sono numerose. Uno studio completo è stato eseguito da Kimura e collaboratori nel 1997 [1]. Riassumendo le conclusioni di questo lavoro, è possibile dire che l’ormone IGF-1 sfugge alla digestione gastrica, ma subisce una sostanziale digestione a livello di intestino tenue; l’assorbimento intestinale è generalmente limitato, ma aumenta in maniera sostanziale in presenza della caseina, che sembra svolgere un’azione protettiva nei confronti dell’ormone. Sebbene questa sperimentazione sia stata molto accurata, le condizioni sperimentali sono lontane da quelle fisiologiche. In particolare, le concentrazioni di IGF-1 somministrate ai ratti possono essere considerate “farmacologiche”, ed erano dell’ordine dei microgrammi per millilitro (mille volte più concentrato che nel latte). Inoltre, il set sperimentale “ex-vivo” può aver determinato alterazioni della barriera intestinale. Pertanto, le conclusioni degli autori stessi sono piuttosto caute e non possono essere considerate definitive.

Per quanto riportato fino a questo punto, l’assorbimento intestinale di IGF-1 contenuto nel latte parrebbe un meccanismo secondario. Infatti, anche ipotizzando un consumo quotidiano di mezzo litro di latte, considerate le concentrazioni di IGF-1 presenti nel latte bovino, l’assunzione giornaliera dell’ormone sarebbe molto limitata e non in grado di influenzare in modo significativo le sue concentrazioni nel sangue del consumatore, anche ammettendo un assorbimento intestinale del 100%. Tuttavia, la relazione tra consumo di latte e/o prodotti lattiero-caseari e concentrazioni di IGF-1 nel sangue del consumatore è stata riportata in numerose pubblicazioni scientifiche, ed è stato osservato come tale aumento sia associato al consumo di caseina, ma non di sieroproteine. Il meccanismo d’azione della caseina, però, non è stato descritto, sebbene siano state fatte alcune ipotesi.

In una recentissima pubblicazione [2], Harrison e collaboratori hanno rivisitato 7239 pubblicazioni per valutare se il consumo di latte sia un fattore di rischio per l’insorgenza di cancro alla prostata e se questo rischio sia associabile ad un aumento dei livelli di IGF-1 nel sangue. Gli autori, dopo un necessario ed accurato processo di selezione, hanno effettuato una metanalisi su 142 pubblicazioni che mettevano in relazione il consumo di latte o derivati con l’insorgenza del tumore alla prostata, e su 31 pubblicazioni che mettevano in relazione il consumo di latte e derivati con l’aumento delle concentrazioni ematiche di IGF-1. Gli autori hanno concluso che il consumo di latte e/o latticini è associato ad un moderato aumento della probabilità di insorgenza del tumore prostatico e ad un moderato aumento delle concentrazioni di IGF-1. Hanno inoltre affermato che l’aumento di IGF-1 potrebbe essere uno dei fattori che lega il rischio di insorgenza di tumore prostatico con il consumo di latte. Ma ciò che appare di notevole interesse in questa pubblicazione è la discussione dei criteri di inclusione dei lavori scientifici. Infatti, le pubblicazioni scientifiche su questo tema presentano disegni sperimentali molto eterogenei e, nella maggior parte dei casi, l’aumentato consumo di latte è stato proposto in aggiunta (e non in sostituzione) alla dieta abituale dei soggetti. Considerando che in molti casi i soggetti reclutati consumavano diete in cui latte e latticini erano già presenti, il rischio di questi esperienze è quello di valutare gli effetti legati ad un eccesso del consumo di latte e prodotti derivati.

Infine, l’effetto del microbiota intestinale sulla crescita ossea e sulla secrezione endogena di IGF-1 è stato recentemente provato utilizzando un modello sperimentale che si avvaleva di topi “germ-free” [3]. In questo elegante lavoro si è osservato che la secrezione di IGF-1 endogeno veniva stimolata sia dalla colonizzazione intestinale con una microbiota “pathogen-free” che dalla somministrazione di acidi grassi a corta catena, che sono prodotti del metabolismo della microflora intestinale. Pertanto, è plausibile che gli alimenti, da soli o in combinazione tra loro, possano agire sul sistema neuroendocrino attraverso la modulazione del microbiota. Tuttavia, vista la complessità del sistema “microbiota-intestino-ospite”, è assolutamente necessario estendere ed approfondire la ricerca in questo settore in modo da evitare di dare risposte semplicistiche ai consumatori.

In conclusione, secondo chi scrive è molto complesso indagare l’effetto del latte sulla salute, e non è indagando i singoli costituenti del latte che si potrà dare una risposta al quesito se il latte rappresenti un rischio per la salute. L’alimentazione umana si fonda su un’enorme varietà di alimenti, ed è altamente probabile che sia la dieta nel suo complesso ad influenzare la risposta fisiologica del consumatore. Si potrebbe concludere con la sentenza di Paracelso: “Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non fit” ovvero “Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto“.

 

Letture suggerite

[1] Kimura et al. (1997). Gastrointestinal absorption of recombinant human insulin-like growth factor-I in rats. The Journal of Pharmacology and Experimental Therapeutics, 283:611-618.

[2] Harrison et al. (2017). Does milk intake promote prostate cancer initiation or progression via effects on insulin-like growth factors (IGFs)? A systematic review and meta-analysis. Cancer Causes Control, 28:497-528.

[3] Yan et al. (2016). Gut microbiota induce IGF-1 and promote bone formation and growth. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America, 113:E7554-E7563.

 

DOI 10.17432/RMT.2050-2081
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About the Author:

Professore ordinario presso il Dipartimento di Biomedicina comparata e alimentazione dell'Università di Padova. Email: gianfranco.gabai@unipd.it

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