Il Benchmark: ovvero l’erba del vicino non è necessariamente sempre più verde

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Il Benchmark: ovvero l’erba del vicino non è necessariamente sempre più verde

Benchmark o benchmarking sono terminologie coniate negli anni settanta da Robert Camp, della Xerox Corporation, e non significano altro che “confronto”. Qualsiasi attività umana, sia essa produttiva, intellettuale o sportiva, si basa sul confronto. Imprese che producono il medesimo bene, o professionisti che esercitano la stessa professione si chiedono periodicamente se il loro numero di clienti, la loro produttività e la loro redditività sia nella mediasuperiore o inferiore rispetto ai loro diretti competitor. Questo come stimolo a fare meglio o essere gratificati di avere fatto abbastanza e quindi evitare inutili frustrazioni. Anche nello sport, gli atleti o le squadre si confrontano tra loro verso una prestazione media, bassa o eccellente. Forse il benchmark appartiene intimamente alla struttura culturale e forse anche biologica umana.

Gli allevamenti sono imprese che hanno, o meglio, dovrebbero avere come obiettivo primario il reddito, anche se bisogna ammettere che il fattore “passione” ha un peso rilevante in questa come in altre attività imprenditoriali umane. Non sempre la logica del mero profitto condiziona le scelte di molti esercizi che vedono l’imprenditore e il professionista guidare direttamente la propria attività. Nelle grandi imprese industriali e commerciali, magari multinazionali, quotate in borsa e a guida manageriale, è normale che sia il profitto l’unico metro di giudizio e di condizionamento delle scelte tattiche e strategiche.

Un allevamento si chiede se il prezzo del suo chilo di latte e di carne è più alto o più basso degli altri, se il suo costo d’alimentazione è in linea, se il personale che impiega è tanto o poco e se è retribuito correttamente. Le imprese agricole e zootecniche, anche quelle che gestiscono un “professionale” conto economico, non hanno spesso la percezione di quale sia il normale profitto a cui tendere e questo può provocare o sciattezza o frustrazione.

Le singole prestazioni tecniche che necessitano un confronto sono note, ma non sempre questi dati sono raccolti e ordinati correttamente e quindi utilizzabili per un confronto; invece le performance economiche altro non sono che le singole “righe” di un conto economico a struttura standard e dove si sono confrontati i criteri con cui compilare i dati. Quando ad esempio si vuole confrontare, o meglio, fare il benchmarking della prima voce di spesa per fare il latte e la carne che è l’alimentazione, se non lo si fa con aziende che hanno deciso come valorizzare gli alimenti prodotti in azienda, ogni confronto è impossibile. Al costo di produzione, al valore di mercato o un prezzo mediato? Lo stesso si può dire per ogni “riga” del conto economico, sia nella sezione ricavi che in quella dei costi. Una volta stabiliti criteri univoci di determinazioni di queste “voci”, il confronto si deve fare tra allevamenti cosiddetti “omogenei”, ossia delle medesime dimensioni, che hanno lo stesso indirizzo produttivo, nello specifico destinazione del latte e della carne, e soprattutto siano ubicati in una zona simile. Il benchmark darà periodicamente un valore medio con cui confrontarsi e un valore massimo e minimo, pertanto ci saranno allevatori che potrebbero eccellere sul ricavo, perché hanno una produzione molto elevata, ma essere gli ultimi in classifica sui costi.

La pratica costante del benchmark migliora anche la vita degli imprenditori e dei professionisti in quanto toglie l’ansia di sognare performance impossibili, magari derivanti dal racconto del vicino, e al contempo permette il “dissezionamento” della propria attività per soffermarsi su quella riga del conto economico o su quella singola performance tecnica che condiziona negativamente la prestazione complessiva. Per abbracciare quindi la cultura del benchmarking, occorre una gestione ordinata dei dati, magari su appositi software ma, cosa molto importante, una base di allevamenti omogenei con cui confrontarsi. Nel passato, il confronto “orale” si faceva settimanalmente al mercato, ossia quando gli allevatori s’incontravano oppure al bar. Oggi gli allevatori valutano le proprie performance attraverso dialoghi più o meno sinceri e approfonditi con i loro fornitori di beni (agenti di commercio e tecnici dell’industria) o di servizi (commercialista e consulenti) ma il più delle volte con impressioni, sentito dire e quant’altro.

In origine e per molti anni, il più importante benchmarking tecnico lo esercitava l’Associazione Italiana Allevatori e le sue consociate regionali e provinciali e le Associazioni Nazionali di razza. Era il “compenso”, o meglio il ritorno, che veniva fornito all’allevatore il quale forniva i suoi fenotipi per la selezione genetica. Oggi questa azione informativa importante viene ancora parzialmente esercitata, ma sicuramente non si è evoluta e si è persa di vista la consapevolezza dell’ enorme importanza che ciò riveste. Ma si sa che “morto un papa se ne fa un altro” e gruppi di allevatori si stanno organizzando non solo nel fare sinergie negli acquisti, ma anche nel confrontare i loro conti economici e, a breve, anche le performance tecniche. Il confrontarsi con paesi stranieri, spesso culturalmente e geograficamente lontani, è si utile, ma è di scarsa applicazione pratica se l’obiettivo è migliorarsi e, perché no vivere, una vita più serena.

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Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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