Il consumo di latte bovino aumenta il livello di iodio nelle donne in età fertile in uno studio randomizzato controllato

//Il consumo di latte bovino aumenta il livello di iodio nelle donne in età fertile in uno studio randomizzato controllato

Il consumo di latte bovino aumenta il livello di iodio nelle donne in età fertile in uno studio randomizzato controllato

S Maria O’Kane,1 L Kirsty Pourshahidi,1 Maria S Mulhern,1 JJ Strain,1 Emer M Mackle,1 Duygu Koca,2 Lutz Schomburg,2 Sarah Hill,3 Jennifer O’Reilly,3 Diana Kmiotek,3 Christian Deitrich,3 Sarah C Bath,4 and Alison J Yeates1
1Nutrition Innovation Centre for Food and Health (NICHE), School of Biomedical Sciences, Ulster University, Coleraine, County Londonderry, Regno Unito; 2Charité-Universitätsmedizin Berlin, Institute for Experimental Endocrinology, Berlino, Germania; 3LGC, Teddington, Middlesex, Regno Unito; e 4Department of Nutritional Sciences, School of Biosciences and Medicine, University of Surrey, Guildford, Regno Unito 

Abstract

Introduzione

Metodi

Risultati

Discussione

Ringraziamenti

Riferimenti

 

Abstract

Background

Prove recenti hanno evidenziato una prevalenza della carenza, da lieve a moderata, dello iodio in donne in età fertile e in quelle in gravidanza, con notevoli conseguenze sulla salute pubblica dovute all’importante ruolo dello iodio (coinvolto nella produzione degli ormoni tiroidei) durante il neurosviluppo. Il latte vaccino può far incrementare l’assunzione dello iodio in diversi paesi. 

Obiettivo

L’obiettivo di questo studio era quello di analizzare l’effetto dell’aumento del consumo di latte vaccino sui livelli di iodio, sulle concentrazioni degli ormoni tiroidei e sui livelli di selenio. 

Metodi

Uno studio controllato randomizzato di 12 settimane è stato condotto su 78 donne sane (di età compresa tra i 18 e i 45 anni) che consumavano latte in maniera lieve/moderata (< 250 ml/die). Al gruppo di intervento è stato chiesto di consumare 3 litri di latte parzialmente scremato alla settimana, mentre il gruppo di controllo ha continuato a consumare il latte come d’abitudine (media di base: 140 ml/giorno, IQR: 40-240 ml/giorno). Al basale e alle settimane 6 e 12, i partecipanti hanno fornito un campione spot di urina [concentrazione urinaria di iodio (UIC), creatinina] e un campione di sangue raccolto a digiuno (concentrazioni di ormone tiroideo, selenio sierico totale, selenoproteina P). 

Risultati

Al basale, la UIC media (IQR) di tutti i partecipanti era di 78.5 μg/L (39.1-126.1 μg/L). Le variazioni della UIC media basale alla 6a settimana  (35.4 rispetto a 0.6 μg/L, P = 0.014) e alla 12a settimana (51.6 rispetto a -3.8 μg/L, P = 0.045) erano significativamente maggiori nel gruppo di intervento rispetto a quelle nel gruppo di controllo. Nonostante ciò, i cambiamenti relativi al rapporto iodio:creatinina (rispetto al valore basale) non sono risultati significativamente diversi tra i gruppi della 6 a (P = 0.637) o della 12 a settimana (P = 0.178). In nessun momento sono state evidenziate differenze significative nelle concentrazioni di ormone tiroideo o nei livelli di selenio
tra i gruppi.

Conclusioni

Il presente studio mostra come un consumo aggiuntivo di latte vaccino possa far aumentare significativamente la UIC nelle donne in età fertile. Questi risultati suggeriscono che il latte vaccino è una potenziale fonte alimentare di iodio molto importante per questo specifico sottogruppo della popolazione. Questo esperimento è stato registrato su www.clinicaltrials.gov come NCT02767167. J Nutr 2018; 148: 401-408.

Parole chiave: iodio, donne in età fertile, latte vaccino, studio clinico randomizzato controllato, deficienza di iodio, selenio.

Introduzione

Lo iodio è un microelemento essenziale e necessario per la produzione degli ormoni tiroidei triiodotironina (T3) e tiroxina (T4), fondamentali per la crescita umana e per il neurosviluppo (1, 2). Il selenio è necessario per la conversione del T4 nell’ormone T3 metabolicamente attivo, ed è quindi considerato un co-nutriente nello studio della funzionalità tiroidea (3). Il fabbisogno di iodio aumenta durante la gravidanza, a causa di un aumento del tasso di sintesi degli ormoni tiroidei, della clearance renale e del passaggio di iodio al feto (4, 5). Le conseguenze di una diminuzione del livello di iodio durante la gravidanza possono andare, da un deficit dell’apprendimento (6) ad una diminuzione del quoziente intellettivo (7) in caso di carenza lieve, fino al ritardo mentale irreversibile associato al cretinismo, in caso di carenza grave (8, 9). L’OMS raccomanda pertanto 250 μg di I/die per le donne in gravidanza e in allattamento, e la dose di assunzione di nutrienti di riferimento (RNI) per gli adulti, comprese le donne in età fertile, è di 150 μg di I/giorno (10). La concentrazione di iodio nelle urine (UIC) viene misurata per stabilire il suo consumo in una popolazione, poiché il  ≤ 90% dello iodio alimentare viene escreto con le urine stesse. Nella popolazione in generale una UIC media < 100 μg/L è indicativa di una carenza di iodio (10) e nei soggetti in gravidanza un UIC medio < 150 μg/L ne indica una carenza in questo sottogruppo (10). Garantire che le donne entrino in gravidanza con sufficienti riserve di iodio nella tiroide è una questione molto importante per la salute pubblica. Tuttavia, la carenza di questo microelemento rimane ad oggi una preoccupazione in tutto il mondo e ci sono numerose segnalazioni di insufficienti livelli di iodio (UIC ≤100 μg/L) specie tra le donne in età fertile che vivono in paesi industrializzati, compresi gli Stati Uniti, dove comunque in commercio è disponibile il sale iodato (11-15). Latte e latticini possono contribuire in maniera significativa all’apporto alimentare di iodio totale in Stati Uniti, Danimarca, Norvegia, Regno Unito e Irlanda (16-20), con il latte che contribuisce al 33% delle assunzioni totali nella popolazione adulta del Regno Unito (21). In questo paese, è stato suggerito che il calo generale del consumo di latte potrebbe aver contribuito ad un aumento della comparsa della carenza di iodio, da lieve a moderata, osservata negli ultimi anni (12, 22, 23). Prove ottenute mediante studi osservazionali hanno costantemente dimostrato come il consumo di latte sia associato positivamente con l’assunzione e i livelli di iodio, anche negli Stati Uniti (11, 24-28). Tuttavia, secondo le nostre conoscenze, nessuno studio controllato randomizzato ha ancora esaminato l’effetto del consumo di latte vaccino pastorizzato sui livelli dello iodio. È legittimo ipotizzare la possibilità di favorire l’aumento delle concentrazioni di iodio aumentando il consumo di latte, un alimento economico e ampiamente disponibile, in un sottogruppo della popolazione vulnerabile a questa carenza. L’obiettivo principale di questo studio era quello di indagare l’effetto di un aumento del consumo di latte vaccino sul livello di iodio, misurato dall’UIC. Gli obiettivi secondari erano quelli di valutare l’effetto del consumo di latte sulle concentrazioni di ormone tiroideo e di selenio. 

Metodi

Partecipanti e progettazione dello studio

Lo studio era rappresentato da un trial dietetico controllato randomizzato della durata di 12 settimane condotto su 78 donne sane in età fertile ed eseguito dalla Ulster University, Coleraine, tra il luglio e il dicembre 2015. Il reclutamento riguardava donne di età compresa tra i 18 e i 45 anni, il cui consumo di latte era abitualmente da basso a moderato (consumo di latte ≤ 250 ml/die). I criteri di esclusione riguardavano: fumatori, storia di patologie tiroidee o gastrointestinali, utilizzo di farmaci per la tiroide, intolleranza al lattosio, allergia al latte, non consumatori di latte, dieta vegana e soggetti che avevano assunto integratori alimentari contenenti iodio o selenio nei 3 mesi precedenti lo studio. Ulteriori criteri di esclusione riguardavano le donne incinte, che allattavano al seno o che stavano pianificando una gravidanza durante il periodo dello studio e quelle che erano considerate nel periodo peri- o post-menopausa. Il consenso informato scritto è stato firmato dai partecipanti idonei. Il presente studio è stato condotto secondo le linee guida stabilite nella Declaration of Helsinki e tutte le procedure che coinvolgevano soggetti umani sono state approvate dalla Ulster University Research Ethics Committee (REC/15/0042). Lo studio è stato registrato su clinicaltrials.gov (NCT02767167). La dimensione a priori del campione è stata calcolata utilizzando G*Power (Università di Dusseldorf), versione 3.1 (29), con la UIC come esito primario tra i gruppi. È stato richiesto un campione con dimensione totale di 70 individui per poter rilevare (o meno) un aumento del 30%  della UIC media della popolazione (80.1 μg/L), modificando il livello dello iodio da inadeguato a sufficiente (α = 0.05, β = 0.80; dimensione dell’effetto = 0.30) (26). Un ulteriore 10% è stato aggiunto tenendo conto dell’abbandono dello studio. Un responsabile non legato agli studi clinici ha assegnato, in maniera casuale, i partecipanti idonei o al gruppo di intervento o a quello di controllo utilizzando il software di randomizzazione MINIM (30). La randomizzazione stratificata è stata fatta sulla base del consumo medio di latte basale (inferiore o superiore al consumo medio di 120 ml/die) con un rapporto di allocazione di 1:1 per poter garantire che i gruppi fossero bilanciati rispetto al loro consumo abituale di latte. Ai partecipanti del gruppo di intervento sono stati forniti 3 litri di latte pastorizzato parzialmente scremato alla settimana, ed essi erano tenuti a consumarlo in maniera uniforme durante la settimana (~ 430 ml/giorno) nella maniera da loro più desiderata (ovvero, come bicchiere di latte, frappè o in tè o caffè), continuando, allo stesso tempo, a mantenere le loro consuete abitudini alimentari e il loro stile di vita. Prima dell’analisi del latte utilizzato durante l’intervento, si è ipotizzato che il consumo dei 430 ml di latte/die avrebbe fornito ulteriori 133 μg di I/die (92% del RNI del Regno Unito; 140 μ /die) (31), basandoci su una concentrazione attesa di iodio nel latte pari a 310 μg/L (32). A quelli del gruppo di controllo non è stato fornito latte e gli è stato chiesto di continuare il loro consumo abituale, con le loro abitudini alimentari e con l’usuale stile di vita. Il latte utilizzato nello studio è stato acquistato al dettaglio ed aveva quindi una composizione simile a quella della tipologia consumata abitualmente dai partecipanti prima dell’indagine e dal gruppo di controllo durante tutto il periodo dell’intervento. Ogni partecipante è stato sottoposto ad una visita clinica completa al basale (settimana 0) e alle settimane 6 e 12, quando sono state raccolte le misure antropometriche, i dati sulla dieta, i campioni di urina e di sangue. 

Campioni di sangue ed urina

I partecipanti hanno fornito un campione mattutino non a digiuno di urina da 10 ml alle settimane 0, 6 e 12. I campioni sono stati raccolti in provette sterili prive di conservanti. Sono state prelevate delle aliquote da ogni campione e poi sono stati conservati a -80° C fino all’analisi dei lotti alla fine dello studio. Alle settimane 0, 6 e 12 un operatore esperto ha prelevato anche un campione di sangue da 30 ml dai soggetti a digiuno. I campioni di sangue sono stati processati entro 4 ore dalla raccolta. Le aliquote sieriche sono state ottenute centrifugando sangue intero a 1370 g per 15 minuti a 4°C. Le aliquote preparate sono state conservate a -80°C fino all’analisi dei lotti alla fine dello studio. 

Misurazioni antropometriche

L’altezza (in centimetri) è stata misurata il più vicino possibile (0.1 cm) al basale utilizzando uno stadiometro calibrato (SECA). Il peso (in chilogrammi) è stato misurato, ad ogni punto temporale, con un’approssimazione di 0.1 kg, senza indumenti pesanti o calzature utilizzando bilance calibrate (SECA, Brosch Direct Ltd.). Il BMI è stato calcolato come peso diviso per altezza al quadrato (kg/m2). Tutte le misurazioni sono state fatte dallo stesso ricercatore utilizzando la stessa attrezzatura per tutti i punti temporali. 

Dieta

Per ogni punto temporale, i partecipanti hanno completato un richiamo dietetico delle 24 ore, che è stato analizzato utilizzando Nutritics. I richiami dietetici delle 24 ore sono stati utilizzati per stimare il consumo di latte al fine di valutare la conformità con lo studio d’intervento. 

Misurazioni biochimiche

La UIC è stata misurata in campioni rappresentativi mediante spettrometria di massa a plasma accoppiato induttivamente dall’University Hospital di Southampton (7). Il livello di iodio del gruppo è stato classificato secondo i criteri dell’OMS, per i quali un UIC medio  < 100 μg/L indica il rischio di una carenza di iodio (10). Tutti i campioni sono stati misurati in duplice copia e l’accuratezza dei risultati è stata verificata per mezzo di materiale di riferimento certificato (Seronorm Level 1 e Level 2; Sero). La concentrazione di creatinina urinaria è stata misurata anche presso l’University Hospital di Southampton con il metodo di Jaffe (7, 33). Il rapporto iodio:creatinina è stato calcolato per correggere la variazione intra individuale del volume urinario (10, 34, 35). Le concentrazioni sieriche di ormone tiroideo sono state misurate per valutare la funzionalità tiroidea. Le concentrazioni di T3 (FT3), T4 (FT4) liberi e di ormone tireostimolante (TSH) sono state analizzate utilizzando un analizzatore modulare Roche Cobas 8000 (Biochemistry Laboratory, Northern Health e Social Care Trust). I valori di riferimento normali utilizzati erano i seguenti: TSH, 0.27-4.2 mIU/L; FT3, 3.5-6.8 nmol/L; e FT4, 12.0-22.0 pmol/L (36). Due marker della concentrazione di selenio sono stati misurati dalla Charité-Universitätsmedizin di Berlino. Le concentrazioni sieriche di selenio totale sono state misurate mediante fluorescenza a raggi X, utilizzando uno spettrometro a raggi X a riflessione totale (PicofoxS2; Bruker Nano GmbH). Ai fini di questo studio, il livello di selenio era considerato inadeguato quando la sua concentrazione sierica era inferiore ai 70 μg/L (37). Abbiamo anche misurato le concentrazioni sieriche di selenoproteinaP (SELENOP), una misura funzionale del livello di selenio (38), mediante un saggio ELISA a sandwich (Selenotest; ICI GmbH). 

Analisi del latte

Sono stati raccolti e conservati a -20°C dei campioni settimanali (n = 21) del latte fornito al gruppo di intervento fino al momento della loro analisi per valutarne le concentrazioni di iodio e di selenio, da parte di LGC Limited (Teddington, Middlesex, Regno Unito). Per la determinazione del selenio, i campioni sono stati sottoposti a digestione con microonde con acido nitrico (39); per la determinazione dello iodio, i campioni sono stati digeriti con idrossido di tetrametilammonio prima della spedizione a LGC Limited (39). I campioni sono stati analizzati mediante spettrometria di massa a plasma accoppiato induttivamente (Element2; ThermoFisher Scientific), come descritto in precedenza (40). L’incertezza del metodo per l’analisi dello iodio e del selenio è stata calcolata, rispettivamente, come ± 10% e ± 15%, utilizzando l’International Organization for Standardization 17 025. L’accuratezza dei risultati è stata verificata utilizzando materiale di riferimento certificato (ERMBD150; Standard LGC). 

Figura 1. Diagramma di flusso CONSORT che illustra il flusso dei partecipanti durante lo studio d’intervento. CONSORT, Consolidated Standard of Reporting Trials; UIC, concentrazione urinaria di iodio. 

Clicca sull’immagine per ingrandire

Analisi statistiche

L’analisi statistica è stata effettuata mediante l’utilizzo di Statistical Package for Social Sciences (SPSS) per Windows (versione 22.0, IBS SPSS Statistics). I risultati raccolti si basavano su analisi intention-to-treat (ultima osservazione riportata). La normalità è stata valutata utilizzando il test di Kolmogorov-Smirnov. I dati sulla UIC, sul rapporto iodio:creatinina e sulla SELENOP non erano distribuiti normalmente e pertanto abbiamo riportato le medie e gli IQR. Le differenze tra i gruppi sono state stimate utilizzando test t indipendenti per i dati parametrici o test U Mann-Whitney per i dati non parametrici. Abbiamo utilizzato test Signed-Rank di Wilcoxon per esaminare i cambiamenti all’interno di ciascun gruppo durante lo svolgimento dello studio. Per confrontare la percentuale dei partecipanti con un basso livello di iodio o di selenio (UIC <100 μg/L, selenio < 70 μg/L) tra i gruppi, è stato utilizzato il test esatto di Fisher visto la piccola numerosità di ciascun gruppo. L’ANOVA ad 1 fattore è stata utilizzata per testare le variazioni della concentrazione di iodio e di selenio nei campioni di latte utilizzato durante l’intervento. Le correlazioni per ranghi di Spearman sono state utilizzate per esplorare il rapporto tra il consumo di latte e il livello dello iodio. Un valore P <0.05 è stato considerato significativo ovunque. 

Tabella 1. Caratteristiche di base dei partecipanti allo studio di entrambi i gruppi1 

1I valori sono in media (IQR), n = 78. FT3, triiodotironina libera; FT4, tiroxina libera; SELENOP, selenoproteina P; TSH, ormone tireostimolante; UIC, concentrazione urinaria di iodio. 

2Le differenze, al basale tra i 2 gruppi sono state stimate mediante il test U di Mann.Whitney o da t test indipendenti. 

Risultati

In Figura 1 è delineata una panoramica del reclutamento e del flusso dei partecipanti allo studio, secondo le linee guida di CONSORT (Consolidated Standards of Reporting Trials) (41). Dei 78 partecipanti reclutati, 5 si sono ritirati (n = 2 del gruppo di intervento, n = 3 del gruppo di controllo). L’analisi intention-to-treat è stata condotta su tutti e 78 i partecipanti. Non c’erano differenze in nessuna caratteristica di base tra i partecipanti che si sono ritirati dallo studio e quelli che hanno completato lo studio. Le caratteristiche basali dei partecipanti al gruppo di intervento (n = 39) e a quello di controllo (n = 39) sono mostrate nella Tabella 1. L’età media (IQR) di base dei partecipanti era 26.5 anni (21.8- 33.0 anni). Tra i gruppi di intervento e di controllo non c’erano differenze significative al basale per quanto riguardava qualsiasi caratteristica dei partecipanti, inclusa la UIC (P = 0.393), il rapporto iodio:creatinina (P = 0.842) e il consumo giornaliero di latte (P = 0.539). Utilizzando i dati provenienti dal richiamo dietetico di 24 ore, l’assunzione giornaliera media di latte (IQR) nel gruppo di controllo è stata stimata, alle settimane 0, 6 e 12 rispettivamente, in 140 ml/die (40-240 ml/die), 130 ml/die (80-240 ml/die) e 120 ml/die (80- 225 ml/die). In confronto, il gruppo di intervento ha consumato una stima, alle settimane 0, 6 e 12 rispettivamente,  di 120 ml/die (40-200 ml/die), 340 ml/die (120-425 ml/die) e 260 ml/die (150-420 ml/die). 

Livello dello iodio

La UIC era significativamente più elevata nel gruppo di intervento dopo le settimane 6 e 12 rispetto a quella del gruppo di controllo (P = 0.005 e P = 0.026, rispettivamente) (Tabella 2). Anche le variazioni della UIC (rispetto al basale) alla sesta settimana  (media: 35.4 rispetto a 0.6 μg/L, P = 0.014) e alla dodicesima settimana (51.6 rispetto a -3.8 μg/L, P = 0.045) erano significativamente maggiori nel gruppo di intervento rispetto a quelle del gruppo di controllo. Il rapporto iodio:creatinina tendeva ad essere maggiore nel gruppo di intervento rispetto al gruppo di controllo alla sesta (P = 0.10) e alla dodicesima settimana (P = 0.14), e anche il cambiamento nel rapporto basale-sesta settimana, tendeva ad essere più alto nel gruppo di intervento (36.7 rispetto a -4.0 μg/L, P = 0.061) rispetto al gruppo di controllo. All’interno del gruppo di intervento, sia la UIC che il rapporto iodio:creatinina erano significativamente maggiori, se comparati ai valori basali (UIC, P = 0.007; iodio:creatinina , P = 0.004), tra la sesta e la dodicesima settimana (UIC, P = 0.02; iodio:creatinina, P = 0.01). Tuttavia, non vi erano differenze significative nell’UIC o nel rapporto iodio:creatinina nel gruppo di controllo quando i valori basali sono stati confrontati con quelli della 6a settimana (UIC, P = 0.84, iodio:creatinina, P = 0.94). Quando i valori basali sono stati confrontati con i valori della 12a settimana, non vi era alcuna differenza significativa nell’UIC all’interno del gruppo di controllo (P = 0.49)e, anche se sembrava esserci un aumento del rapporto iodio:creatinina, questo alla fine non è risultato significativo (P = 0.11). Di base, il 62% dei partecipanti appartenenti al gruppo di intervento avevano una UIC < 100 μg/L, che si è ridotto significativamente ad un 38% dopo l’intervento (P = 0.042). Nel gruppo di controllo non è stato osservato alcun cambiamento significativo nella proporzione dei partecipanti aventi una UIC <100 μg/L, tra il valore basale (62%) e quello raccolto alla dodicesima settimana (61%) (P = 0.838). Per tutti i partecipanti, il consumo di latte riportato è stato associato, in maniera positiva e significativa, con il rapporto iodio:creatinina basale (ρ = 0.27, P = 0.018) e in maniera non significativa, con la UIC (ρ = 0.19, P = 0.09). Dopo l’intervento, l’associazione positiva tra il rapporto iodio:creatinina e il consumo di latte, è rimasta significativa nel gruppo di intervento (ρ = 0.464, P = 0.004) ma non nel gruppo di controllo (ρ = 0.311, P = 0.06). Di base, quei partecipanti che avevano un consumo di latte considerato sopra la media (> 120 ml/die), avevano uno rapporto iodio:creatinina significativamente più alto nelle urine [media (IQR): 91.4 μg/g (67.2-117 μg/g) rispetto a 70.4 μg/g (54.7-110 μg/g); P = 0.04], e nessuna associazione con la UIC [72.2 μg/g (29.6-111 μg/g) rispetto a 91.8 μg/g (39.6-149 μg/g); P = 0.184], rispetto a quei soggetti che consumavano un quantitativo inferiore di latte ( ≤ 120 ml/die). Il consumo di latte segnalato nel gruppo di intervento alla settimana 6 e alla settimana 12 era, rispettivamente, di 340 e 260 ml/die, ma non vi era alcuna differenza significativa tra i 2 punti temporali (P = 0.791). 

Ormoni tiroidei e livello del selenio

Di base, il 97% (n = 76), il 100% e il 96% (n = 75) dei partecipanti aveva concentrazioni di TSH, FT4 e FT3 entro il range della normalità. L’intervento con il latte non ha avuto alcun effetto sulle variazioni dell’ormone tiroideo, senza differenze significative tra i gruppi (rilevate alla dodicesima settimana) per quanto riguardava il TSH (P = 0.478), l’FT3 (P = 0.938) o l’FT4 (P = 0.921) (Tabella 2). Né è stata riscontrata alcuna differenza significativa tra i gruppi per quanto concerne la concentrazione di selenio sierico (P = 0.934) o di SELENOP (P = 0.540), sempre valutati alla dodicesima settimana (Tabella 3). La concentrazione media di selenio sierico in tutti i gruppi era, al basale, di 77.9 μg/L e il 27% (n = 21) dei partecipanti presentava uno livello di selenio inadeguato (< 70 μg/L). Di questi partecipanti, il 17% aveva anche una UIC < 100 μg/L. Non sono state riscontrate differenze significative tra i gruppi per quanto concerne la proporzione dei partecipanti con un basso (< 70 μg/L) livello di selenio sierico al basale (P = 0.31) o al termine dello studio (P = 0.80). 

Composizione in iodio e selenio del latte

La concentrazione media (IQR) di iodio nel latte usato durante l’intervento era di 746 μg/L (715-790 μg/L) e la concentrazione media (IQR) di selenio era di 19.9 μg/L (18.6-21.1 μg/L) . Non è stata riscontrata alcuna differenza significativa nelle concentrazioni di iodio (P = 0.15) o di selenio nel latte usato nell’intervento durante il mese di raccolta (P = 0.22) (Tabella supplementare 1). 

Tabella 2. Livello dello iodio basale, alla 6a e alla 12a settimana1, nei partecipanti allo studio. 

1I valori sono in media (IQR), n = 78. *Diversi al basale, P < 0.05. FT3, triiodotironina libera; FT4, tiroxina libera; TSH, ormone tireostimolante; UIC, concentrazione urinaria di iodio. 

2Le differenze tra i gruppi ad ogni punto temporale, sono state stimate mediante il test U di Mann.Whitney o da t test indipendenti.

Tabella3. Livello di selenio basale e alla 6e alla 12asettimana1, dei partecipanti allo studio. 

1I valori sono in media (IQR), n = 78. SELENOP, selenoproteina P. 

2Le differenze tra i gruppi ad ogni punto temporale, sono state stimate mediante il test U di Mann.Whitney o da t test indipendenti. 

Discussione

Secondo le nostre conoscenze, questo è il primo studio randomizzato controllato effettuato per indagare l’effetto del consumo di latte vaccino sui livelli di iodio. I risultati mostrano come, dopo l’aggiunta di 3 litri a settimana di latte vaccino, un aumento giornaliero del consumo di questo prodotto possa incrementare in maniera significativa l’UIC, rispetto a quanto rilevato in un gruppo di controllo che ha continuato a bere, come d’abitudine, un quantitativo moderato di latte. Le donne in età fertile della nostra coorte erano classificate, al basale, come lievemente carenti di iodio secondo loro UIC media che era  di 78.5 μg/L (39.1-126 μg/L). Anche studi condotti in precedenza hanno segnalato una carenza di iodio tra le donne in età fertile nel Regno Unito e in Irlanda (11, 42, 43). Tuttavia, i dati provenienti dal recente National Diet and Nutrition Survey suggeriscono che, nel complesso, le donne britanniche in età fertile (16-49 anni) hanno uno livello di iodio adeguato, con una UIC media (ventesimo-ottantesimo percentile) di 117 μg/L (65 -198 μg/L) (44). Nonostante l’ampia mole di dati che si hanno a livello di popolazione, quelli del NDNS (basati su un solo campione di urina spot) non possono fornirci informazioni affidabili sulla prevalenza della carenza di iodio in questo sottogruppo, ed è stato visto che i dati sulla dieta, raccolti durante lo stesso sondaggio, spesso non ci suggeriscono la presenza di un’adeguata alimentazione con iodio (44, 45). È quindi possibile che nel Regno Unito una percentuale considerevole di donne possa entrare in gravidanza con riserve di iodio basse (45). Questo è particolarmente preoccupante, perché studi recenti hanno dimostrato come anche una carenza lieve di iodio durante la gravidanza sia associata ad una diminuzione del quoziente intellettivo e della capacità di lettura nei bambini di 8-9 anni (7). Negli Stati Uniti, dove l’aggiunta di iodio al sale è obbligatoria e la UIC della popolazione viene monitorata dal 1971, si ritiene che le donne in età fertile abbiano, in linea generale, un tenore di iodio sufficiente (46, 47). Tuttavia, sono state osservate delle fluttuazioni durante il corso degli anni che sono state attribuite a cambiamenti nelle pratiche agricole, che possono influenzare le concentrazioni di iodio nel latte (15, 48). Il presente studio ha mostrato che è possibile aumentare significativamente la UIC media nel gruppo di intervento, dalla settimana 0 fino alla settimana 12, e il rapporto iodio:creatinina, anche se in maniera non significativa (P > 0.05). Degli incrementi simili del livello dello iodio sono stati raggiunti durante uno studio di intervento durato 2 settimane, che prevedeva l’utilizzo di alghe in capsule e condotto su un gruppo di donne di età compresa tra i 18 e i 50 anni (43). Sebbene l’alga sia una buona fonte di iodio, il contenuto di questo microelemento è estremamente variabile e c’è la preoccupazione che il consumo di elevate quantità di alghe possa portare a dei livelli di assunzione che vanno al di sopra del limite massimo di tollerabilità (49, 50). Inoltre, il sale iodato non è sempre disponibile in quei paesi, come il Regno Unito, dove l’integrazione non è obbligatoria (51), e pertanto è improbabile che questo prodotto possa essere una fonte affidabile di iodio per i  gruppi più vulnerabili. Ricerche precedenti, condotte negli Stati Uniti, hanno evidenziato come la concentrazione di iodio negli integratori alimentari sia molto variabile (range: 0-300 μg/die) (52, 53) e come ci sia un basso consumo di tali integratori tra le donne in età fertile ( 54-56). Quindi in molti paesi il latte risulta essere la fonte più importante di iodio (16, 17, 19, 44) e questo studio ci dimostra che un aumento del suo consumo può favorire un incremento dei livelli di iodio, come stabilito dalla UIC. In precedenza, abbiamo riportato come le donne in età fertile abbiano una scarsa conoscenza di quali siano le fonti alimentari di iodio (57). Pertanto i piani di sanità pubblica messi a punto per far fronte alla carenza di iodio, potrebbero focalizzarsi nell’educare le giovani donne circa l’importanza di ricevere un’integrazione di iodio adeguata, e nel sensibilizzare l’utilizzo del latte vaccino come significativa fonte alimentare di questo elemento. Si stima che 6 miliardi di persone in tutto il mondo consumino latte e, sebbene il consumo sia maggiore nei paesi più sviluppati, il divario con i paesi in via di sviluppo si sta progressivamente restringendo (58). I dati più recenti provenienti da sondaggi sull’alimentazione della popolazione del Regno Unito, mostrano come il 73% delle donne, di età compresa tra i 19 e i 64 anni, siano delle consumatrici di latte parzialmente scremato, con un consumo medio di 95 g/giorno (44). In linea generale, i dati mostrano che il consumo di latte è in declino, in particolare tra le ragazze e gli adolescenti che sono le categorie più vulnerabili alle conseguenze di una carenza di iodio (59). Un motivo potrebbe risiedere nel fatto che queste categorie d’età percepiscono il latte come un alimento ricco di grassi. Condurre delle ricerche qualitative potrebbe fornirci ulteriori informazioni sui potenziali ostacoli all’aumento del consumo di latte nelle donne in età fertile. Ciò contribuirà a sviluppare delle campagne educative migliori, necessarie per mettere in risalto il valore nutrizionale del latte nella dieta. Si sa che lo iodio e il selenio sono in grado di interagire tra di loro, visto che il selenio è un cofattore degli enzimi che convertono T4 nell’ormone T3 metabolicamente attivo (3). Prove osservazionali precedenti hanno suggerito che una carenza di selenio può andare a vanificare tutti gli sforzi fatti per far fronte ad una carenza di iodio (60-62). Nel presente studio, le concentrazioni sieriche medie di selenio al basale erano nel range massimo (70-100 μg/L) e la maggior parte delle selenoproteine, inclusa la glutatione perossidasi 3 (GPx3), mostrava la massima attività (63). Sebbene la SELENOP sia indicativa del pool funzionale di selenio nel corpo, non esistono dei range di riferimento stabiliti (38). Non è stata osservata alcuna variazione, legata ad un aumento del consumo di latte, nel livello di selenio dei gruppi, come attestato mediante i 2 biomarcatori. È possibile che ciò sia dovuto al fatto che i partecipanti (al basale) hanno un livello di selenio sufficiente, in associazione al fatto che il latte usato durante l’intervento può aver fornito un quantitativo di selenio inferiore agli 8.5 μg/die (14% dell’RNI dei 60 μg/die per le donne) (31). Inoltre, la numerosità del campione di questo studio è stata calcolata per la principale misura di esito, la UIC, e per questo, non vi era potenza sufficiente per riuscire ad esaminare, in maniera affidabile, gli effetti sul quantitativo di selenio all’interno del sottogruppo d’intervento con il latte. In questo studio come principale misura di esito, abbiamo misurato la UIC a partire da campioni spot di urina, secondo le linee guida dell’OMS (34). Abbiamo anche effettuato delle correzioni relative alla creatinina, per eliminare alcune variazioni intra individuali nel volume delle urine. Pertanto ci siamo sorpresi quando non abbiamo osservato un rapporto iodio:creatinina significativamente più elevato nel gruppo di intervento in associazione all’incremento della UIC. È possibile che ciò sia dovuto ad una combinazione di più fattori, tra cui una riduzione della conformità, in particolare nella seconda metà dell’intervento, e la possibilità che i partecipanti del gruppo di controllo possano aver inconsapevolmente aumentato il consumo di latte in seguito alla partecipazione a questo studio. Le concentrazioni di ormoni tiroidei sono state valutate come misura della funzionalità tiroidea. Le concentrazioni sieriche degli ormoni tiroidei sono strettamente regolate dal TSH prodotto dalla ghiandola pituitaria e sono mantenute entro limiti relativamente esigui, a causa di questa rigorosa regolazione omeostatica (64). L’intervento con il latte, come anticipato, non ha avuto alcun effetto sulle concentrazioni di ormone tiroideo, poiché quasi tutti i partecipanti presentavano concentrazioni di ormone tiroideo entro gli intervalli di riferimento ad ogni punto temporale. Si pensa che un adulto sano e ben nutrito abbia una riserva corporea di iodio di ~ 15-20 mg, dei quali il 70-80% è stoccato nella tiroide. È importante considerare la possibilità che, per gli individui con un basso livello basale di questo microelemento, l’intervento con il latte possa aver ripristinato le riserve di iodio intra tiroideo, e quindi aver esercitato un effetto benefico sulla funzione tiroidea che non era possibile rilevare con i nostri biomarcatori. Utilizzando i dati provenienti dalle tabelle nutrizionali alimentari del Regno Unito, abbiamo stimato che l’aggiunta di un’ulteriore dose di 430 ml di latte parzialmente scremato potrebbe fornire un’integrazione di 133 μg/die circa di iodio (21). Tuttavia, basandoci sulla concentrazione media di iodio misurata nel latte usato durante l’intervento (n = 22 campioni raccolti in Irlanda del Nord tra il luglio e il dicembre 2015), si è visto come questo valore risultasse molto più elevato, fino a 321 μg/die. È probabile che i valori riportati nelle tabelle nutrizionali alimentari del Regno Unito non siano accurati, a causa di una limitata analisi dei campioni, e ciò potrebbe aver portato a sottostimare il consumo previsto di 133 μg/die. La concentrazione media complessiva di 746.1 μg I/L nel latte, è considerevolmente molto più elevata rispetto a quella riportata negli studi precedenti condotti sul latte parzialmente scremato (40, 65, 66) ma, dai dati in nostro possesso, non emergono in maniera chiara le ragioni esatte di questo aspetto. Non abbiamo riscontrato differenze significative nella concentrazione di iodio nel latte usato durante l’intervento e analizzato nel periodo dello studio. Tuttavia, è ampiamente noto come il contenuto di iodio nel latte sia molto variabile a causa delle differenti pratiche di allevamento, del contenuto a livello del suolo e della stagione (8, 17, 67, 68). Sarebbe auspicabile un’indagine più approfondita sui fattori che contribuiscono a questa variazione, per poter stimare con maggior precisione il suo eventuale contributo alla dieta delle popolazioni del Regno Unito e dell’Irlanda. Bisogna sempre tenere in considerazione come la concentrazione di iodio nel latte, utilizzato durante questo studio d’intervento, sia relativa alla tipologia di allevamento praticato in questa zona geografica e che possono essere ottenuti risultati differenti consumando latte con una concentrazione inferiore di iodio e durante una stagione diversa. Nel presente studio, ai partecipanti sono stati forniti 430 mL di latte/die ed è stato chiesto loro di consumarli. Livelli simili sono stati riportati in un precedente studio di intervento sul latte (69). È possibile che il nostro utilizzo della valutazione dietetica come misura della conformità abbia generato delle limitazioni; i partecipanti potrebbero non aver consumato la stessa quantità di latte ogni giorno. Tuttavia, i nostri risultati suggeriscono comunque che è possibile migliorare il livello dello iodio, come misurato dall’UIC, grazie ad un aumento relativamente modesto del consumo di latte. Sarebbero necessarie ulteriori ricerche per poter esplorare la risposta che si può avere dopo un intervento con latte in partecipanti stratificati in base al loro livello di iodio basale, mettendo in luce anche il rapporto iodio:creatinina. Questo studio ha dimostrato come un modesto aumento del consumo di latte vaccino può aumentare l’UIC, un marcatore della concentrazione di iodio, nelle donne in età fertile, un gruppo molto vulnerabile agli effetti della carenza di questo elemento. Nel contesto di una strategia di sanità pubblica, progettata per ridurre la diffusione della carenza di iodio, l’aumento del consumo di latte potrebbe fornire un contributo importante. 

Ringraziamenti 

Ringraziamo Edel Fitzgerald per l’assistenza ricevuta durante lo studio, David Wright per l’analisi degli ormoni tiroidei e Christine Sieniawska e Paul Cooke per l’analisi dei campioni di urina. Ringraziamo anche Ruth Price per la randomizzazione dei partecipanti arruolati nello studio. Le responsabilità degli autori erano le seguenti: SMO, AJY, LKP, MSM e JJS: progettazione della ricerca; SMO ed EMM: hanno condotto la ricerca; SMO, SH, JO, D Koca, CD, D Kmiotek e LS: analisi dei dati; SMO: scrittura del manoscritto; AJY, LKP, MSM, JJS e SCB: hanno contribuito all’interpretazione dei dati; AJY: aveva la responsabilità primaria sul contenuto finale; tutti gli autori: lettura e approvazione del manoscritto finale. 

SMO ha ricevuto una borsa di studio post-laurea presso il Department of Agriculture, Environment, and Rural Affairs (DAERA). Il Dairy Council for Northern Ireland ha finanziato la fornitura di latte utilizzato in questo studio. Informazioni sull’autore: SMO, LKP, MSM, JJS, EMM, D Koca, LS, SH, JO, D Kmiotek, CD, SCB e AJY, dichiarano di non avere alcun conflitto di interessi. I finanziatori non hanno avuto alcun ruolo nella progettazione dello studio, nell’interpretazione dei dati o nella pubblicazione dei risultati. 

Riferimenti

  1. Kapil U. Health consequences of iodine deficiency. Sultan QaboosUnivMed J 2007;7:267–72.
  2. Zimmermann MB. Iodine deficiency. Endocr Rev 2009;30:376–408.
  3. Kohrle J. Selenium and the thyroid. CurrOpinEndocrinol Diabetes Obes 2015;22:392–401.
  4. Bath SC, Rayman MP. A review of the iodine status of UK pregnant women and its implications for the offspring. Environ Geochem Health 2015;37:619–29.
  5. Glinoer D. The regulation of thyroid function in pregnancy: pathways of endocrine adaptation from physiology to pathology. Endocr Rev 1997;18:404–33.
  6. Hynes KL, Otahal P, Hay I, Burgess JR. Mild iodine deficiency during pregnancy is associated with reduced educational outcomes in the offspring: 9-year follow-up of the gestational iodine cohort. J Clin Endocrinol Metab 2013;98:1954–62.
  7. Bath SC, Steer CD, Golding J, Emmett P, Rayman MP. Effect of inadequate iodine status in UK pregnant women on cognitive outcomes in their children: results from the Avon Longitudinal Study of Parents and Children (ALSPAC). Lancet 2013;382:331–7.
  8. Andersson M, Takkouche B, Egli I, Allen HE, de Benoist B. Current global iodine status and progress over the last decade towards the elimination of iodine deficiency. Bull World Health Organ 2005;83: 518–25.
  9. Qian M,Wang D,WatkinsWE, Gebski V, Yan YQ, Li M, Chen ZP. The effects of iodine on intelligence in children: a meta-analysis of studies conducted in China. Asia Pac J Clin Nutr 2005;14:32–42.
  10. WHO; UNICEF; International Council for Control of Iodine Deficiency Disorders. Assessment of iodine deficiency disorders and monitoring their elimination. A guide for programme managers. 3rd ed. Geneva (Switzerland): WHO; 2007.
  11. Bath SC, Sleeth ML, McKenna M, Walter A, Taylor A, Rayman MP. Iodine intake and status of UK women of childbearing age recruited at the University of Surrey in the winter. Br J Nutr 2014;112:1715–23.
  12. Vanderpump MP. Commentary: iodine deficiency as a new challenge for industrialized countries: a UK perspective. Int J Epidemiol 2012;41:601–4.
  13. Watutantrige Fernando S, Cavedon E, Nacamulli D, Pozza D, Ermolao A, ZaccariaM, Girelli ME, Bertazza L, Barollo S, Mian C. Iodine status from childhood to adulthood in females living in north-east Italy: iodine deficiency is still an issue. Eur J Nutr 2016;55:335–40.
  14. Caldwell KL, Pan Y, Mortensen ME,Makhmudov A, Merrill L, Moye J. Iodine status in pregnant women in the National Children’s Study and in U.S. women (15-44 years),National Health and Nutrition Examination Survey 2005–2010. Thyroid 2013;23:927–37.
  15. Hollowell JG, Staehling NW, Hannon WH, Flanders DW, Gunter EW, Maberly GF, Braverman LE, Pino S, Miller DT, Garbe PL, et al. Iodine nutrition in the United States. Trends and public health implications:iodine excretion data from National Health and Nutrition Examination Surveys I and III (1971–1974 and 1988–1994). J ClinEndocrinolMetab1998;83:3401–8.
  16. Rasmussen LB, Ovesen L, Bulow I, Jorgensen T, Knudsen N, Laurberg P, Pertild H. Dietary iodine intake and urinary iodine excretion in a Danish population: effect of geography, supplements and food choice. Br J Nutr 2002;87:61–9.
  17. Dahl L, Opsahl JA, Meltzer HM, Julshamn K. Iodine concentration in Norwegian milk and dairy products. Br J Nutr 2003;90:679–85.
  18. Murray CW, Egan SK, Kim H, Beru N, Bolger PM. US Food and Drug Administration’s Total Diet Study: dietary intake of perchlorate and iodine. J Expo Sci Environ Epidemiol 2008;18:571–80.
  19. Food Safety Authority of Ireland. Report on a total diet study carried out by the Food Safety Authority of Ireland in the period 2001–2005. Dublin (Ireland): Food Safety Authority of Ireland; 2011. 
  1. McNulty BA, Nugent AP, Walton J, Flynn A, Tlustos C, Gibney MJ. Iodine intakes and status in Irish adults: is there cause for concern? Br J Nutr 2017;117:422–31.
  2. Finglas P, Roe M, Pinchen H, Berry R, Church S, Dodhia S, Powell N, Farron-Wilson M, McCardle J, Swan G. McCance and Widdowson’sThe Composition of Foods integrated dataset 2015. London (UK): Public Health England; 2015.
  3. Stewart H, Dong D, Carlson A. Why are Americans consuming less fluid milk? A look at generational differences in intake frequency. Washington (DC): USDA, Economic Research Service; 2013.
  4. Ministry of Agriculture Fisheries and Food. National Food Survey: annual report of food expenditure, consumption and nutrient intakes. London: The Stationery Office; 2000.
  5. Fernando SW, Cavedon E, Nacamulli D, Pozza D, Ermolao A, Zaccaria M, Girelli ME, Bertazza L, Barollo S, Milan C. Iodine status from childhood to adulthood in females living in northeast Italy: iodine deficiency is still an issue. Eur J Nutr 2015;55: 335–40.
  6. Perrine CG, Herrick K, Serdula MK, Sullivan KM. Some subgroups of reproductive age women in the United States may be at risk for iodine deficiency. J Nutr 2010;140:1489–94.
  7. Vanderpump MP, Lazarus JH, Smyth PP, Laurberg P, Holder RL, Boelaert K, Franklyn JA; British Thyroid Association UK Iodine Survey Group. Iodine status of UK schoolgirls: a cross-sectional survey. Lancet 2011;377:2007–12.
  8. Gunnarsdottir I, Gustavsdottir AG, Steingrimsdottir L, Maage A, Johannesson AJ, Thorsdottir I. Iodine status of pregnant women in a population changing from high to lower fish and milk consumption. Public Health Nutr 2013;16:325–9.
  9. Fayet F, Ridges LA,Wright JK, Petocz P. Australian children who drink milk (plain or flavored) have higher milk and micronutrient intakes but similar body mass index to those who do not drink milk. Nutr Res 2013;33:95–102.
  10. Faul F, Erdfelder E, Lang AG, Buchner A. G*Power 3: a flexible statistical power analysis program for the social, behavioral, and biomedical sciences. Behav Res Methods 2007;39:175–91.
  11. Evans S, Royston P, Day S. Minim: allocation by minimization in clinical trials [Internet]. Available from: www-users.york.ac.uk/∼mb55/guide/minim.htm. Accessed 9 November, 2017.
  12. Department of Health. Dietary reference values for food energy and nutrients for the United Kingdom. Report of the Panel on Dietary Reference Values of the Committee on Medical Aspects of Food Policy. London: HMSO; 1991.
  13. Food Standards Agency and Public Health England. McCance and Widdowson’s The Composition of Foods. Cambridge (United Kingdom): The Royal Society of Chemistry; 2015.
  14. Taussky HH. A procedure increasing the specificity of the Jaffe reaction for the determination of creatine and creatinine in urine and plasma. ClinChimActa 1956;1:210–24.
  15. Perrine CG, Cogswell ME, Swanson CA, Sullivan KM, Chen TC, Carriquiry AL, Dodd KW, Caldwell KL, Wang CY. Comparison of population iodine estimates from 24-hour urine and timed-spot urine samples. Thyroid 2014;24:748–57.
  16. Knudsen N, Christiansen E, Brandt-Christensen M, Nygaard B, Perrild H. Age- and sex-adjusted iodine/creatinine ratio: a new standard in epidemiological surveys? Evaluation of three different estimates of iodine excretion based on casual urine samples and comparison to 24 h values. Eur J Clin Nutr 2000;54:361–3.
  17. Northern Health and Social Care Trust for Northern Ireland. A user’s guide to laboratory services [Internet]. Available from: www.northerntrust.hscni.net/pdf/LABMANUAL.pdf. Accessed 9 November, 2017.
  18. Combs GF Jr. Selenium in global food systems. Br J Nutr 2001;85:517– 47.
  19. Gladyshev VN, Arner ES, Berry MJ, Brigelius-Flohe R, BrufordEA, Burk RF, Carlson BA, Castellano S, Chavatte L, Conrad M, et al. Selenoprotein gene nomenclature. J BiolChem 2016;291:24036–40.
  20. Moschini M, Battaglia M, Beone GM, Piva G, Masoero F. Iodine and selenium carry over in milk and cheese in dairy cows: effect of diet supplementation and milk yield. Animal 2010;4:147–55.
  21. Bath S, Button S, Rayman M. Iodine concentration of organic and conventionalmilk: implications for iodine intake. Br JNutr 107(7):935– 40.
  22. Altman DG, Moher D, Schulz KF. Improving the reporting of randomised trials: the CONSORT statement and beyond. Stat Med 2012;31:2985–97.
  23. Nawoor Z, Burns R, Smith DF, Sheehan S, O’Herlihy C, Smyth PP. Iodine intake in pregnancy in Ireland—a cause for concern? Ir J Med Sci 2006;175:21–4.
  24. Combet E, Ma ZF, Cousins F, Thompson B, Lean ME. Low-level seaweed supplementation improves iodine status in iodine-insufficient women. Br J Nutr 2014;112:753–61.
  25. Bates B, Cox LA, Nicholson S, Page P, Prentice A, Steer T, Swan G. National Diet and Nutrition Survey results from years 5 and 6 (combined) of the Rolling Programme (2012/2013 – 2013/2014). London (UK): Food Standards Agency and Public Health England; 2016.
  26. Bath SC, Rayman MP. Has the UK really become iodine sufficient? Lancet Diabetes Endocrinol 2017, DOI: 10.1016/S2213- 8587(17)30133-X.
  27. Caldwell KL,Makhmudov A, Ely E, Jones RL,Wang RY. Iodine status of the U.S. population, National Health and Nutrition Examination Survey, 2005–2006 and 2007–2008. Thyroid 2011;21:419–27.
  28. Caldwell KL,Miller GA,Wang RY, Jain RB, Jones RL. Iodine status of the U.S. population, NationalHealth and Nutrition Examination Survey 2003–2004. Thyroid 2008;18:1207–14.
  29. Pennington JA, Schoen SA. Total Diet Study: estimated dietary intakes of nutritional elements, 1982–1991. Int J Vitam Nutr Res 1996;66:350– 62.
  30. Teas J, Pino S, Critchley A, Braverman LE. Variability of iodine content in common commercially available edible seaweeds. Thyroid 2004;14:836–41.
  31. Bouga M, Combet E. Emergence of seaweed and seaweed-containing foods in the UK: focus on labeling, iodine content, toxicity and nutrition. Foods 2015;4:240–53.
  32. Bath SC, Button S, Rayman MP. Availability of iodised table salt in the UK—is it likely to influence population iodine intake? Public Health Nutr 2014;17:450–4.
  33. Lee SM, Lewis J, Buss DH, Holcombe GD, Lawrance PR. Iodine in British foods and diets. Br J Nutr 1994;72:435–46.
  34. Zimmermann M, Delange F. Iodine supplementation of pregnant women in Europe: a review and recommendations. Eur J Clin Nutr 2004;58:979–84.
  35. Bath SC,Walter A, Taylor A,Wright J, Rayman MP. Iodine deficiency in pregnant women living in the south east of the UK: the influence of diet and nutritional supplements on iodine status. Br J Nutr 2014;111:1622– 31.
  36. Combet E, Bouga M, Pan B, Lean ME, Christopher CO. Iodine and pregnancy—a UK cross-sectional survey of dietary intake, knowledge and awareness. Br J Nutr 2015;114:108–17.
  37. Gahche JJ, Bailey RL, Mirel LB, Dwyer JT. The prevalence of using iodine-containing supplements is low among reproductive-age women, NHANES 1999–2006. J Nutr 2013;143:872–7.
  38. O’Kane SM, Pourshahidi LK, Farren KM, MulhernMS, Strain JJ,Yeates AJ. Iodine knowledge is positively associated with dietary iodine intake among women of childbearing age in the UK and Ireland. Br J Nutr 2016;116:1728–35.
  39. FAO. Milk and dairy products in human nutrition. Rome (Italy): FAO; 2013.
  40. Department for Environment, Food and Rural Affairs. Family food 2014 [Internet]. 2015. Available from: www.defra.gov.uk/statistics/foodfarm/food/. Accessed 9 November, 2017.
  41. Beckett GJ, Beddows SE, Morrice PC, Nicol F, Arthur JR. Inhibition of hepatic deiodination of thyroxine is caused by selenium deficiency in rats. Biochem J 1987;248:443–7.
  42. Ngo DB, Dikassa L, Okitolonda W, Kashala TD, Gervy C, Dumont J, Vanovervelt N, Contempre B, Diplock AT, Peach S, et al. Selenium status in pregnant women of a rural population (Zaire) in relationship to iodine deficiency. Trop Med Int Health 1997;2:572–81.
  43. Rasmussen LB, Ovesen L, Bulow I, Jorgensen T, Knudsen N, Laurberg P, Perrild H. Relations between various measures of iodine intake and thyroid volume, thyroid nodularity, and serum thyroglobulin.Am J Clin Nutr 2002;76:1069–76.
  44. Neve J. Human selenium supplementation as assessed by changes in blood selenium concentration and glutathione peroxidase activity. J Trace Elem Med Biol 1995;9:65–73.
  45. Larsen PR. Thyroid-pituitary interaction: feedback regulation of thyrotropin secretion by thyroid hormones.NEngl JMed 1982;306:23– 32.
  46. Food Standards Agency. Retail survey of iodine in UK produced dairy milk. London: Food Standards Agency; 2008.
  47. Ministry of Agriculture Fisheries and Food. Iodine in milk. Vol. 198. London; Ministry of Agriculture Fisheries and Food; 2000. Food Surveillance Information Sheet No.:198.
  48. Carriquiry AL, Spungen JH, Murphy SP, Pehrsson PR, Dwyer JT, Juan W, Wirtz MS. Variation in the iodine concentrations of foods: considerations for dietary assessment. Am J ClinNutr 2016;104(Suppl3):877S–87S.
  49. Flachowsky G, Franke K, Meyer U, Leiterer M, Schone F. Influencing factors on iodine content of cow milk. Eur J Nutr 2014;53:351–65.
  50. Cadogan J, Eastell R, Jones N, Barker ME.Milk intake and bone mineral acquisition in adolescent girls: randomised, controlled intervention trial. BMJ 1997;315:1255–60.

 doi: doi.org/10.1093/jn/nxx043

© 2018 American Society for Nutrition. Tutti i diritti riservati. Manoscritto ricevuto il 15 Settembre, 2017. Iniziale review completata il 17 Ottobre, 2017. Revisione accettata
il 13 Novembre, 2017. Prima pubblicazione online il 12 Marzo, 2018; doi: https://doi.org/10.1093/jn/nxx043. La tabella supplementare 1 è disponibile al link “Dati
Supplementari” nella versione on-line dell’articolo e allo stesso link nelle tabelle dei contenuti su https://academic.oup.com/jn/. Inviare la posta a AJY (e-mail:
a.yeates@ulster.ac.uk). Abbreviazioni utilizzate: FT3, triiodotironina libera; FT4, tiroxina libera; RNI, assunzione di nutrienti di riferimento; SELENOP, selenoproteina P; T3,
triiodotironina; T4, tiroxina; TSH, ormone tireo-stimolante; UIC, concentrazione urinaria di iodio.

 

 

Print Friendly, PDF & Email

About the Author:

Ruminantia - Lo spazio in rete dell'Allevatore. I migliori professionisti del settore a supporto dell'allevatore italiano, con informazioni aggiornate e articoli scientifici.

Scrivi un commento