Il punto di vista dei cittadini sulle pratiche di non pascolamento e di separazione precoce della vacca dal vitello nel settore lattiero-caseario: fornire ulteriori informazioni ne aumenta l’accettabilità?

//Il punto di vista dei cittadini sulle pratiche di non pascolamento e di separazione precoce della vacca dal vitello nel settore lattiero-caseario: fornire ulteriori informazioni ne aumenta l’accettabilità?

Il punto di vista dei cittadini sulle pratiche di non pascolamento e di separazione precoce della vacca dal vitello nel settore lattiero-caseario: fornire ulteriori informazioni ne aumenta l’accettabilità?

Maria J. Hötzel,*1 Clarissa S. Cardoso,* Angélica Roslindo,* e Marina A. G. von Keyserlingk†
*Laboratório de Etologia Aplicada e Bem-Estar Animal, Departamento de Zootecnia e Desenvolvimento Rural, Universidade Federal de Santa Catarina, Florianópolis, 88034-001, Brasile
†Animal Welfare Program, Faculty of Land and Food Systems, The University of British Columbia, Vancouver, V6T 1Z4, Canada
Ricevuto il 29 Agosto 2016; Accettato il 16 Gennaio 2017.
1Autore corrispondente: maria.j.hotzel@ufsc.br

ABSTRACT

L’obiettivo primario di questo studio era quello di valutare l’influenza della divulgazione d’informazioni sulle opinioni di semplici cittadini in merito a due pratiche comuni di gestione dell’allevamento, l’assenza di pascolamento e la separazione precoce della vacca dal vitello. Per aiutare nell’interpretazione dei risultati, il nostro obiettivo secondario era quello di esplorare la conoscenza e le opinioni dei cittadini brasiliani su queste pratiche.

Abbiamo esaminato un campione costituito da cittadini brasiliani (192 uomini e 208 donne), reclutati in un luogo pubblico, con la maggioranza dei soggetti che affermava di non conoscere il mondo della produzione animale e che viveva in ambienti urbani. Ai partecipanti sono stati presentati dei brevi rendiconti con informazioni riguardanti fattori di produzione primari e aspetti del benessere animale, tra cui i pro e i contro della mancanza di pascolamento (n = 200) o della separazione precoce della vacca dal vitello (n = 200). I partecipanti sono stati quindi invitati a dichiarare la loro posizione (in disaccordo, indifferente o a favore) e a fornirne la loro motivazione (o motivazioni) giustificando la loro posizione.

Subito dopo, ai partecipanti è stato fornito un breve resoconto che descriveva gli aspetti della separazione vacca-vitello e dell’assenza di pascolamento, a seconda di quale risposta avevano dato nella prima parte. Due domande chiuse (Q) seguivano ciascuna di queste affermazioni: (Q1) “Sei a conoscenza di questa pratica?” con  risposta a scelta come sì, un po’ o no e (Q2) “Qual è la tua posizione in merito a questa pratica?” con scelte come in disaccordo, indifferente o a favore. Solo il 31 e il 33% degli intervistati erano informati, sulla mancanza di pascolamento e sulla separazione vacca-vitello, rispettivamente. La previa consapevolezza dell’esistenza della pratica non ha influenzato i livelli di sostegno. L’apporto di informazioni ha portato più persone a disapprovare queste due pratiche.

Le principali giustificazioni dei partecipanti nel disapprovare l’assenza di pascolamento e la separazione vacca-vitello riguardavano la percezione degli effetti negativi che queste pratiche potevano avere sul benessere animale, sulla qualità dei prodotti e sulla perdita della naturalezza. I partecipanti alla ricerca, i brasiliani che vivevano in ambienti urbani, con pochi o con nessun legame con l’industria lattiero casearia, erano generalmente ignari del fatto che la maggior parte dei bovini non ha accesso ai pascoli e che le vacche sono precocemente separate dal loro vitello alla nascita. Indipendentemente dall’ulteriore fornitura d’informazioni, la maggior parte dei partecipanti non ha approvato queste 2 pratiche. La divulgazione di brevi informazioni esplicative ha giocato un ruolo minore nell’influenzare le opinioni della gente, ma non è riuscita a far ottenere l’accettazione generale.

Parole chiave: benessere animale, opinione pubblica, percezione pubblica, sondaggio

INTRODUZIONE

Il pubblico laico, a differenza degli specialisti dell’industria agricola e degli allevatori, valuta frequentemente le pratiche di allevamento degli animali da reddito come dannose per il benessere degli animali stessi (Vanhonacker et al., 2008; Benard e de Cock Buning, 2013; Ventura et al., 2013). Da alcuni è stato suggerito che gli atteggiamenti negativi espressi dal pubblico nei confronti delle produzioni animali, sono una conseguenza dell’ignoranza riguardo la realtà di questo tipo d’industria (Capper, 2011; You et al., 2014; Pieper et al., 2016).

Molti di quelli che lavorano nella produzione di animali d’allevamento sostengono pertanto che educare il pubblico dovrebbe portare ad una maggiore accettazione delle attuali pratiche di gestione (discusso da Ventura et al., 2016). Questa apparente discordanza nel modo di vedere l’allevamento da parte dei membri della società che non sono abitualmente coinvolti nella produzione animale, rispetto a quelli che invece lo sono attivamente, potrebbe essere la conseguenza dei diversi punti di vista. Le ragioni pro o contro una particolare pratica allevatoriale possono essere di natura scientifica, pratica, economica o etica (vedi revisione da Weary et al., 2016). Nella maggior parte dei casi, anche in assenza di prove a favore di queste affermazioni, i cittadini “laici” preferiscono maggiormente i sistemi percepiti come più naturali (cfr. Revisione da Clark et al., 2016). Il fatto che il pubblico metta in discussione alcune di queste pratiche gestionali (riguardanti l’allevamento animale) non ci sorprende. Ad esempio, infliggere dolore agli animali è considerato da molti una cosa aberrante (Weary et al., 2006).

Ad esempio, nonostante molte prove scientifiche indichino che la decornazione sia dolorosa e ci sia la disponibilità di consolidati protocolli di analgesia (Stafford e Mellor, 2011), molti produttori continuano ad attuare questa pratica routinariamente e senza una gestione del dolore [Stati Uniti: Fulwider et al. (2008); Canada: Vasseur et al. (2010) e Winder et al. (2016); Brasile: Hötzel et al. (2014); Europa: Cozzi et al. (2015)]. Due ulteriori pratiche di produzione comuni in molte aziende lattiereo-casearie e considerate anche molto controverse, sono la separazione precoce della bovina da latte dal proprio vitello (Ventura et al., 2013) e l’allevamento dei bovini da latte in sistemi a “pascolo zero” (Schuppli et al., 2014). Le ragioni fornite dai sostenitori della separazione precoce includono la certezza che il vitello venga nutrito e curato in maniera appropriata, una miglior salute del vitello stesso, una diminuzione dello stress per la madre (e per il vitello) legato alla separazione precoce e una maggior gestibilità dei soggetti in considerazione delle difficoltà legate al mantenimento insieme di madri e figli (Mee, 2008; Ventura et al., 2013). Al contrario, quelli che sono contro la separazione precoce citano la perdita della naturalezza, il dolore emotivo e lo scadimento delle condizioni di salute sia della madre che della prole (Ventura et al., 2013). Molti che lavorano nell’industria casearia giustificano i “sistemi a pascolo zero” sulla base del fatto che in questi sistemi l’assunzione di sostanze nutritive da parte della bovina può essere controllata attraverso la messa a punto di diete appositamente formulate, che il pascolamento genera una produzione di latte più bassa e che si ottengono presunti vantaggi economici e ambientali (Schuppli et al. Al., 2014).

Coloro che sono a favore del pascolamento citano la salvaguardia della naturalezza, la possibilità che la vacca respiri aria fresca, la libertà di movimento e un miglioramento delle condizioni di salute (Schuppli et al., 2014). Un crescente numero di prove indica una certa opposizione pubblica alla separazione precoce della vacca dal vitello, nonché alla mancanza di accesso al pascolo per i bovini da latte (Boogaard et al., 2011; Ventura et al., 2013; Schuppli et al., 2014; Cardoso Et al., 2016). Uno studio molto recente (Ventura et al., 2016), che comprendeva delle interviste faccia a faccia con 50 membri del pubblico canadese che avevano poca o nessuna esperienza con l’allevamento di bovini da latte, ha evidenziato come l’assenza di accesso al pascolo e la separazione vacca-vitello fossero particolarmente controverse per i partecipanti. Infatti, la posizione relativa al benessere dei bovini nelle aziende casearie, inizialmente prevalentemente positiva, è cambiata dopo che i partecipanti hanno visitato un allevamento. Il fatto che la maggioranza dei partecipanti non fosse a conoscenza della pratica della separazione precoce e che alla maggior parte delle bovine da latte non venisse fornito l’accesso al pascolo, ha portato un gran numero di partecipanti a perdere la fiducia sul fatto che le vacche da latte abbiano condizioni di vita adeguate. La separazione alla nascita delle bovine da latte è una pratica di gestione comunemente utilizzata nelle aziende casearie brasiliane (Hötzel et al., 2014; dos Santos e Bittar, 2016).

Nonostante la maggior parte delle vacche brasiliane abbiano accesso ai pascoli per tutto l’arco dell’anno (Costa et al., 2013), un numero sempre maggiore di queste viene alloggiato in sistemi a pascolo zero, probabilmente in risposta all’aumento della domanda di latte e alle politiche che favoriscono l’intensificazione (Von Keyserlingk e Hötzel, 2015; Balcão et al., 2017). Malgrado la crescente posizione del Brasile riguardo la produzione dei prodotti di origine animale (ad esempio, latte e proteine animali), poco si sa circa le opinioni dei cittadini del paese riguardo queste produzioni (von Keyserlingk e Hötzel, 2015). L’obiettivo primario del nostro studio era quello di valutare l’influenza della divulgazione delle informazioni sulle opinioni dei cittadini laici in merito a due pratiche di gestione aziendale comuni: la pratica del pascolo zero e la separazione vacca-vitello. Per aiutare nell’interpretazione dei risultati, il nostro obiettivo secondario era quello di esplorare la consapevolezza e le opinioni dei cittadini brasiliani su queste due pratiche.

RISULTATI

I dati demografici dei partecipanti di ciascun gruppo sono descritti nella tabella 1. La maggior parte dei partecipanti aveva avuto un’istruzione post-secondaria, non aveva conoscenze riguardo le produzioni animali e viveva in ambienti urbani. La maggioranza degli intervistati (84%) viveva nelle regioni a sud e a sud-est del paese. Nessuna variabile demografica differiva tra i due gruppi (P > 0.05).

Influenza della consapevolezza e della divulgazione delle informazioni a sostegno delle pratiche attuali

Il supporto a favore del pascolamento zero (P <0.04) e della separazione precoce di vacca e vitello (P <0.001) è stato influenzato dall’approvvigionamento di informazioni (Tabella 2). Solo il 31% degli intervistati era a conoscenza del “pascolo zero” e il 33% della separazione precoce del vitello dalla madre. La precedente consapevolezza dell’esistenza della pratica non ha influenzato i livelli di sostegno (P = 0.25).

 

Tabella 1. Demografia dei gruppi che hanno partecipato allo studio dove gli è stato chiesto di rispondere riguardo le loro conoscenze ed opinioni sulla separazione precoce della vacca dal vitello e sul pascolo zero per le bovine da latte

1Gruppo A (n=200) ai partecipanti è stato fornito un breve resoconto d’informazioni che descriveva la separazione precoce della vacca dal vitello seguito da un breve rendiconto sull’impossibilità di un accesso al pascolo;
Gruppo B (n=200) ai partecipanti è stato fornito un breve resoconto d’informazioni che descriveva l’assenza di un accesso al pascolo seguito da un rendiconto sulla separazione precoce della vacca dal vitello.

 

Tabella 2. Percentuale dei partecipanti che erano in disaccordo, indifferenti o in favore dei sistemi di allevamento dei bovini da latte a pascolo zero e della separazione precoce della vacca dal vitello1  

1Ai partecipanti (n=400) è stato inizialmente fornito un breve resoconto d’informazioni che descriveva o la separazione precoce vacca-vitello o il pascolo zero, dopo il quale è stato fornito un breve rendiconto sulle altre pratiche (ad esempio, ai partecipanti ai quali era stato fornito inizialmente un breve resoconto delle informazioni che descrivevano il pascolo zero veniva poi dato il breve estratto sulla separazione precoce della vacca dal vitello).

Motivazioni fornite pro o contro il pascolo zero e la separazione precoce della vacca dal vitello

Le risposte dei partecipanti che valutano la questione del pascolo sono state codificate in 5 temi principali (in ordine decrescente rispetto alla percentuale degli intervistati totali che hanno fornito questi motivi): la naturalezza (50%), il benessere animale (45%), l’influenza dell’alimentazione e del tipo di ricovero sulla qualità del latte (19%), l’impatto ambientale dei sistemi di alimentazione delle bovine (11%) e il giudizio negativo nei confronti di una maggior importanza percepita della produttività e del profitto rispetto ad altri obiettivi (10%). Le spiegazioni addotte dagli intervistati (R) riguardanti la separazione precoce del vitello dalla madre sono state codificate in 4 temi principali: la naturalità (30%), l’importanza del primo contatto tra la vacca e il vitello (28%), le preoccupazioni etiche (26%) e i sentimenti e le sofferenze degli animali (9%).

 

Motivi forniti a sostegno o a sfavore del pascolo zero

Naturalezza. La parola “naturale” è comparsa in 72 delle 172 spiegazioni presentate e si riferiva principalmente all’ambiente in cui era previsto che vivessero gli animali (“… deve essere a contatto con la natura, è un’animale da fattoria”, R166), alla loro alimentazione (“Consumare cibi naturali e non solo mangimi che servono per aumentare il volume di latte, prevenire anche lo stress da confinamento,” R97), al loro comportamento (“credo che anche con le razioni fornite per incrementare la produzione, le vacche dovrebbero avere comunque accesso ai pascoli, perché è un classico comportamento animale…,” R159) e alle interazioni ecologiche o alla sostenibilità ambientale (“eliminare qualcosa che è naturale per un animale è sempre un passo indietro in termini ambientali”, R26). Alcuni intervistati hanno equiparato la naturalezza ad un ambiente meno stressante. Alcuni considerano la naturalezza come parte integrante del processo produttivo [“Le bovine dovrebbero avere un ciclo naturale di produzione, vale a dire dovrebbero avere accesso al loro ambiente naturale (il pascolo) per alimentarsi,” R111] e, in alcuni casi specifici, del processo di lattazione (“… dobbiamo rendere la lattazione un processo il più simile possibile a quello in natura”, R25). Alcuni intervistati hanno associato la perdita di naturalezza all’oggettivazione degli animali (“è questo il modo naturale, non sono macchine o oggetti”, R65). Infine, alcuni intervistati hanno semplicemente dichiarato: “è naturale” o “è più naturale”, ma non sono  riusciti ad attribuire una spiegazione a questa affermazione.

Benessere animale. Gli aspetti riguardanti la vita di un animale includono in maniera esplicita il benessere, la libertà di spostamento, il comfort degli animali, la salute, lo stress o la possibilità di praticare comportamenti naturali. Ad esempio, “Credo che l’accesso al pascolo diminuisca lo stress negli animali” (R146); “Credo che essere confinati per un lungo periodo non sia né piacevole né sano” (R120); “… i pavimenti in calcestruzzo possono causare problemi delle articolazioni, mentre il pascolo può fornire una maggiore interazione sociale” (R2); e “Con le vacche da latte che pascolano in natura, il latte è più sano e anche le bovine sono a proprio agio” (R34).

Influenza della gestione alimentare e della stabulazione sulla qualità del latte. L’uso di additivi per la produzione di latte era una preoccupazione considerevole tra i nostri intervistati. Alcuni hanno espresso incertezza riguardo all’uso di additivi chimici per produrre il latte (“Evitiamo l’uso di ormoni che possono essere presenti in altri tipi di cibo”, R9; “Sì, perché penso che ci sarebbe meno bisogno di utilizzare farmaci e steroidi per la produzione del latte”, R165), ma altri lo hanno presentato come un dato di fatto (“le razioni contengono molte sostanze chimiche che non sono buone per l’uomo, io sono a favore del pascolo,” R190; “Con le mucche al pascolo durante il periodo di lattazione avremo un latte più puro, senza sostanze chimiche, che potrebbero anche danneggiare la salute di coloro che lo consumano”, R181). Alcuni hanno espresso la percezione di un’associazione tra una maggior qualità del latte e le diete naturali (“Perché ritengo che le mucche dovrebbero avere un minimo di interazione con l’ambiente naturale che le circonda e non dovrebbero essere alimentate soltanto con diete artificiali. Penso che questa forma di gestione possa incidere sulla qualità del latte,” L98), o sul benessere animale (“Benessere animale, che fornisce un maggior valore biologico e una miglior qualità al latte,” R23).

Predominio percepito della produttività e del profitto sugli altri obiettivi. Alcuni intervistati hanno espresso preoccupazioni riguardo al fatto che hanno percepito come unici requisiti importanti per l’allevamento, la produttività e il profitto rispetto ad altri obiettivi. Ad esempio, “È assurdo mantenere le vacche in maniera lontana dalle loro condizioni di vita naturali per ottenere più profitti, anche se è una pratica ben accettata dai capitalisti che cercano solo la propria soddisfazione: trarre più profitto” (R180); e “La ricerca di un equilibrio tra profitto e allevamento più naturale è la sfida di questo secolo” (R26). Quando hanno risposto riguardo al fatto che le vacche dovrebbero avere accesso ai pascoli, un partecipante ha dichiarato: “Penso che aumenterebbe il benessere degli animali. Trovo importante che l’industria, che si occupa di produzioni animali, lavori con una prospettiva etica e non solo economica” (R4).

Impatto ambientale dei sistemi di alimentazione dei bovini. Infine, i pochi intervistati che hanno espresso preoccupazioni sull’impatto ambientale dell’accesso al pascolo da parte delle bovine, hanno ipotizzato che il pascolamento potesse offrire vantaggi positivi sia alla vacca che all’ambiente. Un piccolo numero di partecipanti si è dichiarato indifferente e si è giustificato indicando una mancanza di comprensione del sistema produttivo stesso; alcuni hanno suggerito anche che avrebbero bisogno di ulteriori informazioni tecniche e un terzo non si è proprio giustificato. Tra i 5 partecipanti che hanno sostenuto il pascolo zero, 1 non è riuscito a dare una motivazione del perché e 4 hanno sostenuto che i sistemi a pascolo zero erano i migliori per la salute, l’alimentazione o la produzione delle bovine (“Le vacche stabulate in stalla vivono con razioni in grado di sostenere l’elevata produzione di latte e hanno tutti i comfort di cui hanno bisogno,” R169).

 

Motivazioni fornite pro o contro la separazione precoce della vacca dal vitello

Naturalezza ed importanza del contatto iniziale sia per la vacca che per il vitello. Il 36% degli intervistati che si sono opposti alla separazione, ha citato il fatto che il contatto precoce è importante sia per la madre che per il vitello: “Il contatto con la madre è essenziale per tutte le specie” (R398). Riferendosi all’iniziale interazione madre-figlio, i rispondenti hanno usato parole come “necessitano”, “devono” o “meritano” di stare insieme, o hanno espresso il concetto che il precoce contatto madre-figlio è “importante”, “benefico”, “primordiale” o “naturale”. Alcuni hanno espressamente affermato che sono disgustati da questa pratica di separazione. La naturalezza del contatto madre-figlio è stata menzionata da oltre il 30% degli intervistati che si opponevano [“Penso che il vitello non dovrebbe essere separato dalla madre, perché è naturale che sia sempre vicino ad essa, come qualsiasi neonato,” R238; “No, poiché alla nascita qualsiasi individuo (indipendentemente dalle specie) ha bisogno di cure materne come parte di un processo naturale,” R385.] Un intervistato ha suggerito effetti a lungo termine del contatto precoce: “Credo che il contatto madre-figlio sia salutare… la mente e il corpo in qualche modo salveranno questa piacevole esperienza, che porterà l’animale ad essere più sano e resistente” (R347).

Preoccupazioni etiche. Alcuni intervistati hanno usato termini come “non giusto”, “inammissibile”, “ingiusto”, “meritano” o “rispetto” per esprimere la loro disapprovazione etica riguardo la separazione precoce della vacca dal vitello; alcuni credono che gli obiettivi di produzione siano favoriti a scapito degli interessi primari degli animali. Ad esempio, “sono mammiferi, devono succhiare, non essere trattati come risorse” (R214); “Non è giusto separare le madri dai loro figli solo per aumentare la produzione di latte” (R216); e “Separare alla nascita il vitello dalla madre implica privarlo delle sue necessità naturali in una fase iniziale della sua vita. La rottura di questo rapporto per interessi puramente economici e utilitaristici mostra il carattere antropocentrico dell’uomo” (R257). Un intervistato ha riconosciuto la sua mancanza di conoscenze, ma ha spostato l’onere di un miglioramento del sistema sugli allevatori: “Non ho una conoscenza approfondita dell’argomento, ma credo che il contatto tra la vacca e i suoi  figli sia importante. Penso che sarebbe interessante se gli allevatori dei bovini da latte progettassero ambienti in grado di consentire la vicinanza e l’interazione tra vacca e vitello” (R297).

Sensazioni o sofferenza degli animali. Il rispetto per le sensazioni degli animali e la convinzione che la separazione precoce, o la prevenzione del contatto, causino sofferenze sono stati discussi da molti dei partecipanti. Per esempio, “credo che gli animali abbiano dei sentimenti, forse non gli stessi degli esseri umani, e la separazione potrebbe influenzare il loro sviluppo” (R357); “Le vacche hanno i loro sentimenti e il dolore (della separazione) dovrebbe essere lo stesso di una madre” (R273); e “Credo che lo stimolo generato dalla suzione del vitello e la connessione emotiva tra di loro siano vantaggiosi sia per la qualità del prodotto che per la salute stessa degli animali” (R383). Come motivazioni fornite a sostegno della separazione precoce della vacca dal vitello, i partecipanti hanno menzionato quelle fornite nel testo d’informazione, alcuni usando le stesse parole. Nove intervistati hanno dichiarato chiaramente che la loro posizione è stata influenzata dalle informazioni citate nel testo (ad esempio, “fino ad ora non ero a conoscenza dei punti presentati sopra”, R312; “Secondo il testo la separazione è fatta per il bene del vitello,” (R364). I partecipanti con posizione “indifferente” alla pratica, hanno riportato una mancanza di comprensione o hanno creduto che gli allevatori avessero buone ragioni per effettuare la separazione precoce delle vacche dai vitelli e 3 hanno affermato di aver riscontrato sia aspetti positivi che negativi. Per esempio, “non so in che misura possiamo estrapolare i nostri sentimenti ed applicarli agli animali. Sono certamente favorevole alla riduzione dell’impatto della produttività sugli animali, ma il conseguente aumento del prezzo potrebbe rendere impossibile l’alimentazione delle famiglie” (R8); E “non sono a favore della separazione del vitello dalla madre, ma se è per il bene comune…” (R166).

DISCUSSIONE

I soggetti partecipanti alla ricerca, brasiliani che vivono in gran parte in contesti urbani e con poca o nessuna correlazione con la produzione di latte, erano generalmente ignari del fatto che le vacche fossero separate dal loro vitello alla nascita e che un numero sempre maggiore di bovini venisse allevato in sistemi a “pascolo zero”. Tuttavia, nonostante la prevalenza di queste pratiche (Spers et al., 2013; Hötzel et al., 2014; von Keyserlingk e Hötzel, 2015; dos Santos e Bittar, 2016), quando ai partecipanti è stato chiesto il loro parere, la maggior parte di essi non era favorevole ad esse. Il gruppo al quale sono state fornite informazioni che giustificavano le pratiche e che discutevano alcune delle loro limitazioni o dei loro punti critici, ha mostrato un maggior rifiuto nei confronti di entrambe.

I nostri risultati mostrano che sia la scarsa conoscenza che la consapevolezza di come gli animali vengono allevati a fini alimentari (Clark et al., 2016) non spiegano in modo completo il disappunto, da parte del pubblico, verso alcune pratiche di produzione. Pochi partecipanti, ai quali sono state fornite informazioni descrittive, piuttosto che solo una breve dichiarazione sul tipo di pratica, risultavano indifferenti ad entrambe; Anche se la fornitura d’informazioni ha portato un numero leggermente più alto di partecipanti a sostenere la separazione della vacca dal vitello, in generale c’è stato un aumento del rifiuto verso entrambe le pratiche. Altri studi hanno dimostrato che la raccolta di informazioni relative alla gestione delle stalle da latte (Ventura et al., 2016), all’aspetto delle stalle di gestazione per le scrofe (Ryan et al., 2015) o ai ricoveri per galline ovaiole (Bennett e al.,2016) non migliora l’atteggiamento generale dei cittadini laici e hanno identificato il benessere come uno dei motivi principali della scarsa accettabilità degli alloggi e delle pratiche di gestione degli animali. Come in questo studio, altri hanno dimostrato che spesso i cittadini laici giustificano i loro atteggiamenti negativi riguardo alle pratiche di produzione degli animali con idee sbagliate (Robbins et al., 2015), oppure ignorano questioni ritenute estremamente rilevanti da parte delle parti interessate che hanno conoscenze scientifiche e tecniche dei sistemi di produzione (Pettersson et al., 2016). In alcuni casi, neanche la presentazione di informazioni che mettevano in evidenza specifici problemi di salute e di benessere riguardanti i sistemi di allevamento all’aperto del pollo,  è riuscita a sminuire l’idea dei partecipanti che questo tipo di allevamento è migliore per il loro benessere. Un esempio ha coinvolto un campione rappresentativo di consumatori di uova britannici (n = 1.776) ai quali è stato chiesto di valutare il benessere delle galline allevate all’aperto (Bennett et al., 2016). Solo la metà dei partecipanti ha ricevuto informazioni riguardanti le ferite da beccamento, incluso il fatto che questa è una condizione ad elevata prevalenza tra le galline allevate all’aperto, con notevoli implicazioni sia per il benessere che per l’economia.

Ciò tuttavia non ha influenzato il punteggio medio del benessere animale attribuito ai sistemi a vita libera (78,2 vs 78,8 rispettivamente per i partecipanti che hanno ricevuto o che non hanno ricevuto informazioni), il quale, in entrambi i casi, era significativamente superiore rispetto ai punteggi sul benessere assegnati ai sistemi d’allevamento in batteria. In un altro esempio, a cittadini olandesi è stato presentato un ipotetico scenario in cui si affermava che, cambiando da un sistema di allevamento convenzionale ad un sistema all’aperto, i tassi di contaminazione da Campylobacter nei polli broiler sarebbero aumentati dal 10 al 30%, causando così infezioni intestinali nell’uomo. Gli intervistati che si opponevano al cambiamento (12%) sostenevano il diritto dei consumatori di acquistare carne con minima contaminazione batterica; gli intervistati che erano a favore della modifica del sistema d’allevamento all’aperto (42%) hanno attribuito, tuttavia, una maggiore importanza ad argomentazioni relative al benessere dei polli da carne, come la longevità e la possibilità di esprimere dei comportamenti naturali (van Asselt et al., 2016). Lavori precedenti hanno indicato che il punto di vista dei cittadini laici sull’utilizzo di tecnologie in allevamento può essere influenzato dal tipo di informazione fornita (Cuite et al., 2005) e da quanto sia ritenuta affidabile la fonte delle informazioni (Hansen et al. 2003; Tonsor e Wolf, 2010; Frewer et al., 2014); entrambi i fattori possono spiegare alcuni dei nostri risultati. I nostri testi d’informazione fornivano argomenti pro e contro il “pascolo zero” e la separazione vacca-vitello.

Come succede per la maggior parte delle situazioni, i cittadini possono ricevere diversi tipi di informazione provenienti da fonti diverse, che vanno dalle informazioni a sostegno di una pratica particolare sviluppata dalle industrie animali e dai rivenditori con campagne di marketing e con il packaging dei prodotti, fino ad informazioni a sfavore delle pratiche attuali provenienti da soggetti critici come le associazioni per la protezione degli animali (Fraser, 2001). Sperimentando come diversi tipi di informazioni abbiano modellato gli atteggiamenti dei partecipanti verso la proposta 2 (“una persona non dovrebbe legare un animale per la maggior parte della giornata in maniera tale da impedirgli di sdraiarsi, alzarsi, estendere completamente le sue membra e girarsi liberamente”) presentata nell’iniziativa di voto della California del 2008, Richards et al. (2013) hanno concluso che le informazioni presentate in questo tipo di esperimento potrebbero trasmettere a molte persone la nozione che gli animali da allevamento possono essere maltrattati. Il fatto che i nostri intervistati sembravano in gran parte ignari delle due pratiche, implica che la maggior parte delle informazioni fosse nuova per loro. Come hanno spiegato Richards et al. (2013), sulla base della scarsa conoscenza dei cittadini riguardo la realtà delle produzioni animali e sull’ipotesi che gli animali d’allevamento siano felici, qualsiasi “piccola quantità di notizie negative riguardanti il benessere degli animali ha molto più peso di molti altri argomenti economici forti ma convenzionali”. Sebbene le motivazioni presentate nel testo informativo sulla separazione precoce della vacca dal vitello abbiano spinto alcuni dei partecipanti al nostro studio a sostenerla, altri sono rimasti sorpresi dalle sedicenti motivazioni addotte per l’attuazione questa pratica.

Le conclusioni di Richards et al. (2013) possono spiegare anche il peggioramento del pensiero dei cittadini Canadesi riguardo il benessere animale negli allevamenti da latte dopo una visita promossa dai ricercatori stessi (Ventura et al., 2016): il peggioramento riportato da questi autori si basava principalmente sul fatto che i cittadini, durante la visita all’allevamento, erano diventati più consapevoli (e contrari) alla separazione vacca-vitello e all’assenza di un accesso al pascolo. È stato affermato che una delle ragioni per cui le opinioni dei cittadini (sulle questioni controverse dell’allevamento) differiscono dal parere dell’esperto, è che le prime sono fortemente influenzate dalla percezione del rischio e da valutazioni etiche; Per esempio, riguardano gli effetti sulla salute umana e sul benessere animale (Hansen et al., 2003; Hötzel, 2016). Questo punto è supportato dalle giustificazioni fornite dai nostri partecipanti. In primo luogo, il benessere animale e la perdita di naturalezza sono state le 2 preoccupazioni cruciali sollevate dai partecipanti che si sono opposti sia all’assenza di pascolamento che alla separazione precoce della vacca dal vitello. In secondo luogo, i partecipanti che si sono opposti ai sistemi di pascolo zero hanno espresso preoccupazioni riguardo l’influenza delle pratiche di produzione sulla qualità del prodotto e, potenzialmente, sulla salute umana.

I partecipanti hanno sottolineato anche la loro preoccupazione per quanto riguarda il benessere animale, affermando la convinzione che gli animali siano esseri senzienti con capacità di subire e provare stati emotivi positivi; molti hanno ritenuto importante anche la possibilità, da parte degli animali, di esprimere i loro comportamenti naturali. Questi si riferiscono a studi echo con cittadini di altri paesi (Boogaard et al., 2008; Ellis et al., 2009; Prickett et al., 2010; Cardoso et al., 2016). La stessa valutazione utilitaristica è stata fatta dai cittadini britannici, che sono risultati un po’ più favorevoli alle tecniche di modificazione genetica degli animali ai fini della ricerca medica per scopi umani, ma non per trarne vantaggi commerciali (Macnaghten, 2004). Molti sostengono che le tecnologie e le metodiche di produzione, che migliorano l’efficienza economica dei sistemi di allevamento del bestiame, offrano benefici agli allevatori e alle industrie animali, ma anche ai consumatori, riducendo i costi degli alimenti di origine animale. Tuttavia, la confusione si presenta quando, nonostante ci siano alcune persone in grado di affermare che il benessere degli animali sia più importante del costo dei prodotti alimentari (Wolf et al., 2016), questo concetto non si traduce direttamente in una disponibilità a pagare o ad effettuare scelte d’acquisto di prodotti più attenti al benessere animale ( Harvey e Hubbard, 2013).

Altri hanno sostenuto che l’uso della “disponibilità al pagamento” come mezzo per giustificare alcune pratiche sia rischioso, in quanto questo pone la sostenibilità delle industrie animali sulle spalle dei consumatori, probabilmente un soggetto interessato ma poco informato (von Keyserlingk et al., 2013). Questo argomento ha raccolto un certo grado di popolarità dato il crescente numero di prove che dimostrano come i cittadini (che agiscono come elettori) raramente ritengano il potenziale aumento dei costi coinvolto nel cambiamento delle pratiche allevatoriali (Tonsor e Wolf, 2010). Il concetto di naturalezza, un valore con un elevato impatto tra il pubblico laico durante la valutazione dei sistemi di produzione animale (Lassen et al., 2006; Miele, 2010; Prickett et al., 2010; Boogaard et al., 2011), è stato spesso sottolineato dai nostri partecipanti; questo comprendeva riferimenti specifici alla necessità degli animali di esprimere i propri comportamenti naturali, di avere un contatto con la natura e di consumare alimenti prodotti con metodi più naturali. La capacità degli animali di esprimere comportamenti naturali, sia nella fattispecie del contatto madre-vitello sia nel contesto dell’accesso al pascolo, è stata un’importante preoccupazione per quasi un terzo degli intervistati, suggerendo una forte connessione tra naturalezza e concetto di benessere animale (Fraser et al., 1997).

Alcune delle giustificazioni date per motivare il rifiuto delle suddette pratiche suggeriscono che, per alcuni partecipanti, il richiamo alla naturalezza potrebbe essere una risposta allo stress della vita quotidiana moderna, che il contatto con la natura mitigherebbe (Macnaghten, 2004). Tra le possibili interpretazioni del concetto naturale venerato dai soggetti interessati dediti al biologico (Verhoog et al., 2003) c’è la relazione percepita con il concetto di rispetto dell’integrità delle specie animali. Questo potrebbe implicare, ad esempio, che le vacche debbano essere alimentate come ruminanti e che i giovani vitelli, essendo mammiferi, debbano essere allevati dalle loro madri. In alternativa, la classificazione come innaturale della separazione precoce della vacca dal vitello e dell’assenza di pascolamento, potrebbe essere la conseguenza del desiderio dei partecipanti di esprimere un atteggiamento negativo (Nuffield Council on Bioethics, 2015) verso alcuni aspetti delle particolari pratiche di produzione del latte di cui non erano a conoscenza in precedenza. Questo ci ha suggerito che la gente sente il bisogno di definire le cose sconosciute come conformi o divergenti dalla norma e quindi spesso le classificano (come gli organismi geneticamente modificati) come innaturali (Ribeiro et al., 2016). Infatti, molti dei nostri partecipanti hanno definito la possibilità di pascolamento e il mantenimento dei vitelli con le madri come la norma e le alternative come aberranti.

Le moderne produzioni animali implicano l’uso di diverse metodiche e tecnologie non naturali che sono state sviluppate per raggiungere degli obiettivi di produzione, ambientali e anche di benessere animale. Pertanto, possono essere necessarie ulteriori conoscenze delle ragioni alla base dell’evidente preferenza della naturalezza per poter ideare nuove metodiche in grado di accrescere l’accettabilità, da parte del pubblico laico, dei sistemi di produzione animale. Infine, alcuni partecipanti che si sono opposti al pascolamento zero, hanno espresso specifiche preoccupazioni per quanto riguarda l’uso eccessivo di pesticidi, antibiotici o ormoni. Questa preoccupazione è stata segnalata in indagini che coinvolgono cittadini di diversi paesi (Miele, 2010; You et al., 2014; Cardoso et al., 2016; Clark et al., 2016; Pieper et al., 2016; Wolf et al. 2016). L’ampia pubblicità sull’eccessivo uso di pesticidi (Jardim e Caldas, 2012), di antibiotici per la produzione di alimenti (Oliveira e Bonfanti, 2014) e sulle frodi nel latte (Rodrigues, 2014) fatta dai media in Brasile (Movimentos Sociais e Redes, 2016) può spiegare la prevalenza di queste preoccupazioni tra i nostri intervistati. I nostri risultati si aggiungono a lavori precedenti che hanno individuato le diverse opinioni di coloro che hanno e coloro che non hanno esperienza con le pratiche di produzione degli animali d’allevamento (Weary et al., 2016). La preoccupazione che l’allontanamento già in atto tra i cittadini laici e le industrie di produzione animale possa aumentare il rischio di regolamentazioni restrittive, possa favorire le iniziative dei rivenditori o le scelte dei consumatori, è condivisa da molti (Brom, 2000, von Keyserlingk e altri, 2013; Schuppli et al., 2014; Pieper et al., 2016).

Per evitare questi aspetti potenzialmente indesiderati, alcuni scienziati propongono di educare il pubblico, fornendo informazioni facilmente comprensibili sulla scienza, in modo che possano accettare maggiormente le moderne pratiche e tecnologie agricole (Croney et al., 2012; You et al., 2014; Pieper Et al., 2016). Secondo le nostre  conoscenze, solo uno studio ha testato se l’erogazione di informazioni fa aumentare l’accettabilità della produzione lattea convenzionale; tuttavia, i risultati mostrano che, sebbene l’accettazione di alcune pratiche aumentasse, l’acquisizione della consapevolezza su pratiche precedentemente sconosciute, ha determinato una riduzione della fiducia sul fatto che le vacche da latte abbiano una buona vita (Ventura et al., 2016). Data la mancanza di questa tipologia di studi, incoraggiamo ulteriori ricerche in questo settore, in particolare perché ciò ci può fornire altre informazioni sul peso delle diverse tipologie d’informazioni sui cittadini laici. È idea comune che l’informazione scientifica sia imparziale e che sia l’unica fonte legittima di informazioni che il pubblico dovrebbe utilizzare per valutare l’allevamento e può essere esemplificata dalla conclusione di Capper (2011), per il quale la scelta del consumatore “…dovrebbe essere condotta in base alla scienza e alla logica piuttosto che sulla base di ipotesi filosofiche”. Tuttavia, questa idea trascura il fatto che le opinioni dei cittadini sulle pratiche allevatoriali, sono in gran parte influenzate da fattori come aspetti morali ed etici riguardanti la vita degli animali e dalla valutazione del rischio per la salute umana (Boogaard et al., 2011; Ryan et al., 2015; Hötzel, 2016; Ventura et al., 2016). Ad esempio, i nostri intervistati hanno espresso, in modi diversi, la convinzione che gli animali dovrebbero vivere una buona vita e che questa non dovrebbe essere intralciata da obiettivi produttivi. Un contributo che gli scienziati possono dare al fine di migliorare l’accettazione delle moderne pratiche d’allevamento, imprescindibili per favorire la crescita sostenibile di un mondo in continua via di sviluppo (Godfray et al., 2010; Foley et al., 2011), è quello di aiutare nella progettazione di sistemi di produzione in grado di soddisfare contemporaneamente aspetti economici, tecnici ed etici.

È stato dimostrato che, almeno in alcuni casi, i consumatori non possono considerare più accettabili le proposte alternative che si riferiscono specificatamente alle preoccupazioni pubbliche rispetto al pratiche aziendali standard [ad esempio, la duplice attitudine dei polli e la determinazione del sesso in ovo contro l’uccisione di pulcini maschi di un giorno di vita (Gremmen e Blok, 2016) o l’alloggiamento delle ovaiole in gabbie arricchite rispetto alle convenzionali gabbie in batteria (Lu, 2013)]. Si tratta di uno studio esplorativo, basato su un campione di partecipanti di convenienza e come tale non rappresenta le opinioni della società brasiliana (IBGE, 2010). Se confrontato con un campione rappresentativo di brasiliani, il nostro campione contiene una percentuale maggiore di cittadini ben istruiti, che vivono in contesti urbani e che, possibilmente, sono più ricchi rispetto alla popolazione brasiliana in generale. Tuttavia, questo contribuisce nel fornire nuove informazioni sul comportamento dei cittadini laici nei confronti delle pratiche di produzione del bestiame, una questione esplorata nei paesi industrializzati ma non nei paesi in via di sviluppo (von Keyserlingk e Hötzel, 2015). L’obiettivo principale del nostro studio era quello di comprendere come l’informazione potesse influenzare l’atteggiamento dei cittadini laici in relazione a due controverse pratiche di produzione del latte (Boogaard et al., 2011; Ventura et al., 2013; Schuppli et al., 2014) e, indagando le loro motivazioni sottostanti, di capire i risultati del nostro esercizio di divulgazione.

Abbiamo fornito informazioni mediante una panoramica dei principali aspetti tecnici impiegati dalla maggior parte dei lavoratori per ciascuna pratica dell’industria casearia e su alcune critiche comuni fatte da persone al di fuori dell’industria lattiero-casearia. Alcuni fattori correlati alle informazioni fornite potrebbero avere influenzato i nostri risultati, come l’ampiezza e l’ambito, nonché la scelta degli argomenti elencati nel testo informativo; il fatto che le informazioni siano state rapportate dal punto di vista degli allevatori, una parte chiaramente interessata, e l’aver fiducia nella fonte delle informazioni potrebbe aver influenzato la percezione del pubblico verso alcune pratiche e tecniche allevatoriali (Robbins et al., 2016). Importante sottolineare anche che la nostra decisione di evidenziare alcuni punti in un particolare ordine all’interno del breve resoconto d’informazioni, potrebbe avere influenzato le loro risposte, in quanto alcuni partecipanti avrebbero potuto interpretare l’ordine di presentazione dei fattori elencati come un’indicazione del grado di importanza. Inoltre, in questo e in altri studi (Ryan et al., Ventura et al., 2016), i compromessi economici e pratici associati a queste pratiche controverse non sono stati completamente considerati da parte dei partecipanti. Infine, nel caso dell’argomento separazione precoce della vacca dal vitello, non abbiamo detto ai partecipanti che il mantenimento delle bovine insieme ai vitelli è una pratica estremamente rara nelle aziende da latte convenzionali e si verifica solo in alcuni sistemi biologici per periodi limitati (Asheim et al. 2016).

Le indagini nordamericane sono state effettuate online attraverso una piattaforma interattiva che ha permesso agli intervistati di leggere, oltre al testo informativo fornito dai ricercatori, anche le opinioni e le argomentazioni degli ex intervistati che hanno contestato, completato o enfatizzato le informazioni presentate inizialmente dai ricercatori (Ventura et al., 2013; Schuppli et al., 2014). I tassi di opposizione tra i cittadini laici in questi sondaggi (76% per la separazione vacca-vitello e 90% per il pascolo zero) sono risultati paragonabili a quelli ottenuti in questo studio, così come le tematiche esposte dagli intervistati per le loro giustificazioni. Sebbene gli studi non siano direttamente comparabili, gli stessi livelli di rifiuto e le ragioni sottostanti individuate negli studi del Nord America, rafforzano la conclusione che le questioni relative ai valori come il benessere animale o la naturalezza possono essere più importanti per i laici rispetto ad altre informazioni tecniche ed economiche, come dimostrato anche da altri (Richards et al., 2013; Bennett et al., 2016; van Asselt et al., 2016). Infine, anche la domanda di mercato della società si è dimostrata in grado di influenzare le risposte, negli esperimenti che comportano la disponibilità al pagamento di prodotti animal-friendly (Lusk e Norwood, 2010). Tuttavia, l’attuale indagine non ha richiesto ai partecipanti di dichiarare se sarebbero disposti a modificare i loro atteggiamenti. Allo stesso modo, la bias relativa alla domanda di mercato potrebbe essere stata minimizzata dal modo in cui questo sondaggio è stato fornito; cioè i partecipanti non hanno avuto alcun contatto con il ricercatore, ed è stato dimostrato che questo riduce i potenziali pregiudizi rispetto alle indagini svolte faccia a faccia (Heerwegh, 2009). Ulteriori studi, che riguardano l’effetto delle informazioni sui comportamenti del pubblico nei confronti delle pratiche di produzione animale potrebbero tenere in considerazione queste limitazioni.

CONCLUSIONI

I partecipanti alla ricerca, brasiliani che vivevano in ambienti urbani con poca o nulla correlazione con aspetti della produzione lattiero-casearia, erano generalmente ignari del fatto che molte bovine non hanno un libero accesso ai pascoli e che vengono separate dal loro vitello subito dopo la nascita. La maggior parte dei partecipanti si è trovata in disaccordo con queste pratiche. La fornitura di brevi informazioni esplicative ha giocato un ruolo (anche se minore) nell’influenzare le opinioni della gente, ma allo stesso tempo non è riuscita a far ottenere l’accettazione generale da parte del pubblico.

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