La separazione del vitello dalla madre

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La separazione del vitello dalla madre

La separazione del vitello dalla madre nell’allevamento dei bovini avviene con modalità diverse nelle razze da carne rispetto a quelle da latte. Nelle prime si segue il così detto ciclo naturale, ossia si lascia il vitello con la madre per i primi 6 mesi, finchè non è in grado di utilizzare come esclusiva fonte nutritiva i vegetali. Nelle razze allevate per produrre latte, generalmente, il vitello viene allontanato dalla madre molto precocemente per due finalità. La prima è quella di avere subito il latte munto da vendere, almeno dopo la fase colostrale, i primi due o tre giorni dopo il parto, oppure al completarsi della fase di transizione che dura circa 10 giorni. La seconda ragione è di natura esclusivamente sanitaria, ossia per evitare un contatto prolungato con la madre e, successivamente, con gli altri vitelli al fine di ridurre la propagazione delle infezioni e quindi per prevenire tutte quelle patologie enteriche e respiratorie che possono evolvere fino alla morte.

Generalmente, i vitelli vengono allontanati dalla madre a poche ore dalla nascita e il colostro viene munto e somministrato loro dall’allevatore. Questi vengono poi ospitati in gabbie individuali fino allo svezzamento che avviene a 60-90 giorni di vita. Ai vitelli viene somministrato latte bovino oppure un succedaneo del latte, decisione presa esclusivamente per ragioni economiche, considerando che il latte materno è quello che garantisce la migliore salute e accrescimento.

Non avendo in Italia, purtroppo, dati relativi alle pratiche zootecniche effettivamente utilizzate si è costretti sempre a fare riferimento ad altri paesi. Secondo quanto riportato da USDA-NAHMS nel 2016 nel “Dairy 2014”, l’81.6 % dei vitelli negli USA riceve il colostro solo attraverso la somministrazione manuale da parte dell’operatore. Il 15.8% lo assume sia dall’allevatore che dalla madre e solo il 2.6% lo prende esclusivamente dalla madre. Il 69.7% dei vitelli negli USA viene ospitato in gabbie individuali e riceve latte 2 volte al giorno, e al 56% di essi vengono offerti lt 4.5 al giorno. Il Dairy 2014 riporta che il 3.1% degli allevamenti ne somministra meno di 3.7 litri, il 42.3% da 3.7 a 4.7, il 23.6% dai 5.6 ai 6.6, il 22.3% dai 7.5 ai 8.5 e l’ 8.6% oltre i 9.5 litri.  Nella fase di svezzamento il vitello dovrebbe bere una quantità di latte pari al 10% del suo peso corporeo, con una punta del 20% nella prima settimana di vita.

Il metodo con cui si allevano i vitelli delle razze da latte è un paradigma ed è quindi condiviso e praticato in buona parte degli allevamenti del mondo. Ultimamente, in una quota sempre crescente della popolazione l’allontanamento precoce dei vitelli dalle madri “dà fastidio” e sta creando un disagio che sta portando, unitamente ad altri fattori etici, soprattutto chi non vive negli ambienti rurali, ad eliminare il latte dalle proprie abitudini alimentari. Si definiscono “urbanizzate” le persone che vivono in ambienti dove la densità della popolazione è di almeno 300 abitanti per km2 e dove ci siano almeno 500 persone. In Italia circa il 67% della popolazione può definirsi urbanizzata. Dalle molte ricerche effettuate in Europa, USA e Canada si evidenzia che buona parte dei cittadini non conosce gli allevamenti. I più hanno la certezza che gli animali vengano allevati in condizioni di piena naturalità. Ultimamente i media stanno invece raccontando la realtà degli allevamenti e questo crea nelle persone un profondo senso di colpa.

In questa situazione sono due le possibili strade da percorrere per arginare il crollo dei consumi del latte e dei suoi derivati. La prima è quella di aprire le stalle alla gente per spiegare le vere ragioni che ci hanno portato a fare le attuali scelte nelle tecniche d’allevamento. Questa forma di comunicazione, dai molti sondaggi effettuati, potrebbe dare qualche risultato. La seconda strada possibile è quella di riflettere e modificare alcune tecniche d’allevamento. La precoce separazione del vitello dalla madre ha di fatto ridotto la propagazione di malattie infettive e parassitarie, ed ha ridotto a meno del 10% la mortalità dei vitelli nella fase di svezzamento in molti allevamenti. L’attuale paradigma sta però evidenziando molti limiti. La segregazione in gabbie individuali, dove anche si rispetti il DL 126/2011, crea un profondo stress ai vitelli. I bovini sono animali da branco, ossia gregali, e l’interazione sociale è di fondamentale importanza. Alcune ricerche hanno evidenziato che i vitelli che hanno avuto un contatto prolungato con la madre e con gli altri vitelli saranno più socievoli da adulti, più sani e, nel caso delle femmine, in grado di produrre fino al 25% di latte in più una volta entrate in produzione. L’interazione sociale tra i vitelli già dalle prime settimane di vita facilita una maggiore e più precoce  assunzione di cibo solido.Spinto maggiormente da ragioni commerciali è stato il consiglio di ridurre a meno di 60 giorni il momento dello svezzamento. Ciò è possibile limitando la disponibilità di latte spesso al di sotto dei kg 4.5 al giorno. I vitelli subiscono così un ulteriore stress legato al senso di fame “cronico” che, unito alla separazione in gabbie individuali, può dare effetti nocivi sulla salute psico-fisica e sulla futura produzione dell’animale.

Anche in questo caso, come in molti altri degli aspetti zootecnici che abbiamo inserito nelle linee guida della Stalla Etica, si vedono coincidere le preoccupazioni della gente con gli interessi economici degli allevatori. Lasciare i vitelli con le madri per un periodo più lungo delle 24 ore e ricoverare subito, o dopo 10 giorni, in gruppi di max 8-10 vitelli, non è un ritorno al passato ma una nuova tecnologia da mettere a punto. I punti critici da risolvere riguardano in primis la certezza che il vitello, lasciato sotto la madre per bere colostro, lo faccia e nelle dovute quantità. Questo prezioso alimento deve inoltre essere della migliore qualità e deve avere quel corredo completo di immunoglobuline che permette ai vitelli di difendersi dalle numerose patologie enteriche e respiratorie tipiche di questo periodo. Alcuni allevamenti di pecore da latte e di bufale sono organizzati in modo da far incontrare i vitelli con le madri, che nel frattempo vengono munte, almeno due volte al giorno per essere allattati. In alcuni casi, come avviene nelle bufale e in alcune fattrici di razze da carne, si utilizzano delle balie bovine dalle quali i vitelli si possono allattare anche più volte al giorno con una frequenza molto vicina a quanto avverrebbe in natura (8-12 pasti nel primo mese di vita).

Di grande interesse è l’utilizzo delle allattatrici automatiche (AMF), che rappresentano una valida alternativa alla somministrazione manuale di latte (MMF) già dai primi giorni di vita, o meglio dopo i primi 10 giorni trascorsi nelle gabbie individuali chiamate nursery. L’AMF consente di frazionare in più pasti al giorno la dose assegnata a ciascun vitello e la maggior parte degli allevatori non fa somministrare alle macchine più di kg 2 per pasto (in genere kg 1). Con l’AMF si può somministrare più latte al giorno, tanto che molti allevatori arrivano anche somministrarne kg 8 suddivisi in più di 6 pasti giornalieri, per poi svezzarli non prima di 90 giorni. Il fatto che i vitelli vivano insieme e in piccoli gruppi stimola il comportamento imitativo che in questo caso esista in un maggior consumo di mangime. L’AMF è la tecnica per la nutrizione dei vitelli che maggiormente si avvicina a quanto avverrebbe in natura. Questo metodo è ammesso anche nell’allevamento biologico con il solo limite dell’utilizzo esclusivo di latte bovino, e quindi non artificiale.

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Di |2017-08-21T09:30:48+01:0021 Agosto 2017|Categorie: 8-2017, Nutrizione, Ruminantia mensile|Tags: , , , |

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Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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