Quantificare l’impatto delle modifiche tariffarie è diventato una priorità politica, visto il recente aumento delle tensioni commerciali. Dal punto di vista degli USA, l’origine delle della disputa commerciale con la Cina va ricondotta al modello economico statalista cinese, in quanto l’ampio e crescente ruolo del governo nell’economia genera distorsioni nei flussi commerciali e d’investimento a livello globale. Secondo l’amministrazione Trump, infatti, le politiche economiche cinesi contribuirebbero a una sostanziale “errata allocazione delle risorse globali che lascia ciascuno – compresi i cinesi – più poveri di quanto sarebbe in un mondo con mercati più efficienti” (2018 Trade Policy Agenda and 2017 Annual Report of the President of the United States on the Trade Agreements Program, p. 4). Oltre agli aspetti squisitamente commerciali, legati all’enorme disavanzo nel commercio con la Cina, le preoccupazioni USA riguardano anche altre aree: il presunto cyber-spionaggio economico cinese a danno delle imprese statunitensi; le procedure sul rispetto dei diritti di proprietà intellettuale; le politiche discriminatorie sull’innovazione; l’uso estensivo di politiche industriali (come sussidi e barriere al commercio e agli investimenti) finalizzate a proteggere e promuovere le industrie nazionali. Nel loro insieme, queste pratiche e queste politiche sono accusate di avere un impatto negativo sugli interessi economici statunitensi e di aver contribuito alla perdita di posti di lavoro in diversi settori1.

In questo lavoro si analizza l’evoluzione della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti con l’obiettivo di aggiornare l’analisi e focalizzare l’attenzione sulla guerra commerciale USA-Cina, rispetto alla valutazione presentata nella precedente ricerca dell’ISMEA “L’America First di Trump: scenari globali per il commercio agroalimentare”2, successivamente integrata con considerazioni sulle possibili ripercussioni per le regioni  italiane in “L’America First di Trump: gli scenari globali e il commercio agroalimentare delle regioni italiane con gli USA”3.

In quell’occasione si erano valutati alcuni possibili scenari basati sui proclami iniziali del Presidente Trump. A distanza di quasi due anni, molte delle minacce si sono trasformate in atti concreti con un aumento significativo delle barriere tariffarie a cui ha fatto seguito la ritorsione da parte del governo cinese. Siamo quindi in grado di fornire una valutazione più precisa delle possibili conseguenze della guerra commerciale in corso, non solo per le due economie direttamente interessate, ma anche per gli altri paesi e in primo luogo l’Italia.

Le azioni commerciali dei governi statunitense e cinese intraprese nel corso del 2018 sono descritte nel capitolo 3, mentre la valutazione dei possibili impatti globali e sull’Italia della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, che risultano dagli aumenti dei dazi, è effettuata nei capitoli da 4 a 6, tramite un modello di simulazione di equilibrio generale calcolabile mondiale (GTAP e GTAP-VA). L’analisi dei risultati delle simulazioni è preceduta nel capitolo 2 da una descrizione degli scambi commerciali degli USA e della Cina (aggiornata al 2017, cioè l’anno precedente all’escalation della tensione, consentendo quindi di rappresentare la situazione iniziale tra i due paesi) con i principali partner mondiali e del ruolo che entrambi i paesi rivestono per l’Unione europea e per l’Italia, con particolare riferimento al settore agroalimentare. Il rapporto si chiude con le conclusioni nel capitolo 7.

È forse superflua l’avvertenza che il contesto delle relazioni tra le principali potenze economiche mondiali è tutt’altro che stabile e in questo senso il lavoro resta aperto per tenere il passo con gli sviluppi che si prospettano nel corso del 2019: da un lato, le nuove minacce rivolte ad aprile dagli Stati Uniti all’Unione europea, dall’altro, il successivo annuncio di ulteriori inasprimenti tariffari sulle importazioni USA provenienti dalla Cina, puntualmente seguito dall’applicazione, a partire dal 10 maggio, dell’aumento dei dazi (dal 10 al 25%) su un ampio elenco di prodotti cinesi, prontamente seguito dalla ritorsione della Cina. Tale incremento, nel quadro della strategia America First, sarebbe dovuto scattare già a partire dall’1 gennaio 2019, ma era poi stato sospeso. A questo riguardo va ricordato che le simulazioni contenute in questo studio, essendo state effettuate prima di tale ultimo aumento scattato dal 10 maggio, tengono conto del regime tariffario esistente prima di quella data e, dunque, sottostimano gli effetti della guerra commerciale messa in campo dall’amministrazione Trump.

1 Wayne M. Morrison, “China-U.S. Trade Issues”, Congressional Research Service Report, July 30, 2018.
2www.ismea.it
3www.reterurale.it

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Fonte: Rete Rurale Nazionale

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