Latte, latticini e loro effetti funzionali sull’uomo: una review narrativa delle prove più recenti

//Latte, latticini e loro effetti funzionali sull’uomo: una review narrativa delle prove più recenti

Latte, latticini e loro effetti funzionali sull’uomo: una review narrativa delle prove più recenti

Francesco Visioli2* e Andrea Strata3
2Laboratory of Functional Foods, Madrid Institute for Advanced Studies (IMDEA)–Food, CEI UAM+CSIC, Madrid, Spain;  
3Department of Clinical Nutrition, Università di Parma, Parma, Italia 
1Nota degli autori: F. Visioli e A. Strata, nessun conflitto d’interesse. 
*Autore a cui inviare la corrispondenza. E-mail: francesco.visioli/at/imdea.org. 

 

Abstract

Introduzione

Conclusioni

Ringraziamenti

Letteratura citata

 

Abstract

Il latte è consumato su larga scala e risulta essere essenziale nella dieta di diversi milioni di persone in tutto il mondo, dato che è in grado di fornire importanti macro e micronutrienti. Il latte è riconosciuto come un alimento utile durante l’infanzia e l’adolescenza visto la sua composizione; tuttavia, la relativamente elevata percentuale di grassi saturi contenuta al suo interno solleverebbe alcune preoccupazioni sui potenziali effetti nocivi che potrebbe avere, in particolare, sul sistema cardiovascolare. Questa review analizza la più recente letteratura relativa ai latticini e alla salute umana, inquadrandola all’interno di prove epidemiologiche, sperimentali e biochimiche. Ad esempio, sembrano essere ben documentati gli effetti del latte (in particolare del latte scremato) sul peso corporeo, e le conclusioni della stragrande maggioranza degli studi pubblicati indicano che il consumo di latticini non aumenterebbe il rischio di patologie cardiovascolari o l’incidenza di alcuni tumori. Anche se le prove disponibili non sono definitive, alcuni studi suggeriscono che il latte e i suoi derivati potrebbero effettivamente essere vantaggiosi per alcuni segmenti della popolazione. Anche se studi futuri ci aiuteranno a chiarire il ruolo del latte e dei latticini sulla salute umana, il loro utilizzo all’interno di una dieta equilibrata dovrebbe essere considerato senza  evidenti controindicazioni. 

Introduzione

Il latte è un componente essenziale della dieta di ~ 6 miliardi di persone. La produzione mondiale di latte raggiunge i 730 milioni di tonnellate/anno (1,2). Anche se i mammiferi producono il latte per nutrire la loro prole, in molte zone del mondo gli esseri umani continuano a consumarlo per il resto della loro vita. Tuttavia, bisogna sottolineare anche come sia diffusa in tutto il mondo l’intolleranza al lattosio e come buona parte della popolazione mondiale non sia in grado di trarre vantaggio dai presunti benefici del latte. Oltre al latte, anche molti altri prodotti caseari come panna, burro, yogurt, kefir e formaggio sono stati prodotti e consumati in tutto il mondo per millenni. Pertanto, l’impatto del latte e dei prodotti lattiero-caseari sulla salute umana è piuttosto rilevante ed è stato oggetto di numerosi studi, sia sui prodotti in toto che sulle loro singole componenti. In particolare, sono state analizzate con attenzione la componente grassa del latte (in gran parte rappresentata da SFA) e alcune delle sue componenti minori, in particolare il calcio e gli oligosaccaridi, circa il loro potenziali ruoli di salute. Questa review riassume gli studi più recenti sul latte e sulla salute umana e discute criticamente i presunti effetti del latte e dei principali costituenti dei latticini. 

Effetti sul peso corporeo

Di tutti i componenti bioattivi del latte, il calcio e la vitamina D sono stati studiati soprattutto per quanto riguarda i loro effetti sul peso corporeo e sul tessuto adiposo. Sono stati condotti studi su questi composti sia come molecole isolate (3-9) sia come componenti presenti all’interno del latte e dei latticini (5,7,8,10-12). I focus riguardavano la termogenesi e l’ossidazione dei lipidi (che vengono favorite dal calcio e dalla vitamina D) (13-15) e l’aumento dell’escrezione dei lipidi con le feci (16-19). Negli ultimi anni sono stati pubblicati alcuni studi su altre componenti del latte e i sui loro potenziali effetti sul peso corporeo (20,21). Ad esempio, oltre al calcio e alla vitamina D, le proteine del latte vengono indicate come fattori diminuenti la massa adiposa (ovvero, il grasso viscerale) e il peso corporeo (11,14,22,23). Questi effetti sono stati osservati sia in soggetti sani che in pazienti sovrappeso, obesi (21,24-27) e diabetici (8,28). Oltre alla caseina, anche altre proteine del siero di latte sembrano essere particolarmente efficaci (29,30) e i loro effetti sembrano essere mediati da diversi meccanismi che includono l’aumento del senso di sazietà e la diminuzione dell’appetito (29). In particolare contribuiscono sinergicamente al controllo del peso l’inibizione della secrezione gastrica da parte della colecistochinina (31) e di alcuni aminoacidi ramificati, l’abbondanza di leucina (32), l’aumento della secrezione di peptide 1 glucagone-like (GLP-1)4 (33,34) e di peptide insulinotropico glucosio-dipendente ( GIP) (35), la concomitante soppressione della secrezione di grelina (36) e i potenti effetti sazianti della α-lattoalbumina (37). Gli studi più recenti in questo ambito includono studi clinici randomizzati e di meta analisi. Una marcata riduzione del tessuto adiposo e un aumento della massa magra sono stati osservati in 90 donne in premenopausa, sovrappeso e obese dopo 4 mesi di dieta ipocalorica che comprendeva latte e latticini. In particolar modo, ne ha risentito il tessuto adiposo viscerale (26). Uno studio condotto su 903 adolescenti sani (di 15-16 anni), che prevedeva almeno 2 porzioni/die di latte [1 porzione = 200 ml di latte, 125 g di yogurt o 28 g di formaggio (38)], ha riportato una significativa perdita di peso e una riduzione del grasso corporeo (39,40). Nei partecipanti maschi è stato evidenziato anche un effetto protettivo sull’obesità addominale. Da un punto di vista meccanicistico, le proteine del siero di latte somministrate prima di un pasto hanno dimostrato avere effetti insulinotropi e hanno ridotto le fluttuazioni insuliniche postprandiali nei partecipanti sani (41) e nei pazienti affetti da diabete di tipo 2 (42). In seconda istanza, il consumo di proteine del siero di latte prima di una colazione o di un pranzo con elevato carico glicemico (pane bianco e patate), ha incrementato la risposta all’insulina del 30-50% e ridotto la glicemia del ~ 20% rispetto ai soggetti di controllo (42). Questo effetto è quantitativamente paragonabile a quello delle sulfaniluree (43). In accordo con questi studi, Dove et al. (44) hanno riportato che l’assunzione di 600 ml di latte scremato a colazione (in 34 uomini e donne in sovrappeso) ha avuto un maggior effetto saziante (valutato 4 ore più tardi) rispetto a quello dopo somministrazione di un succo di frutta con lo stesso apporto calorico. È stato anche evidenziato un consumo significativamente minore di cibi offerti ad libitum a pranzo (vale a dire dopo 4 ore) (44). Una recente meta-analisi (45), che esaminava gli effetti di 29 studi clinici randomizzati comprendenti 2101 casi, ha confermato l’effetto sulla perdita di peso del latte e dei latticini quando integrati in diete ipocaloriche. Tuttavia, in studi a lungo termine o in studi senza restrizioni energetiche, non è stato osservato alcun effetto benefico sul peso corporeo e sulla perdita di grasso legato ad un aumento del consumo di latticini, quindi è richiesta una certa cautela nell’attribuire al latte proprietà dimagranti. 

Diabete

In studi osservazionali è stata messa in evidenza una bassa incidenza di diabete di tipo 2 e di disfunzione metabolica correlata al consumo di latticini (46), ma i potenziali meccanismi responsabili di questi effetti non sono stati ancora chiariti. Uno studio prospettico durato 10 anni condotto su 37.185 donne (come il Women’s Health Study) ha riportato una correlazione inversa tra il consumo di latte e latticini e il rischio di diabete (28). Questa associazione era più marcata per i prodotti scremati ed ha portato ad una diminuzione del rischio del 4% per una porzione in aggiunta al giorno. Questi effetti possono essere ipoteticamente spiegati dall’aumento della risposta insulinemica, dalla diminuzione delle fluttuazioni glicemiche e dall’aumento della secrezione di GIP e GLP-1 innescate dalle proteine del latte, come descritto sopra, e da acidi grassi come l’acido trans-palmitoleico (trans-16:1n-7; vedere sotto) (47). Il Nurses’ Health Study II (48) è stato condotto su 37.083 donne, che sono state seguite per 7 anni. Ogni 2 anni, le donne ricevevano un questionario di follow-up con domande su malattie e argomenti relativi alla salute, tra cui gravidanze precedenti, stato della menopausa, abitudini relative al fumo e utilizzo di ormoni. Il primo FFQ è stato raccolto nel 1991 e i FFQ successivi sono stati somministrati ogni 4 anni. Questo studio ha riportato che l’assunzione di latticini durante la scuola superiore era inversamente associata al rischio di sviluppare diabete di tipo 2 da adulto (auto-riportato). In particolare, il consumo di 2 porzioni/die è stato associato ad una diminuzione del rischio del 38%; la correlazione era più forte quando il consumo di latticini continuava durante tutta l’età adulta. Uno studio prospettico francese (49) condotto su 3435 parigini seguiti per 3 anni, ha evidenziato come un maggior consumo di latticini fosse associato ad una diminuzione dell’incidenza di diabete di tipo 2 (auto-riportato), ad una diminuzione della tolleranza glucidica e della sindrome metabolica (MetS). Tong et al., pubblicando una meta-analisi di 7 studi di coorte (328.029 casi), hanno riferito anche di una correlazione inversa (riduzione del rischio del 14%) tra il consumo di latte (latte scremato o parzialmente scremato) e il diabete di tipo 2 (50). Un altro recente studio osservazionale condotto su 82.076 donne in post-menopausa arruolate per il Women’s Health Initiative Observational Study (della durata di 8 anni), ha confermato che il consumo di latticini a basso contenuto di grassi era significativamente e inversamente correlato alla diminuzione del rischio di diabete di tipo 2 (auto-segnalato), soprattutto nelle donne con elevato BMI ed obese (51). Un recente studio (52) ha riportato un marcato miglioramento delle variabili glicemiche (come, ad esempio, glicemia a digiuno e concentrazioni ematiche di emoglobina glicata) in pazienti diabetici di tipo 2 che consumavano latte fermentato e yogurt con aggiunta di vitamina D, con o senza calcio (53). Infine, i dati provenienti dallo studio EPIC (European Prospective Investigation on Cancer and Nutrition) relativi a 16.835 partecipanti sani e a 12.403 partecipanti diabetici (parte di una più ampia coorte di 340.234 partecipanti) provenienti da 8 nazioni europee, hanno confermato la correlazione inversa tra consumo di formaggio e latte fermentato e l’incidenza di diabete. In particolare, il consumo di 55 g/die di formaggio e yogurt è stato associato ad una diminuzione del 12% dell’incidenza del diabete di tipo 2 (54). Infine, un recente studio di Mozaffarian et al. (55), condotto su 2617 adulti arruolati nel Multi Ethnic Study of Atherosclerosis (MESA), ha confermato una minore incidenza (-20%) di diabete di tipo 2 associato all’utilizzo di prodotti lattiero-caseari. Questa associazione era indipendente dal sesso, dall’etnia e da altri fattori confondenti e rafforza l’idea che l’acido trans-palmitoleico potrebbe svolgere un ruolo importante sulla secrezione di insulina, sulla trigliceridemia e sulla pressione sanguigna (vedi sotto). Infatti, gli autori hanno ipotizzato che, una volta confermate queste azioni benefiche, i prodotti lattiero-caseari potrebbero essere arricchiti con questo AG (55). È interessante notare come l’assunzione di lattosio, al contrario del glucosio e del fruttosio, non sembri essere associata all’incidenza di diabete (56,57). Anche se le prove a favore o contro l’utilizzo del lattosio in pazienti diabetici sono scarse, l’American Diabetes Association raccomanda il consumo di latte e di prodotti lattiero-caseari. In parte ciò è dovuto al fatto che il latte ha comunque un indice glicemico relativamente basso per le proteine presenti al suo interno, in particolare la caseina, che possiedono proprietà insulinogeniche e facilitano la regolazione glicemica attraverso un meccanismo che comporta l’innalzamento di alcuni aminoacidi plasmatici e la stimolazione delle incretine (58). Infine il latte intero, rispetto al latte parzialmente scremato, aumenta il tempo medio di svuotamento gastrico così come il basso pH del latte fermentato può ritardarne lo svuotamento. Pertanto, il latte intero o il latte fermentato potrebbero essere di aiuto nel controllo della glicemia (59). 

Pressione sanguigna

Le proteine del siero di latte sono state a lungo studiate per i loro potenziali effetti positivi sulla pressione sanguigna (60,61). Ad esempio, Pal ed Ellis (62) hanno dimostrato che, in soggetti sovrappeso e obesi, l’assunzione di 54 g/die di proteine del siero di latte per 12 settimane induceva una significativa riduzione della pressione sistolica e diastolica, in accordo con Xu et al. (63) che hanno pubblicato una meta-analisi sui tripeptidi e sulla pressione sanguigna. I primi sono dei peptidi bioattivi (64-66) formati da proteine mediante l’attività del microbiota e degli enzimi gastrointestinali e che risultano essere abbondanti nei latticini fermentati (67). I tripeptidi sono stati studiati vista la loro attività inibente l’enzima convertente l’angiotensina, dato che potrebbero avere importanti conseguenze cliniche. In particolare, due tripeptidi, vale a dire isoleucina-prolina-prolina (Ile-Pro-Pro) e valina-prolina-prolina (Val-Pro-Pro) sono stati inseriti all’interno di alimenti funzionali visto il loro profilo di sicurezza e le loro presunte attività benefiche, in particolar modo sulla pressione sanguigna . È interessante notare che altri peptidi sono stati isolati e studiati per le loro presunte proprietà antitrombotiche (68). Di recente, McGrane et al. (69) hanno condotto una review sulle prove degli effetti ipotensivi dei tripeptidi del latte aggiornando una precedente review del 2010 che 1) esaminava 223 articoli pubblicati tra il 2004 e il 2009 (che delineavano la correlazione inversa tra consumo di tripeptidi presenti nel latte e la pressione arteriosa) e che 2) riesaminava 163 studi pubblicati tra il luglio 2009 e il dicembre 2010 inerenti al contenuto di vitamina D, calcio, fosforo e peptidi bioattivi in latticini a basso contenuto di grassi presenti in diete ipocaloriche. Una meta-analisi di 7 studi che includeva ~ 45.000 partecipanti, di cui 11.500 ipertesi (70), ha riportato una significativa correlazione inversa tra il consumo di latticini magri e il rischio di ipertensione. Altri nove studi di coorte (57.256 partecipanti seguiti per 2-15 anni) hanno confermato questa correlazione inversa; inoltre, i partecipanti che avevano consumato le quantità maggiori di latticini a basso contenuto di grassi hanno mostrato una diminuzione del rischio di ipertensione (71). Uno studio prospettico pubblicato recentemente da Louie et al. (72), che ha esaminato 335 bambini australiani, il loro consumo di latte all’età di 18 mesi e la loro pressione arteriosa all’età di 8 anni, ha riportato dei valori di pressione arteriosa più bassi nei soggetti che consumavano almeno 2 porzioni di latte al giorno. 

Livelli di colesterolo

Latte e latticini contengono colesterolo (~ 80 mg/100 g) e grassi saturi (~ 15 g/100 g) (73). Pertanto, il consumo di questi prodotti potrebbe teoricamente avere effetti negativi sulle concentrazioni di colesterolo. Tuttavia, è interessante notare come il contributo del colesterolo alimentare al rischio cardiovascolare sia oggetto di continue discussioni e probabilmente potrebbe dipendere dalla predisposizione individuale a sintetizzarlo piuttosto che dal suo assorbimento (74,75). Inoltre, sono state riesaminate la portata e la natura precisa del ruolo dei grassi saturi nell’insorgenza e nello sviluppo delle malattie cardiovascolari (CVD) (76); probabilmente, i SFA non possono essere raggruppati in un’unica categoria e dovrebbero essere invece considerati singolarmente (77). La prima review degli effetti del consumo di latticini sulla colesterolemia è stata pubblicata nel 2000 da St-Onge et al. (78). Gli autori hanno citato come prima prova un vecchio studio condotto nel gruppo etnico africano Masai (79). I Masai consumano grandi quantità di latte che, in quello studio, risultavano inversamente correlate alle concentrazioni di colesterolo nel sangue. Infatti, il latte è stato persino proposto dagli autori come inibitore della sintesi del colesterolo. Ulteriori studi (80-82) hanno confermato come sia il latte intero sia quello scremato siano in grado di diminuire i livelli di colesterolo [cosa che era già stata suggerita da Hepner et al. (83)]. St-Onge et al. hanno ipotizzato che questo effetto fosse dovuto alla fermentazione microbica intestinale dei carboidrati indigeribili, che altererebbe la sintesi del colesterolo e interferirebbe con la sua circolazione enteroepatica abbassando, a sua volta, la colesterolemia. Più recentemente, uno studio di Høstmark et al. (84) condotto su 18.770 partecipanti, ha esaminato l’associazione tra il consumo di formaggio (in varie fasce d’età) e le concentrazioni circolanti di colesterolo HDL (che era positiva) e di TG (che era negativa). Gli autori hanno attribuito questo effetto alla composizione degli AG del formaggio e al suo contenuto di batteri. I risultati hanno portato gli autori a proporre una revisione delle attuali linee guida sull’assunzione di SFA, in particolar modo per quanto riguarda il consumo del formaggio. In termini di differenti effetti dei vari prodotti lattiero-caseari, uno studio ha confrontato gli effetti di una somministrazione isoenergetica (20% delle calorie totali, normalizzata per lattosio e caseina) di latte (2164 ml), di formaggio (305 g) e di burro (93 g ), forniti in 3 differenti sessioni durante 3 settimane (85). Il formaggio ha avuto l’effetto più debole sull’aumento del colesterolo LDL, mentre il latte intero ne ha aumentato le concentrazioni in maniera simile al burro. Questi risultati sono stati confermati da Biong et al. (86): gli autori hanno riportato (in uno studio controllato sulla dieta di 9 uomini e di 13 donne di età compresa tra i 23 e i 54 anni) che il consumo di formaggio ha causato un minor aumento delle concentrazioni di colesterolo rispetto ad una pari quantità (42 g) di grasso proveniente dal burro. Come potenziale spiegazione a questo differente effetto è stato proposto il diverso contenuto di calcio. Nestel et al. (87) hanno somministrato 40 g/die di formaggio o burro a 14 partecipanti lievemente ipercolesterolemici; dopo 4 settimane il colesterolo totale e il colesterolo LDL sono aumentati significativamente nel gruppo del burro rispetto a quello del formaggio. Tholstrup et al. (85) hanno messo in discussione anche le attuali linee guida sul consumo dei grassi saturi e hanno suggerito l’introduzione di modeste quantità di formaggio nelle diete dei partecipanti lievemente ipercolesterolemici. In accordo con questo suggerimento Hjerpsted et al. (88) hanno recentemente sostituito, in uno studio crociato randomizzato condotto su 49 partecipanti sani e durato 6 settimane, il 13% delle calorie totali giornaliere con 143 g di formaggio o 47 g di burro (con lo stesso contenuto lipidico). I dati da loro ottenuti hanno dimostrato che il formaggio non ha aumentato le concentrazioni di colesterolo LDL rispetto al periodo di prova; inoltre, se paragonato al burro, ha indotto un aumento significativamente inferiore del colesterolo totale (5,7%) e delle LDL (6,9%). Diverse possibili spiegazioni sono state proposte per chiarire i diversi effetti del formaggio e del burro sulla colesterolemia. Un’ipotesi è che il calcio, le cui concentrazioni sono maggiori nel formaggio rispetto al burro, si combini con gli acidi grassi presenti a livello intestinale formando micelle insolubili, come ci suggerisce l’osservazione di un aumento dell’escrezione fecale di grasso nel gruppo del formaggio piuttosto che in quello del burro (88) . Anche il maggior contenuto di proteine e probiotici del formaggio potrebbe ipoteticamente contribuire al suo effetto quasi neutro sul colesterolo plasmatico. Come nota cautelativa, lo studio condotto da  Tholstrup et al. (85) ha riportato l’assenza di differenza tra diete contenenti latte intero e burro sugli effetti sulla colesterolemia. In altre parole, come già accennato, il latte intero ha fatto aumentare le concentrazioni di colesterolo LDL in maniera simile al burro e il suo consumo da parte di pazienti ipercolesterolemici dovrebbe essere considerato con cautela. 

Sindrome metabolica (MetS) 

Lo stress ossidativo e l’infiammazione giocano un ruolo importante nell’insorgenza e nello sviluppo della MetS e delle sue componenti (89-91). La diagnosi di MetS prevede la presenza di obesità viscerale e di almeno 2 dei seguenti 4 fattori aggiuntivi: alti TG, bassi livelli di colesterolo HDL, elevata pressione sanguigna o l’aumento della concentrazione di glucosio nel plasma a digiuno (92). Il Nurses’ Health Study ha riportato per la prima volta la presenza di un’associazione inversa tra una dieta ponderata, che includeva latticini a basso contenuto di grassi, e i biomarker dell’infiammazione (93). Osservazioni simili sono state riportate dal MESA (94) e hanno portato ad effettuare una serie di indagini al fine di esplorare i meccanismi d’azione e le potenziali cause. Zemel et al. (95,96) hanno fornito un’integrazione di latte scremato a 20 pazienti obesi per 28 giorni e hanno registrato una diminuzione significativa dello stress ossidativo (-22% della concentrazione plasmatica di malondialdeide e -12% di 8-iso-PGF2α) e dell’infiammazione [-15% del TNF-a, -13% di IL-6, -10% di proteina chemotattica per i monociti 1 (MCP-1) e + 20% di adiponectina]. Gli stessi autori (97) hanno studiato 40 pazienti obesi con sindrome metabolica e hanno dimostrato che una dieta di 12 settimane, che prevedeva 3.5 porzioni/die di latte e/o di yogurt,  riduceva i marcatori dello stress ossidativo (-35% di malondialdeide plasmatica) dopo 7 giorni, rispetto ad una dieta isocalorica che forniva 0.5 porzioni/die di latticini. Dopo 12 settimane, è stata registrata anche una diminuzione dell’infiammazione sistemica nel gruppo dei latticini (-35% TNF-α, -21% IL-6, + 55% adiponectina), ma non nel gruppo di controllo. L’osservazione interessante che deriva da questi studi d’intervento è che la diminuzione dello stress ossidativo e dei marcatori dell’infiammazione era indipendente dai cambiamenti di peso corporeo e si manifestava poco dopo la somministrazione di prodotti caseari, suggerendo così la causalità. Dal punto di vista epidemiologico, un recente studio australiano ha riportato un’associazione inversa tra MetS, incidenza di diabete di tipo 2 e consumo di latticini in 1807 e 1824 pazienti, rispettivamente. In particolare, coloro che consumavano più latticini avevano una diminuzione del rischio di MetS del 59% (72). Un’associazione simile è stata evidenziata quando è stata valutata l’incidenza del diabete. Infine, una recente meta-analisi (98) di 8 studi controllati randomizzati condotti su partecipanti in sovrappeso o obesi, ha concluso che il consumo di latticini non esercita effetti negativi sui biomarker dell’infiammazione, anche se dovrebbero essere condotti ulteriori studi progettati specificamente per valutare gli esiti dell’infiammazione (98 ). 

Salute cardiovascolare

Diverse società scientifiche e organismi regolatori (come ad esempio, l’ International Society for the Study of Fatty Acids and Lipids, che è la società più importante, www.issfal.org), la FAO (99) e l’European Food Safety Authority (100) raccomandano linee guida ottimali per il consumo degli acidi grassi. Anche se non è stato ancora raggiunto un accordo comune e tali linee guida siano costantemente rivalutate e modificate sulla base di prove emergenti, sono state concordate alcune cifre. In particolare, la maggior parte delle società concorda che una corretta assunzione (per gli adulti) dovrebbe prevedere > 500 mg/die di AG a catena lunga omega-3 e una concomitante limitazione  < 8% di energia proveniente da grassi saturi. Più recentemente, un workshop intitolato “Saturated fatty acids and cardiovascular disease prevention” (101) ha riunito numerosi esperti del settore relativo agli acidi grassi e alle malattie cardiovascolari, i quali hanno raggiunto il seguente consenso che riguarda anche il profilo di latte e latticini: 

  1. La sostituzione degli acidi grassi saturi (SFA) con i PUFA riduce il rischio di patologia cardiovascolare. Questo effetto non si vede quando i grassi saturi vengono sostituiti con i carboidrati, specialmente quelli ad elevato indice glicemico. 
  2. Anche se la sostituzione dei SFA con i MUFA abbassa il colesterolo LDL, questo effetto non si traduce in una minore incidenza di CVD. 
  3. Il colesterolo LDL è il fattore di rischio maggiormente accertato per le malattie cardiovascolari; tuttavia, il rapporto colesterolo HDL:LDL è più predittivo rispetto alle sole concentrazioni sieriche di colesterolo LDL. 
  4. Indagare gli effetti di modificazioni della dieta su un solo marker di CVD non ci aiuta a prevedere in maniera attendibile i risultati clinici, poiché dipendono da molteplici fattori piuttosto che da uno solo. 
  5. I diversi SFA esercitano differenti effetti biologici e hanno un diverso impatto sulla colesterolemia. Ad esempio, si ritiene che gli acidi miristico e palmitico siano nocivi e che l’acido stearico e gli acidi grassi a media/corta catena (C4-C10) siano neutrali; l’acido linoleico coniugato è così scarso nella dieta che i suoi effetti metabolici sono trascurabili. 
  6. Sulla base degli studi epidemiologici pubblicati fino ad oggi, non ci sono prove che indichino come l’elevato consumo di latticini aumenti il rischio di CVD; viceversa, la componente lipidica del latte e dei suoi derivati potrebbe essere vantaggiosa visto il suo particolare profilo in AG (che comprende , ad esempio, gli acidi rumenico e vaccenico) e la concomitante presenza di proteine del siero di latte e di altre molecole bioattive (101). 

Va notato che, dopo un primo report che proponeva il “paradosso alpino” (102), è in corso una ricerca considerevole per riuscire a modulare la composizione degli acidi grassi del latte bovino, al fine di ottenere un profilo lipidico presumibilmente più sano (103). In particolare, il latte proveniente da animali nutriti con erba viene considerato più benefico rispetto a quello prodotto da animali alimentati con mais (104), sebbene manchino adeguati studi comparativi sull’uomo. Nel 2002, Tavani et al. (105) hanno pubblicato alcune ricerche condotte tra il 1995 e il 1999 su 597 pazienti con infarto miocardico confrontandoli con 478 soggetti di controllo. I dati da loro ottenuti hanno dimostrato che il consumo di latte e latticini non aumentava il rischio di infarto miocardico. Una meta-analisi di 21 studi che coinvolgeva 347.747 partecipanti, seguiti per 5-23 anni da Siri-Tarino et al. (106) non ha riportato alcuna associazione significativa tra il consumo di SFA e l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari o cerebrovascolari come l’ictus. Oltre a questa meta-analisi, gli stessi autori (107) hanno pubblicato un’estesa review degli effetti dei vari acidi grassi sul rischio di CVD. La conclusione da loro tratta è stata che la sostituzione di SFA con MUFA e PUFA riduce il colesterolo LDL e HDL. Invece, la sostituzione dei SFA con i carboidrati ha aumentato il rischio di CVD. Pertanto, la strategia più efficace per prevenire la CVD, secondo questo articolo, sarebbe quella di ridurre i carboidrati ad alto indice glicemico in soggetti obesi. In uno studio condotto su 33.625 partecipanti olandesi seguiti per 13 anni, non è stata osservata alcuna correlazione tra consumo di latte e incidenza di CVD o di ictus; al contrario, consumi maggiori erano associati ad una diminuzione del rischio di CVD, e il consumo di latticini fermentati era inversamente correlato alla diminuzione del rischio di ictus (108). Come accennato, la MetS è multisfaccettata e aumenta notevolmente il rischio di CVD (109). A tale riguardo, una review di studi osservazionali ha concluso che il consumo di latte e latticini potrebbe contribuire alla prevenzione della sindrome cardiometabolica; in particolare, 3-4 porzioni/die potrebbero prevenirne il rischio di sviluppo (110). Di conseguenza, sulla base delle prove attuali, le più recenti linee guida statunitensi suggeriscono di “aumentare il consumo di latte e latticini magri o a basso contenuto di grassi, come yogurt e formaggio” (111). Rice et al. (112) hanno recentemente provato a riassumere quale possa essere l’ipotesi più diffusa su come i latticini potrebbero svolgere un ruolo preventivo nella sindrome cardiometabolica. Questi prodotti contengono principalmente TG con SFA in posizione sn-2; oltre ad avere alte percentuali di acido oleico e stearico, anche gli acidi rumenico e trans-palmitoleico sono molto abbondanti. Inoltre, una parte dei presunti effetti potrebbe essere dovuta alla presenza di diversi micronutrienti come calcio, vitamina D, proteine del siero di latte e biopeptidi funzionali (vedi sopra). Se parliamo di effetti degli acidi grassi del latte sulla CVD, potrebbero esserci importanti differenze relative ai singoli AG. Un totale di 5209 partecipanti, seguiti per 10 anni, ha ricevuto un apporto giornaliero di SFA che rappresentava il 10% dell’energia totale. Quelli che consumavano SFA derivati dal latte avevano una minor incidenza di malattie cardiovascolari rispetto a quelli che consumavano una quantità equivalente di SFA ma provenienti da carne bovina. Nello specifico, un aumento di 5 g/die di SFA derivati dal latte è stato associato ad una riduzione del 21% del rischio di CVD, mentre un aumento analogo di SFA provenienti però da carne era associato ad un aumento del rischio di CVD del 26% (113). Come nota cautelativa, gli effetti degli acidi grassi sono difficili da discernere da quelli di altre componenti presenti nel latte e nella carne; pertanto, sono necessari ulteriori studi per attribuire proprietà potenzialmente cardioprotettive agli acidi grassi del latte. Una recente review condotta da Huth e Park (114) ha concluso che il consumo di latte e di latticini non può, ad oggi, essere associato positivamente o negativamente al rischio di sindrome cardiometabolica o di ictus. Allo stesso modo, Kratz et al. (115) hanno recentemente pubblicato una meta-analisi di 11 studi che concludeva come l’assunzione di latticini ad alto contenuto di grassi fosse inversamente associata alla prevalenza dell’obesità e (sebbene modestamente) di malattie cardiovascolari e metaboliche. Le conclusioni tratte in questo articolo sono state che i latticini ad elevato contenuto di grassi non aumentano il rischio di CVD e spiegano i diversi ed eterogenei esiti degli studi che hanno analizzato le differenti tipologie di alimentazione delle mandrie (pascolo vs. mangimi a base di cereali), che influenzerebbero la composizione del latte, come già osservato da Jenkins et al. (116). Questo potenziale fattore confondente dovrebbe essere aggiunto ad altri come, ad esempio, il diverso stile di vita, la dieta di base, ecc. che sono causa del disaccordo generale sul ruolo presunto del latte e dei suoi derivati sulla comparsa della CVD. Un esempio eclatante di tale disaccordo si può trovare in Bonthuis et al. (117), i quali hanno effettuato uno studio prospettico della durata di 16 anni su 1529 partecipanti australiani e hanno concluso come le prove in favore di un ruolo protettivo dei latticini sulla CVD (in media 339 g/giorno) fossero scarse. Avalos et al. (118) hanno eseguito uno studio prospettico durato 16 anni su 751 uomini e 1008 donne di San Diego, California, e mediante un’analisi multivariata hanno mostrato come le donne che consumavano quantità maggiori di latticini a basso contenuto di grassi presentassero un rischio di CVD più alto. In uno studio, Goldbohm et al. (119) hanno analizzato 120.852 uomini e donne olandesi (follow-up = 10 anni) sul loro consumo di prodotti lattiero-caseari in rapporto alla CVD. Per gli uomini è stata riportata un’associazione neutra e per le donne è stato registrato un leggero aumento della mortalità per CVD. I latticini fermentati erano associati ad una modesta protezione nei confronti della CVD in entrambi i sessi. Risultati opposti provenivano da un recente studio condotto in Costa Rica su 3630 partecipanti (120), nel quale il consumo di latticini era associato ad una riduzione del rischio di infarto miocardico, e da un altro studio più ampio condotto su 36.636 donne svedesi seguite per 11.6 anni, che riportava anch’esso la presenza di una correlazione inversa tra il consumo di latte e formaggio e l’incidenza di infarto miocardico, indipendentemente dal contenuto di grassi (121). Questi dati concordano con quelli di Sonestedt et al. (122), che hanno seguito 26.445 partecipanti di Malmö (Svezia) per 12 anni e hanno riportato quanto segue: 1) il consumo di latte è inversamente associato al rischio di CVD, 2) l’utilizzo di latte fermentato è inversamente associato al rischio di CVD e 3) nelle donne, il consumo di formaggio è significativamente associato al rischio di CVD. Eppure in una meta-analisi dove sono stati analizzati 17 studi prospettici, Soedamah-Muthu et al. (123) sono giunti alla conclusione che il consumo di latte (200 ml/die) è modestamente correlato ad una diminuzione del rischio di CVD  e che non vi è correlazione tra assunzione di latte e derivati e malattia coronarica o mortalità totale, indipendentemente dal contenuto lipidico. Due studi successivi hanno tratto le stesse conclusioni. Nel primo (123), 4526 partecipanti sono stati seguiti per ~ 10 anni; i risultati indicano un’associazione inversa tra l’utilizzo di prodotti a base di latte fermentato e la mortalità totale, ma non con l’incidenza di diabete o di CVD. Il secondo studio (52), su 5953 partecipanti danesi di età compresa tra i 30 e i 60 anni seguiti per 5 anni, ha evidenziato un modesto effetto benefico del formaggio e del latte fermentato sul controllo glicemico, ma non sull’incidenza del diabete di tipo 2. Infine, uno studio più recente (124) condotto su 1965 partecipanti olandesi (follow-up = 12,4 anni) non ha riportato alcuna associazione tra morte per cause cardiovascolari (e per tutte le altre cause) e consumo di latte. Inoltre, gli autori hanno registrato un aumento del rischio di CVD associato al consumo di cibi ricchi di grassi. Per ogni aumento di DS, il consumo di latticini ad alto contenuto di grassi aumentava la mortalità cardiovascolare del 36%. In Francia qualche anno fa è stato visto che, nonostante la presenza di fattori di rischio per patologie cardiovascolari come una dieta ricca di grassi, la mortalità era inferiore rispetto a quella dei paesi limitrofi (125). Questa apparente incongruenza è stata attribuita al concomitante consumo di vino rosso, che è ricco di composti fenolici che, in vitro, agiscono come antiossidanti. Particolare attenzione è stata posta sul resveratrolo, al quale sono stati attribuiti molti dei presunti effetti benefici del vino, anche se non sono disponibili molti dati sugli umani (126,127). In effetti, l’ipotesi che le proprietà antiossidanti e antinfiammatorie delle componenti non alcoliche possano determinare effetti sulla salute diversi da quelli dell’etanolo ci incuriosisce ma, al momento, è suggerita soltanto da dati di laboratorio e non da prove epidemiologiche certe  (128,129). In sintesi, le prove a nostra disposizione di un effetto (sia benefico che dannoso) del latte e dei prodotti lattiero-caseari sulla CVD sono ancora molto diversificate e non consentono di trarre conclusioni definitive. Anche se il latte e i suoi derivati sono apparentemente in grado di modulare positivamente alcuni fattori di rischio e i marker della salute cardiovascolare (ad esempio, risposta insulinica, dislipidemia, stress ossidativo, marker dell’infiammazione, pressione sanguigna, ecc.), l’effetto netto sulla CVD deve essere ancora accertato. Potenziali fattori confondenti, come il contenuto di grassi e il profilo degli acidi grassi, la dieta di base, lo stile di vita e l’assunzione contemporanea di altri alimenti benefici o nocivi, probabilmente contribuiscono a questo quadro poco chiaro. Studi futuri potranno aggiungere altre prove per aiutare a risolvere questo problema. 

Funzione cognitiva

La funzione cognitiva può essere modulata, in una certa misura, dal cibo (130), e il suo declino può essere rallentato adottando una dieta e uno stile di vita appropriati (131). Tra tutte le componenti alimentari, è stata prestata relativamente poca attenzione al latte e ai suoi derivati. Alcuni studi hanno riportato un miglioramento del declino cognitivo dovuto ad un aumento della funzionalità vascolare determinato dal consumo di latticini (132-134). Tuttavia, studi specifici sono stati eseguiti solo di recente. Una recente review sistematica (135) ha identificato 8 studi osservazionali che riportavano l’esistenza di una correlazione diretta tra consumo di latticini e miglioramento della funzione cognitiva. Crichton et al. (136) hanno pubblicato uno studio condotto su ~ 1000 adulti australiani, nel quale il consumo di yogurt magro era associato positivamente alla memoria e alla socializzazione negli uomini, mentre nelle donne il consumo di formaggio a basso contenuto di grassi era associato positivamente alla socializzazione e negativamente allo stress. Al contrario, i latticini con regolare contenuto di grassi erano associati ad un aumento dello stress, dell’ansia, al declino cognitivo e ad un peggioramento della memoria. Da notare che questo studio è stato eseguito utilizzando questionari e non test ad hoc. Lo stesso gruppo (137) ha successivamente esaminato un sottogruppo dello studio longitudinale Maine-Syracuse (che consisteva di 5 coorti definite in base al periodo di entrata nello studio, ovvero, 1975-2000) e ha riportato, mediante test neuropsicologici, che l’utilizzo del latte era associato (in maniera dose-dipendente) ad un miglioramento della memoria e ad un ritardo del declino cognitivo. Per avere questi effetti si suggerisce come minima quantità efficace (in grado di garantire neuroprotezione) 200 ml di latte/die. In termini di sviluppo/performance cognitiva, sono stati osservati gli effetti favorevoli sulle capacità cognitive e sulle prestazioni scolastiche in 469 studenti a cui sono stati somministrati 250 ml/die di latte per 3 mesi e che sono stati rivalutati mediante test cognitivi (138). Nel contesto della neuroprotezione e del declino cognitivo, in un recente ed interessante studio prospettico Birnie et al. (139) hanno analizzato il consumo di latte durante l’infanzia e le funzioni cognitive in fasi più avanzate della vita. Lo studio è iniziato nel 1930 arruolando 5000 bambini statunitensi e si è concluso 65 anni dopo valutando le capacità di 405 partecipanti anziani. I dati hanno mostrato un miglioramento (+ 5%) della velocità di camminata e dell’equilibrio (+ 25%) in coloro che avevano consumato almeno 1 bicchiere di latte al giorno durante la loro infanzia. 

Chemioprevenzione

Il latte contiene composti che in teoria potrebbero esercitare azioni chemiopreventive. Nel 1994, Kampman et al. (140) hanno pubblicato uno studio osservazionale nel quale sono stati seguiti 331 uomini e 350 donne rispettivamente per 4 e per 8 anni. Non è stata segnalata alcuna associazione tra il consumo di latte normale e fermentato e il carcinoma del colon-retto (141). Studi successivi hanno fornito risultati contrastanti: sebbene alcuni ricercatori abbiano trovato correlazioni positive tra il consumo di latte e il cancro alla prostata (142-145) e alle ovaie (146), altri hanno riscontrato il contrario quando hanno analizzato i tumori del colon-retto (147), del polmone (148,149) o del seno (150). Quello che forse è il più grande studio prospettico di coorte in questo campo è stato pubblicato nel 2009 da Park et al. (151), i quali hanno analizzato, utilizzando un questionario, la dieta e l’incidenza del cancro in 293.907 uomini e 198.903 donne, con un follow-up di 7 anni. I loro dati hanno mostrato che il consumo di calcio e di latticini era inversamente associato all’incidenza di sviluppare un cancro gastrointestinale (soprattutto colon-rettale). L’analisi multivariata ha mostrato una diminuzione (associata al calcio) del rischio di cancro gastrointestinale del 16% per gli uomini e del 23% per le donne. Anche la presenza di altri tumori era inversamente correlata all’assunzione di latte e formaggio, come quelli della testa e del collo, dell’esofago, dello stomaco, del colon e della vescica. Questo presunto effetto protettivo del consumo di latticini è stato attribuito al contenuto di composti potenzialmente chemiopreventivi nel latte, come calcio, vitamina D, acido linoleico coniugato, ecc. (152). In particolare, è stato visto come il calcio fosse in grado di inibire la proliferazione cellulare, stimolare la differenziazione e l’apoptosi nel tratto gastrointestinale e nella ghiandola mammaria e di legarsi agli AG e ai sali biliari nell’intestino, andando a diminuire quindi i loro effetti potenzialmente nocivi sulla mucosa. Tuttavia il calcio interagirebbe anche con la vitamina D e con il fattore di crescita insulino-simile 1 favorendo, a sua volta, l’aumento del rischio di cancro alla prostata (142,153). Infatti, Park et al. (151) hanno segnalato un aumento del rischio di cancro alla prostata legato al consumo di latticini e calcio. In 2 studi europei (154.155), è stata confermata la correlazione inversa tra il consumo di latte e il cancro del colon-retto. Nel primo studio (154), 45.241 partecipanti sono stati seguiti per 12 anni e il loro consumo di yogurt è stato monitorato (media: 85 g/die per gli uomini e 98 g/die per le donne) e confrontato con l’incidenza del cancro del colon-retto, mostrando che l’associazione inversa era più forte negli uomini. Una review sistematica di Aune et al. (155) ha preso in considerazione 19 studi di coorte e ha riportato una significativa associazione inversa tra il consumo di latte (200 ml/die) e latticini totali (400 g/giorno), ma non di formaggio (50 g/g), e l’incidenza del cancro colon-rettale. Per quanto riguarda il tumore al seno, dopo il primo report di Knekt et al. (156) che sottolineava una significativa associazione inversa tra il consumo di latte e l’incidenza del cancro al seno in 4697 donne finlandesi, Shin et al. (157) hanno pubblicato uno studio di coorte in cui non hanno trovato alcuna associazione tra consumo di latticini, calcio o vitamina D e l’incidenza di cancro al seno nelle donne in post menopausa. Al contrario, nelle donne in premenopausa è stata segnalata una significativa diminuzione del rischio di cancro al seno associata al consumo di prodotti lattiero-caseari a basso contenuto di grassi. Da notare che in una successiva meta-analisi (158) di  > 20 studi (che includeva un totale di 351.041 donne con un follow-up di 15 anni) non è stata messa in evidenza alcuna correlazione tra queste 2 variabili. In accordo con questi dati, una successiva review (150) non ha trovato prove convincenti che il consumo di latte fosse associato ad una diminuzione dell’incidenza del cancro al seno. Al contrario, Dong et al. (159) che hanno condotto una meta-analisi in 1.063.471 partecipanti in 18 studi prospettici di coorte, hanno riportato un’associazione inversa tra consumo di latticini, anche se non di latte, e carcinoma mammario, in particolare nelle donne in premenopausa e quando i prodotti a basso contenuto di grassi sono stati presi in esame separatamente (160,161). In sintesi, non ci sono prove che l’assunzione di latte e latticini aumenti o riduca l’incidenza del cancro al seno. Un quadro simile si è avuto parlando di latte e cancro alla vescica. Una meta-analisi di Mao et al. (162) (che ha analizzato 19 studi di coorte caso-controllo per un totale di 7867 pazienti con carcinoma della vescica) ha riportato che l’elevato consumo di latte era associato ad una diminuzione del 16% del rischio di cancro alla vescica; questa associazione inversa era più forte nei partecipanti asiatici piuttosto che nei partecipanti nordamericani e non è stata riscontrata negli europei. Infine, l’importanza statistica dipendeva dal tipo di latticino analizzato. Un’altra meta-analisi (163) ha esaminato 14 studi sul latte (4879 casi di tumore alla vescica) e 6 studi sui latticini (3087 casi) condotti su un totale di 324.241 partecipanti. Non sono state trovate correlazioni tra le variabili. Per quanto riguarda gli altri tumori, nessuna prova chiara emerge dalla maggior parte degli studi finora pubblicati, tra cui quelli sul cancro del polmone (149), dell’ovaio (146), dell’esofago e dello stomaco (164-166) e dell’orofaringe (167,168). Sono state evidenziate correlazioni positive tra il consumo di latte e il cancro alla prostata e sono stati proposti diversi meccanismi di azione per riuscire a spiegare questa presunta correlazione  (142-144,169,170). Il pubblico laico ha familiarità con il “ Chinese Study” (che in realtà era un libro piuttosto che un articolo), il quale dichiarava come le proteine animali, vale a dire la caseina somministrata agli animali da laboratorio, provocassero tumori come quello alla prostata. Sulla base delle prove attuali, gli effetti della caseina ( un particolare tipo di caseina isolata, separata da altri componenti dei latticini che spesso lavorano in sinergia) non possono essere attribuiti in maniera generica a tutte le tipologie di proteine del latte, tanto meno a tutte le forme di proteine animali. Infatti, esperimenti fatti sui roditori suggeriscono una certa attività antitumorale della frazione proteica del latte e, più specificamente, della componente proteica del siero di latte visto i suoi effetti sull’aumento del glutatione (171). In breve, anche se non si può escludere a priori un effetto promuovente il cancro della caseina e di altre proteine presenti nel latte, le prove in favore o contrarie  a tale effetto sono ancora molto limitate per poter trarre delle conclusioni definitive. 

Componenti del latte con presunte proprietà funzionali

Recentemente, nel latte sono stati identificati diversi oligosaccaridi definiti dei potenziali ingredienti bioattivi. Anche se il latte bovino contiene solo alcune tracce di questi componenti ritenuti benefici (172), i ricercatori stanno lavorando per riuscire ad ottenere gli oligosaccaridi del latte umano in animali transgenici (173). A causa della mancanza di corretti standard commerciali per gli oligosaccaridi bovini, possiamo identificare completamente solo > 70 oligosaccaridi nel latte umano e ~ 40 nel latte bovino, dei quali 24 contengono acido sialico (172). Gli oligosaccaridi sono composti da un nucleo di lattosio legato ad unità di lattosio-amine mediante legami β1-3 o β1-6 con il fucosio o l’acido sialico in posizione terminale (172.174.175). È interessante notare come queste molecole siano abbondanti nel latte umano e come siano state definite importanti per lo sviluppo del bambino. Gli oligosaccaridi neutri, cioè il monomero N-acetilglucosamina e il fucosio, sono essenziali per lo sviluppo del microbiota dei neonati allattati al seno viste le loro azioni immunomodulanti (176). Viceversa, gli oligosaccaridi acidi (dove il monomero è l’acido sialico) aiutano a prevenire l’adesione dei patogeni alla mucosa intestinale (177). Il latte bovino contiene anche questi oligosaccaridi, che risultano essere abbondanti soprattutto nel colostro (178,179). Gli oligosaccaridi sono dei prebiotici e aiutano a creare un microbiota sano (180-182). Anche se una discussione approfondita sul ruolo del microbiota nella salute umana va oltre lo scopo di questo articolo, questo è un campo di ricerca importante e in continuo aggiornamento che si sta guadagnando una sempre maggiore attenzione sotto diversi punti di vista (183-185). Anche se molte tipologie di frutta e verdura contengono oligosaccaridi (ed alcuni di essi siamo anche riusciti a sintetizzarli), quelli presenti nel latte sono estremamente degni di nota in quanto possiedono una struttura ramificata piuttosto che lineare. Inoltre, contengono fucosio e acido sialico, che sono quasi del tutto assenti in altri oligosaccaridi. Questa differenza strutturale potrebbe spiegare il motivo per il quale le attività degli oligosaccaridi del latte sono diverse da quelle degli oligosaccaridi di origine sintetica o vegetale. Va sottolineato che la concentrazione di oligosaccaridi nel latte bovino diminuisce con il tempo: sono in corso specifiche indagini per riuscire a sintetizzare questi componenti e per poterli utilizzare come nutraceutici o come probiotici in alimenti funzionali (172). Infine, è degno di nota il fatto che alcune tipologie di formaggi, in particolare quelli che contengono Penicillium come Roquefort, Stilton o Gorgonzola, presentano alte concentrazioni di andrastine A-D, che sono potenti inibitori della farnesil-transferasi, un enzima chiave nella sintesi del colesterolo (186). Altri peptidi che si formano durante la proteolisi indotta dalla maturazione del formaggio potrebbero contribuire ulteriormente allo sviluppo di proprietà salutistiche, seppur non ancora esplorate, che potrebbero almeno in parte spiegare l’incidenza relativamente bassa di CVD nei paesi ad elevato consumo di formaggio. Il latte viene spesso fortificato, ad esempio con vitamina D o omega-3 (187), in quanto risulta essere un eccellente veicolo per molecole liposolubili (vedi sotto) e può essere così commercializzato per specifici gruppi di popolazioni dopo un’adeguata normativa (188). In sintesi, sia il latte fortificato che quello “naturale” contengono diversi composti (anche se spesso presenti in basse concentrazioni) che in futuro potrebbero essere sfruttati come nutraceutici (189). 

Conclusioni

Il latte e i suoi derivati vengono considerati degli alimenti utili durante tutti i periodi di vita, in particolare durante l’infanzia e l’adolescenza, quando il loro contenuto di calcio, proteine, fosforo e di altri micronutrienti va a promuovere lo sviluppo scheletrico, muscolare e nervoso. Tuttavia, la percentuale relativamente elevata di grassi saturi presenti al loro interno [il grasso del latte contiene  ~70% di SFA; gli acidi miristico e palmitico rappresentano il ~50% (190), mentre il resto è costituito principalmente da AG a breve e a media catena e da acido oleico (191,192)] li ha contrassegnati come alimenti potenzialmente dannosi, specialmente in termini di salute cardiovascolare. La più recente letteratura sottoposta a review in questo articolo ci aiuta a far luce sul ruolo del latte all’interno di una dieta equilibrata. La stragrande maggioranza degli studi epidemiologici e d’intervento effettuati negli ultimi anni, suggerisce come i latticini non influenzino negativamente i marker di CVD e di prognosi cardiovascolare. In effetti, alcuni studi suggeriscono che i SFA, vale a dire quelli a catena più corta, provenienti dal latte e dai suoi derivati risultino giocare un ruolo positivo nei confronti dell’infiammazione (193) e potrebbero effettivamente essere utili per alcuni segmenti della popolazione (193). Le prove disponibili suggeriscono che il calcio non riveste un ruolo importante nella calcificazione coronarica (194) [almeno da un punto di vista epidemiologico: gli studi clinici randomizzati sono inconcludenti (195)] e il suo apporto è inversamente correlato alla pressione sanguigna, mentre il suo potenziale contributo allo sviluppo del cancro alla prostata risulta essere ancora controverso (196). Pertanto, la correlazione ipotizzata tra l’assunzione di calcio e il rischio cardiovascolare non viene attualmente supportata da prove scientifiche e, in realtà, potrebbe essere vero il contrario. Inoltre, alcune componenti del latte come gli acidi grassi trans [che potrebbero essere coinvolti in diverse azioni fisiologiche rispetto a quelli sintetici (197,198)], l’acido butirrico [che potrebbe essere utile per il trofismo della mucosa intestinale (199)], l’acido linoleico coniugato [anche se ancora non si conoscono bene i suoi presunti effetti sulla salute, si sta cercando sempre di più di aumentarne le concentrazioni nel latte bovino (103)], i fosfolipidi (200), i tripeptidi, il calcio, il fosforo, la lattoferrina (201) e gli oligosaccaridi potrebbero possedere utili, anche se non ancora dimostrate, proprietà fisiologiche. Inoltre, il latte è un veicolo efficiente per l’assorbimento dei nutrienti liposolubili (187) perché il grasso contenuto al suo interno sembra essere suddiviso in micelle molto piccole (202). In conclusione, mentre studi futuri ci aiuteranno a chiarire il ruolo del latte e dei latticini sulla salute umana, il loro utilizzo all’interno di una dieta equilibrata dovrebbe essere fatto senza chiare controindicazioni. 

Ringraziamenti

Entrambi gli autori hanno letto e approvato la versione finale del manoscritto. 

Letteratura citata

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DOI:10.3945/an.113.005025

 

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