Le “Produzioni Animali” non sono forse mai state nel mirino dell’attenzione pubblica tanto come in questo periodo.

Profani e non, siamo tutti portati a prendere posizione su svariati temi che hanno come fulcro la produzione di proteine animali: crisi climatica, sostenibilità ambientale, inquinamento, gas serra, benessere animale, etica, antibiotico resistenza, diffusione di virus e malattie. Dallo scioglimento delle calotte polari alle malattie pandemiche, passando per le recenti campagne pro “latte” vegetale di Starbucks, tutto sembra condurre ad un unico colpevole: gli allevamenti intensivi.

Allo stesso tempo, in questi ultimi anni si va sempre più diffondendo la cultura del “buon cibo”. Da Slowfood a MasterChef, tutti sono esperti di cucina ed alla ricerca di cibi buoni e salutari.

Viviamo in una società “bipolare” dove ormai anche i bambini delle scuole primarie, accaniti spettatori delle sfide culinarie televisive, conoscono Canavacciuolo, Cracco e Gordon Ramsay ma non sanno che animale sia il pollo di cui sono fatti i chicken nuggets che divorano al fast-food o da dove provenga quella cosa chiamata latte che trovano nel frigorifero, per non parlare del misterioso fatto che la vacca per produrlo debba partorire, cosa ignorata purtroppo anche da molte madri!

Mai come al giorno d’oggi abbiamo avuto una conoscenza così dettagliata della biologia degli animali da reddito. Dalla mappatura del codice genetico alla metabolomica per capire la fisiologia e gli aspetti funzionali dell’alimentazione. Il nostro sapere si sposta sempre più in profondità, rivoluzionando le scienze delle produzioni animali. Tuttavia, mai come in questo momento i consumatori, i nostri “clienti”, sono stati così lontani dalla realtà, fuorviati dall’idea che l’unico modo giusto di produrre sia quello di vacche in un pascolo dolomitico, suini che si nutrono di ghiande sulle colline toscane e galline che depongono allegre le loro uova in un prato assolato e pieno di fiori.

Si potrebbe cadere nella tentazione di ricondurre tutto questo alla costante e sempre in aumento urbanizzazione della società. Sempre più lontani dalle “campagne” e sempre più bisognosi di cibi pronti e disponibili, ci dirigiamo inesorabilmente verso una realtà parallela che ci estranea dalle origini del cibo che ci nutre. Senza dubbio l’aumentata richiesta di cibo da luoghi ad alta densità di popolazione è ciò che ha scatenato l’avvio degli allevamenti intensivi e delle monoculture nei decenni passati, ma negare uno sviluppo “naturale” della nostra società, guardandone solo i lati negativi e dimendicandosi degli aspetti positivi, non avrebbe alcun senso.

Se per un attimo ci togliessimo le lenti da consumatori ricchi che abitano in paesi “sviluppati” e ipernutriti con cui giudichiamo il resto del mondo e guardassimo l’alimentazione dal punto di vista di un paese in via di sviluppo e povero, forse vedremmo le cose in un modo diverso. Tutti sappiamo che fra trent’anni il nostro pianeta sarà abitato da 9 miliardi di persone che avranno bisogno di vivere, e quindi di nutrirsi. Meno persone tengono conto del fatto che quel miliardo e mezzo in più nascerà sicuramente per la maggior parte in paesi in via di sviluppo. Ancora meno persone considerano il fatto che all’aumentare del reddito pro-capite e della disponibilità economica, indipendentemente da aspetti culturali o religiosi, aumentano le richieste di proteine animali nobili, quali carne e latte. Pensare che le problematiche della fame nel mondo possano essere risolte grazie ad una dieta vegetariana, con allevamenti “al pascolo” o con gli hamburger sintetizzati in laboratorio è purtroppo ingenuo e totalmente lontano dalla realtà.

Alto valore biologico, basso costo, rapidità di crescita ed assenza di implicazioni religiose (nella maggior parte dei casi) fanno ad esempio delle carni avicole una componente sempre più fondamentale dell’alimentazione dei paesi in via di sviluppo. Soddisfare questa enorme richiesta attraverso allevamenti estensivi è totalmente impensabile. Ciononostante, l’idea ormai diffusa nei paesi ricchi è quella legata all’equazione “allevamento intensivo = sfruttamento/maltrattamento animale ed inquinamento”. Quest’idea è sostenuta in particolare da ciò che accade al di fuori dell’Unione Europea (dove in effetti qualche miglioramento si può ancora ottenere) o da filmati di cui i media sono sempre ghiotti che mostrano animali effettivamente maltrattati da cattivi “allevatori” senza scrupoli in allevamenti “industrializzati”.

Un allevamento “intensivo”, al contrario, è un allevamento dove viene massimizzata l’efficienza con investimentimenti continui in tecnologia, nutrizione avanzata e benessere animale. Molto spesso i non addetti ai lavori confondono il concetto di “massimizzare l’efficienza produttiva” degli animali da reddito con il concetto di sfruttamento incondizionato. Secondo Wikipedia (in lingua Inglese) l’efficienza è l’abilità misurabile di evitare lo spreco di materiali, energia, sforzi, soldi e tempo nella produzione di qualcosa oppure ottenendo un determinato risultato; sostanzialmente, misura l’abilità di fare una cosa bene e con minor sprechi possibili. Massimizzare l’efficienza delle produzioni animali, quindi, significa mantenere gli animali lontani dai disagi ambientali, liberi da malattie e ferite, in grado di soddisfare le proprie esigenze nutrizionali e di riprodursi ma soprattutto in grado di produrre quella proteina animale per la quale vengono allevati evitando inutili sprechi. Sappiamo benissimo che un animale non in salute non produce! A questo va aggiunto che un allevamento intensivo efficiente presenta una forte correlazione tra produttività ed intensità di emissioni di gas serra. L’intensità delle emissioni infatti, si riduce con l’aumentare della produzione per capo. Una vacca da latte altamente produttiva presenta un’emissione di gas serra minore di una poco produttiva, in quanto le emissioni sono distribuite su più unità di latte prodotto a parità delle stesse esigenze di mantenimento. La maggior produttività, inoltre, è raggiunta grazie all’utilizzo di una gestione della mandria e di tecnologie, come un’alimentazione di miglior qualità ed una genetica più performante, che orientano le risorse utilizzate verso l’efficienza produttiva e non solo al mantenimento degli animali. In questo modo è possibile ridurre la biomassa presente per unità di latte prodotta (Gerber et al. 2011, in FAO “Tackling Climate Change Trough Livestock”, 2013). È quindi chiaro che esiste un grande potenziale di riduzione delle emissioni di gas serra in quegli allevamenti poco produttivi e non ancora efficienti.

Riscaldamento globale e crisi climatica sono argomenti che nel nostro settore scatenano a volte ancora forti reazioni di difesa incondizionata dell’intero comparto. Eppure, la verità è davanti agli occhi di tutti, e soprattutto dei nostri animali che sempre più spesso vedono il loro comfort termico messo a rischio. Se proprio non fossimo interessati al futuro del pianeta, o ritenessimo che il riscaldamento globale sia tutta una “bufala”, per lo meno dovremmo fare qualcosa semplicemente per una mera questione economica. Produrre in modo inefficiente, infatti, non è solo dannoso per l’ambiente ma lo è ancor prima per il nostro portafogli! Alimentare una vacca da latte con una dieta ad alto contenuto di proteina grezza, ad esempio, non è solamente un rischio ambientale per le eccessive escrezioni di azoto nelle deiezioni ma è soprattutto un’inutile perdita economica per l’allevatore che getta via buona parte della proteina acquistata che “attraversa” la vacca senza essere trasformata in latte o carne.

Per valutare l’impatto economico dell’efficienza produttiva prendiamo ad esempio, in modo molto semplificato, un gruppo di vacche da latte ad alta produzione: media di ingestione di sostanza secca (s.s.) di 24 kg ed una produzione di 36 kg di latte di media. In modo semplice, possiamo considerare che queste vacche abbiano un’efficienza produttiva di 1,5. Poniamo che la razione giornaliera per capo costi 7,00 € e che il prezzo del latte pagato alla stalla sia di 0,35 €/kg. Avremmo che il valore del latte prodotto è di 12,60 € e che l’IOFC (Income Over Feed Cost) è di 5,60 €. Ora, se noi fossimo in grado di aumentare l’efficienza di queste vacche di un decimo di punto, portandola a 1,6, avremmo una produzione media di 38,4 kg di latte, con un valore di 13,44 € ed un IOFC di 6,44 €. Praticamente guadagneremmo 0,84 € ogni 0,1 punto di efficienza produttiva. Ragioniamo ora in modo opposto. Sappiamo tutti che al diminuire del prezzo del latte pagato alla stalla si tende a tagliare i costi di alimentazione (additivi in primis). Così facendo però ci esponiamo ad un rischio concreto di riduzione dell’efficienza produttiva. Vediamo un esempio. Le mie vacche mangiano 22 kg di s.s. e producono 30 kg di latte di media, con un efficienza di 1,36. Il mio costo razione è di 6,50 € ed il prezzo del latte è di 0,35 €/kg. L’ IOFC sarà quindi di 4,0 €. A questo punto il prezzo del latte pagato alla stalla diminuisce a 0,30 €/kg e quindi io decido di risparmiare sulla razione arrivando ad un costo razione di 6,30 €. Utilizzando una razione di minor qualità, riduco però l’efficienza produttiva delle mie vacche a 1,27 che di conseguenza produrranno 2 kg di latte in meno (ma sempre ingerendo 22 kg di s.s.). L’IOFC sarà ora di 2,1 €. Se io avessi invece mantenuto una qualità di razione, e quindi un costo pari a 6,50 €, che mi avesse permesso di mantenere un’efficienza di 1,36, e quindi di continuare a produrre 30 kg di latte di media, anche con un minor prezzo del latte pagato alla stalla l’IOFC sarebbe di 2,5 €, ovvero 0,40 € in più rispetto a quanto ottenibile con una riduzione del costo razione di 0,20 €.

Migliorare l’efficienza produttiva in generale, o più nel dettaglio l’efficienza di utilizzazione dell’azoto degli animali da reddito, è quindi un aspetto ormai imprescindibile del nostro lavoro. Abbiamo già indagato in questo articolo, “La bovina da latte non ha un fabbisogno proteico ma amminoacidico”, quanto sia importante bilanciare correttamente gli aminoacidi (e non genericamente l’apporto proteico) per ottimizzare la produzione e la qualità del latte. Non essere efficienti porta a danno certo, da qualsiasi punto di vista volessimo guardare la questione.

È innegabile che lo stile di vita e l’alimentazione attuali non siano più sostenibili. È ormai scientificamente provato che una iper alimentazione ed esposizione al cibo sia causa di malattie e dannosa per l’ambiente. Se poi consideriamo quanto delle proteine nobili viene sprecato e gettato via, in totale assenza di rispetto verso gli animali che l’hanno prodotta, tutto ciò è assolutamente intollerablie. È pertanto necessario far nascere una nuova cultura del cibo, basata su un allevamento ed un’agricoltura sostenibili ed efficienti, aventi come epicentro la riduzione degli sprechi per salvaguardare la nostra salute e il mondo per le generazioni future.

Tutti noi, tecnici, allevatori, agricoltori, nutrizionisti, veterinari o semplicemente amanti del buon cibo, siamo parte integrante della filiera agro-zootecnica e siamo tutti chiamati al difficile compito di sfamare il mondo e di farlo in modo sostenibile. Spesso come operatori del settore ci dimentichiamo del ruolo fondamentale che abbiamo in questo processo. Non solo dal punto di vista tecnico o economico ma anche come educatori e come ambasciatori del mondo agro-zootecnico ormai quasi sconosciuto alla maggior parte dei consumatori! Non ha alcun senso anteporre un muro contro le critiche che ci vengono poste ogni giorno, contro le accuse di inquinamento o maltrattamento degli animali. Sappiamo benissimo quali siano gli allevatori “buoni” e quelli “cattivi” che purtroppo, sebbene siano pochi, gettano fango sull’intero settore. Compito nostro è isolare questi soggetti ed allontanarli, promuovendo la cultura dell’efficienza e riallacciando il consumatore alla realtà delle produzioni agro-zootecniche moderne e sostenibili. Tutto ciò è possibile partendo da quello che affrontiamo ogni giorno, senza andare a scomodare i massimi sistemi. Cosa facciamo nelle nostre stalle, nei nostri allevamenti per essere sostenibili? Siamo sicuri che stiamo facendo tutto il possibile? I nostri animali stanno producendo in modo efficiente?

Ecco, il concetto di “massimizzare l’efficienza” è proprio la chiave da cui possiamo partire per produrre in modo più sostenibile.

 

 

Rubrica a cura di Vetagro


 

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