Ridurre l’impronta carbonica del 12% negli allevamenti ovini europei da latte e da carne, questo l’obiettivo del progetto Life GreenSheep che ha conquistato il podio del 1° Simposio Scientifico Filiere DOP IGP organizzato da Qualivita lo scorso 22 febbraio. Il lavoro è stato presentato dal Consorzio di Tutela dell’Agnello di Sardegna Igp (Con.t.a.s.) e dall’agenzia Agris Sardegna, con il coordinamento del dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari. CON.T.A.S. sin dall’inizio ha creduto nelle importanti opportunità che il progetto può apportare alla filiera ovina, ed in particolare al mercato della carne di agnello che può essere notevolmente valorizzato attraverso l’applicazione di strategie sostenibili e rispettose dell’ambiente. Si tratta di un progetto internazionale che coinvolge 5 Stati europei, Francia, Irlanda, Italia, Romania e Spagna, e oltre 10 partener europei: Idele, Teafagc, Ibna, Agris, Laore Università degli Studi di Sassari, Neiker, Lurgintza, Oviaragone Iracyl. Paesi, questi, che rappresentano nel loro insieme il 63% della produzione di latte ed il 47% della produzione di carne ovina europea. Per conoscere più da vicino di cosa si tratta, le azioni introdotte e dove ci si trova attualmente, abbiamo intervistato il dott. Marco Acciaro, responsabile del progetto di ricerca per Agris Sardegna, e la dott.ssa Gabriella Serra, ricertacatrice di Agris Sardegna.

Abbiamo chiesto al dott. Acciaro di introdurci il progetto, facendo una panoramica delle attività svolte finora per poi confrontarci con la dott.ssa Serra sulle buone pratiche che ogni allevatore può adottare al fine di intraprendere la strada di una produzione più sostenibile e meno impattante.

«I lavori sull’impatto ambientale delle produzioni zootecniche svolti negli ultimi anni sono stati molti, ma ci siamo resi conto della necessità di uniformare i metodi di misurazione usati per le rilevazioni in campo al fine di poter avere dei risultati comparabili. Su questa armonizzazione – spiega il dott. Acciaro – sta lavorando l’Università degli Studi di Sassari, nostro partner nel progetto, con un software di partenza di provenienza francese, in quanto si è dimostrato quello più veloce da utilizzare e dotato di un’interfaccia decisamente intuitiva, apprezzata anche dagli allevatori. Oltre questa prima azione di sviluppo di una strategia comune europea per le valutazioni, abbiamo concluso anche la seconda, di cui si è occupata Laore Sardegna, Agenzia per l’attuazione dei programmi in campo agricolo e per lo sviluppo rurale, con la formazione di 143 tecnici e consulenti che sono stati istruiti sull’utilizzo delle applicazioni e degli strumenti per la stima degli impatti ambientali. Trasversalmente – continua il dott. Acciaro – si stanno portando avanti altre due azioni che riguardano, rispettivamente, la realizzazione di un osservatorio nazionale ed europeo di 1355 aziende dimostrative (di cui 100 in Sardegna) dove verranno effettuate delle rilevazioni di “livello 1” sull’impatto ambientale da una parte, e dall’altra la valutazione delle azioni di mitigazione attuate da un campione più ristretto. Questa riguarderà, infatti, un numero pari a 282 aziende ovine (di cui 16 in Sardegna) nelle quali verranno eseguite rilevazioni più approfondite (che per semplicità possiamo definire di “livello 2”). A che punto siamo del percorso? Siamo quasi al termine delle rilevazioni di livello 1, con la raccolta dei dati in circa 70 aziende, ed è stato definito il campione di 16 aziende su cui si andrà ad intraprendere il percorso di valutazione delle azioni di mitigazione. I risultati dei dati raccolti nelle 70 aziende saranno saranno elaborati e presentati nell’ambito del 74° Meeting Annuale di EAAP che si terrà dal 26 agosto al 1 settembre 2023».

Dunque abbiamo detto che ci sarà un campione di aziende dove verranno sperimentate delle azioni di mitigazione concrete e dove saranno misurati i risultati ottenuti, chiediamo quindi alla dott.ssa Serra se sia possibile illustrarci le procedure proposte agli allevamenti e divulgarle affinché chiunque abbia intenzione di muoversi nella direzione della sostenibilità le possa utilizzare come linee guida.

«Le buone prassi che abbiamo messo a punto per fornire alle aziende degli strumenti concreti di lavoro, si basano su una visione generale dell’azienda che prevede la sua virtuale suddivisione  in quattro ambiti e cioè:

  1. Animali
  2. Alimenti
  3. Suolo
  4. Energia

Questi quattro ambiti sono in ordine di impatto ambientale decrescente, ovvero il primo è quello che incide maggiormente e gli altri a seguire. Analizzando brevemente ciascuno possiamo dire, ad esempio, che per gli animali le indicazioni fondamentali sono legate all’efficienza riproduttiva e produttiva, il miglioramento di questi due aspetti permette di ottenere dei risultati tangibili. Per la sfera riproduttiva ci si focalizza sul miglioramento della fertilità, e sull’organizzazione dei gruppi di monta al fine di programmare i parti nei periodi in cui c’è una maggiore richiesta da parte del mercato (es. Natale e Pasqua per gli agnelli), mentre per quella produttiva il lavoro si basa sull’incremento dei quantitativi di latte attraverso il miglioramento genetico e sulla valutazione dei capi da riformare, stabilendo dei valori soglia di produttività per ciascuna azienda sotto i quali non è consigliabile mantenere determinati soggetti in stalla.

Riguardo gli alimenti, si sa che fornire una razione bilanciata è fondamentale per garantire benessere, sanità e produzioni adeguate. In particolare, i punti su cui si consiglia di intervenire sono: la qualità dei foraggi, il bilanciamento foraggi/concentrati, l’adozione di tecniche colturali che permettano di conservare le proprietà degli alimenti (es. raccolta anticipata e fasciatura del fieno), e l’attenzione negli acquisti, che può essere attuata sia rivolgendosi a filiere sostenibili che a prodotti che aiutino, ad esempio, a ridurre la metanogenesi.

Per ciò che concerne le azioni sul suolo, si suggerisce soprattutto una drastica riduzione degli interventi prediligendo prati pascoli permanenti e tecniche a basso input, come ad esempio la semina su sodo.

Infine, c’è l’ambito inerente l’energia, che rappresenta solo il 10% dell’impronta di carbonio dell’intero processo, ma che è quello che fornisce le risposte più immediate sulla mitigazione. L’uso di macchinari adeguatamente dimensionati alla superficie aziendale, sia nel numero che nella grandezza fisica, così come il ricorso a fonti rinnovabili autoprodotte o acquistate da fornitori attenti, sono solo alcune delle strategie facilmente attuabili per avere risultati decisamente veloci. Tutti questi accorgimenti – conclude la dott.ssa Serra – sono strettamente collegati alla redditività aziendale e questo è stato compreso dagli operatori delle filiere DOP e IGP che hanno voluto premiare il nostro progetto».

Un progetto, dunque, che abbraccia la filiera produttiva in tutto il suo processo con l’obiettivo di rendere la gestione aziendale più efficiente. I nostri interlocutori ci fanno presente che attuando questi accorgimenti proposti gli allevatori si stanno rendendo conto della reale opportunità che risiede nell’intraprendere questo percorso verso la sostenibilità, perché si tratta sostanzialmente di intervenire su quei punti della gestione che possono portare un vero risparmio di risorse e soprattutto un rapido incremento di guadagno, derivante dall’ottimizzazione del processo. Sicuramente è necessario effettuare un passaggio culturale ed aprirsi con fiducia a nuovi metodi, ma al fianco degli allevatori ci saranno i tecnici appositamente formati per accompagnarli. Un approccio concreto ed interessante di cui divulgheremo sicuramente i risultati ottenuti non appena saranno disponibili.