Ma le fiere zootecniche hanno ancora un senso?

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Ma le fiere zootecniche hanno ancora un senso?

Gli allevamenti sono delle unità produttive complesse, dove coesistono la stalla e la campagna, e che richiedono la presenza fisica del titolare, o chi per esso, gran parte della giornata e per tutto l’anno. Le attività esterne sono assorbite principalmente dalla burocrazia e dal riposo. Rimane poco tempo per l’aggiornamento professionale e per lo scambio di vedute con gli altri colleghi allevatori. In passato gli allevatori avevano l’abitudine di vedersi e scambiare opinioni durante i mercati agricoli e del bestiame settimanali e ricevevano informazioni tecniche dal proprio veterinario o dagli agenti di commercio. Andare al bar per incontrare i colleghi era, ed è, un’attività non ben vista, quasi al pari di avere un campo mal lavorato o una coltivazione di mais rada e non così verde scuro. Tipica era la frase di esordio con il venditore che li andava a trovare: “Che si dice? Novità?”.

Per vari motivi i mercati settimanali sono spariti ma le aziende vengono comunque sempre visitate dai tecnici e dai venditori delle ditte a cui rivolgere la domanda: “Che si dice?”. Negli ultimi anni inoltre l’avvento dei social media ha creato nuove possibilità per lo scambio d’informazioni ed opinioni.

Le fiere annuali di settore sono rimaste però un’occasione imperdibile per far incontrare gli operatori della filiera per convegni, saluti o per cercare l’attrezzatura migliore. Le industrie che producono beni strumentali per l’agricoltura e la zootecnia vedono nelle fiere l’occasione per presentare le novità e concludere qualche affare. Per le industrie la fiera è un completamento della presentazione dei propri prodotti rispetto a quello che fanno sul territorio concessionari e venditori. Esiste però un fatto nuovo.

A dispetto di chi evoca un protezionismo fatto di muri e dazi come antidoto a tutti i mali, è il frequentare i mercati internazionali che dà stabilità e crescita ad imprese e occupazione. Barricarsi in casa perché il mondo è cattivo e in crisi è la soluzione adottata da persone e imprese senza più un futuro. Ormai da alcuni anni il Made in Italy e l’Italian Style sono sempre più richiesti nel mondo. Sono infatti in forte crescita in tutti i settori, nonostante gli italiani continuino a sognare modelli stranieri e perseverino nello sterile mantra del “succede solo in Italia”, “guarda come sono bravi i tecnici e gli allevatori americani” e chi ne ha più ne metta. Il Made in Italy cresce solo perché imprenditori innamorati del futuro stanno facendo prodotti eccellenti e li stanno proponendo in ogni angolo del pianeta.

Ma torniamo alle fiere. Se servissero solo a far incontrare gli allevatori, ad assistere a qualche convegno o a vedere qualche attrezzatura, l’immane impegno economico di una ditta espositrice, comunque presente sul territorio con reti tecniche e commerciali, non avrebbe alcun senso. Se invece le fiere, soprattutto quelle internazionali,  fossero davvero una vetrina dell’Italian Style, capace di attrarre gli operatori stranieri, allora l’investimento sarebbe importante e inevitabile.

Da alcuni anni, molte delle imprese italiane che operano in agricoltura e zootecnia preferiscono le fiere internazionali straniere alle analoghe del nostro paese. Un esempio su tutte l’Eurotier di Hannover (Germania) che, nell’ultima edizione, ha visto esporre ben 128 aziende italiane certe della visibilità planetaria di questa manifestazione e della possibilità d’incontrare distributori o clienti provenienti da ogni angolo del mondo. Il problema è che molte di queste aziende hanno preferito disertare la Fiera Internazionale della bovina da latte di Cremona investendo anche ingenti risorse sulla Fiera di Hannover.

E’ quindi necessario creare le condizioni affinchè tutti gli operatori internazionali delle filiere latte e carne (compresi gli allevatori stranieri) trovino interesse a venire in Italia a ”respirare” l’Italian Style, anche visitando allevamenti, caseifici, fabbriche e, perché no, l’arte. Questo potrebbe infatti aiutare l’export non solo di prodotti ma anche del nostro modo di operare e di pensare, spesso molto diverso e inviso dalla cultura nord-americana e nord-europea ma molto gradito a paesi in espansione di altre parti del mondo come Russia, sud-America, e il continente asiatico o africano.

Le tre grandi fiere internazionali italiane, ovvero EIMA, Fieragricola di Verona e la Fiera Internazionale di Cremona si dovrebbero coordinare su un approccio internazionale. In particolare, la Fiera Internazionale di Cremona, che è stata una delle fiere più importanti del mondo della bovina da latte, dovrebbe rinnovarsi profondamente per essere più attraente anche per i visitatori italiani ed evitare la costante emorragia di espositori che preferiscono Hannover.

Un piano di rilancio di queste tre grandi fiere internazionali attrarrebbe maggiormente anche i visitatori italiani, portandoli forse a condividere il fatto che esportare le nostre eccellenze e il nostro saper fare è il requisito per combattere l’aggressione delle multinazionali del cibo, aumentare il prezzo alla stalla di latte e carne e dare una risposta pratica e concreta all’occupazione nel nostro paese.

Ovviamente questo non basterebbe da solo a far ripartire l’economia italiana ma i saggi dicono che “il mare è fatto di gocce” e da qualche parte bisognerà pure iniziare.

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Di |2017-02-15T16:18:27+02:0015 Febbraio 2017|Categorie: 2-2017, Editoriale, Ruminantia mensile|Tags: , |

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Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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