Made in Italy: il rischio di vivere di rendita

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Made in Italy: il rischio di vivere di rendita

L’onorevole Filippo Gallinella, Presidente della Commissione Agricoltura della Camera, organizzando un incontro a Roma il 5 Marzo 2019, ci ha dato l’occasione di riflettere con attenzione sui punti di forza e di debolezza del brand “Made in Italy”. Federalimentare e Filiera Italia hanno organizzato una campagna per la tutela dell’alimentare italiano dal nome “Io sto con il made in Italy” che è stato utilizzato poi dall’On. Gallinella come nome del convegno. Il giornalista e opinionista televisivo Klaus Davi ha condotto la tavola rotonda a cui hanno partecipato Giuseppe Iorio, autore del libro inchiesta “Made in Italy: il lato oscuro della moda”, Ivano Vacondio di Federalimentare, Luigi Scordamaglia di Filiera Italia, Piero Mastroberardino di Federvini, Paolo Bastianello di Confindustria e Giannola Nonino della Distilleria Nonino.

Il brand “Made in Italy” è censito al 7° posto in termini di reputazione tra i consumatori di tutto il mondo ed è considerato, su scala globale, il marchio più famoso dopo Coca-Cola e Visa. Questo marchio sta accompagnando, più o meno esplicitamente, le nostre esportazioni, contribuendo a farci posizionare all’ottavo posto nella classifica dei principali esportatori del mondo, con una quota del 2.8%. Anche nei consumi interni il “Made in Italy” è in grado di orientare molto sensibilmente le scelte dei consumatori.

Ma cosa significa realmente “Made in Italy” e quali sentimenti evoca nei consumatori? La nostra sensibilità alla bellezza, testimoniata dal fatto che possediamo forse il 50% del patrimonio artistico del mondo, le nostre antiche tradizioni, i brand del lusso, la posizione di leadership nel manifatturiero, la sterminata varietà di cibi, la nostra cucina, e tante altre ragioni, hanno contribuito a far associare l’essere “fatto in Italia” ad un prodotto di prestigio. Il nostro stile di vita e il nostro modo di affrontarla, genericamente definito “Italian Style”, è diventato anch’esso un brand che ulteriormente rafforza quello del “Made in Italy”. In parole povere, con il marchio “Made in Italy” non si etichettano solo prodotti buoni, belli e sicuri; chi li acquista vuole infatti appartenere ad un determinato stile di vita. Insomma, questo brand è di fatto anche, e soprattutto, un “life style brand”.

La storia però ci insegna a non abusare troppo a lungo delle rendite di posizione e che a passare dalle “stelle alle stalle” ci vuole meno di quanto si possa pensare. Quali sono quindi i punti di debolezza di questo che possiamo definire l’asset più strategico del nostro paese? Forse è una delle componenti dell’Italian Stlye, ovvero il culto del furbetto, il sentirsi appagati di aver trovato il cavillo che permette di andare in deroga alle regole e fregare qualcun altro.

Ci sono molti equivoci dietro al “Made in Italy” che, se non prontamente chiariti, possono trascinare nel baratro l’economia di un paese, come il nostro, prevalentemente trasformatore. La denuncia fatta da Giuseppe Iorio nel libro citato in apertura contro il comparto dell’alta moda, ossia del lusso, è pesantissima. Questo settore, che vanta un giro d’affari di 90 miliardi di euro, basa il suo successo economico anche sul fatto che brand come Moncler, Tod’s, Armani, Prada, Max Mara, etc. sono marchi italiani. In realtà però molte di queste società hanno sede all’estero e utilizzano tessuti esteri. I capi d’abbigliamento inoltre sono spesso confezionati in altri paesi da artigiani non italiani. Questo equivoco quanto può durare ancora? Tutti noi abbiamo osservato e sostenuto la battaglia del mondo del latte per rendere obbligatoria in etichetta l’indicazione dell’origine della materia prima, in termini di luogo di mungitura e di condizionamento. Abbiamo anche assistito allo sconcerto dell’opinione pubblica quando ha appreso che molte delle cosce di maiale utilizzate per produrre prosciutti DOP sono di razze straniere o che alcuni prodotti tipici come l’IGP “bresaola della Valtellina” si possono “legalmente” fare con carne che proviene dall’estero. E’ ovvio che alle lobby dell’agroalimentare non piace legare troppo ad un territorio l’origine della materia prema e la lavorazione di un prodotto ma sembrerebbe che il consumatore quando vede il brand “Made in Italy” pretenda che questi prodotti siano di esclusiva provenienza italiana.

Il questo contesto, la collera generata dal fenomeno dell’ “italian sounding”, ossia dal fatto che all’estero si “taroccano” i prodotti italiani (Parmesan docet), l’evocazione della chiusura delle frontiere per evitare le importazioni di cibo prodotto all’estero o l’indignazione per il fatto che al Brennero transitano interminabili file di TIR carichi di prodotti alimentari per l’Italia, sono atteggiamenti utili solo a fini propagandistici. Ci sono modi più semplici per contrastare la contraffazione ed arginare i consumi di prodotti alimentari esteri in Italia.

Sarebbe auspicabile dare al consumatore la possibilità di scegliere perché le regole sono chiare. Il consumatore grazie ad internet e ai social media è sempre meno manipolabile, si fa sempre di più idee proprie e sempre più acquisisce la consapevolezza della sua tremenda forza nel premiare o distruggere un prodotto o un partito politico. Quando fasce sempre più crescenti della popolazione hanno deciso che era meglio mangiare carne proveniente da animali nati in Italia, allevati in Italia e macellati in Italia, la filiera della carne, con in testa la GDO, ha dovuto capitolare e accontentarli, perché “il cliente ha sempre ragione”. Lo stesso è avvenuto con l’origine italiana del latte. L’industria lattiero-casearia ha dovuto capitolare e rinunciare ai maggior proventi derivanti dall’utilizzo di latte a basso prezzo proveniente da qualche altro stato dell’Europa. E’ il brand “Made in Italy”, la cui notorietà sta crescendo esponenzialmente nel mondo, e per ragioni note ma complesse da sintetizzare in poche righe, che garantirà occupazione e crescita economica al nostro paese.

Giuseppe Iorio afferma nel suo libro che i dieci brand più importanti dell’alta moda italiana sviluppano un fatturato di 20 miliardi e che se producessero in Italia darebbero lavoro a 200.000 persone invece delle 15.000 stimate. Basterebbe che la gente “informata” pretendesse che un capo italiano d’alta moda venga cucito da mani italiane e fatto con tessuti prodotti in Italia. Seppur importante, la lotta alla contraffazione e le barriere doganali stile Trump non sono prioritarie per dare un futuro al “Made in Italy”.

Nell’agroalimentare il percorso sarebbe piuttosto semplice. Se si vuole apporre il marchio “Made in Italy” alla confezione di prodotto alimentare, tutte le sue componenti devono essere state obbligatoriamente prodotte in Italia e l’alimento deve essere stato preparato e confezionato nel nostro paese. Sarà poi il consumatore a scegliere, perché non ci si deve mai dimenticare che una fascia più o meno ampia della popolazione non ha interesse nell’origine di un prodotto oppure per necessità economiche non può permettersi di acquistare prodotti non siano a basso prezzo. Quest’ultima affermazione però non deve far ignorare l’enorme differenza che c’è tra il prezzo di un alimento in origine, ossia quello pagato all’agricoltore/allevatore, e quello che viene pagato per acquistarlo sugli scaffali dei supermercati. Abbiamo ancora negli occhi le tremende immagini della lotta dei pastori sardi. Latte pagato 65 centesimi al litro, Pecorino Romano DOP venduto all’ingrosso a circa 5.5 euro al chilo e sui banchi della GDO a 15.90 euro/kg (Conad provincia di Roma a Febbraio 2019).

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Dairy Production Medicine Specialist Fantini Professional Advice srl Email: dottalessandrofantini@gmail.com

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