Per la nostra rubrica “Storie di Allevatori” questa settimana siamo andati a conoscere l’azienda Cascina Malgherosse, situata a Verolavecchia, in provincia di Brescia. Questa realtà affonda le sue radici nel 1960, quando la famiglia Ruggeri espletava la sua attività produttiva mungendo circa 80 bovine. Intorno a metà degli anni ’80 i capi in mungitura arrivano ad essere circa 800 finché, nel 2009, con il prezzo del latte ai minimi storici si decide di ridefinire gli obiettivi aziendali. Alimentare la rimonta risulta essere eccessivamente oneroso e così si decide di vendere tutti gli animali giovani tenendo solamente quelli in lattazione. Da questo momento l’azienda cambia completamente volto e negli anni diventa una realtà a ciclo aperto, con strutture e dipendenti di un certo livello.

Ma come è organizzata una realtà di questo tipo? Lo abbiamo chiesto direttamente a Giuseppe Ruggeri e a sua moglie Valeria, proprietari impegnati in prima persona nella gestione aziendale.

La nostra è un’azienda altamente strutturata, dove nulla può essere lasciato al caso e dove il fattore umano fa la differenza nella gestione delle 2.500 bovine e dei 300 ettari di terreno. L’allevamento si sviluppa in più siti produttivi: uno per le vacche in asciutta, uno per le vacche con lattazione  avanzata e due siti dedicati agli animali tra i 150 e i 200 giorni di lattazione. Nei 300 ettari si fanno indicativamente 2 o 3 raccolti, fino ad oggi destinati a silomais silomedica e silofrumento, da quest’anno con le difficili condizioni climatiche, abbiamo deciso di togliere la medica sostituendola con frumento tenero da insilare che verrà utilizzato per fare quello che è il volume di sostanza secca di base per la razione. A tal proposito ci siamo anche portati a fare due raccolti di silomais, inserendone uno più tardivo con semina intorno ad inizio agosto che sarà raccolto adesso, a metà novembre. Il prodotto sembra buono, non ha sofferto stress idrico e non ha subito attacchi fungini.

Tornando all’indirizzo aziendale, per quale motivo scegliere il “ciclo aperto”? 

Appunto, avendo poca estensione agricola rispetto al numero di capi allevati, è sempre stato per noi necessario acquistare  le materie prime e una quota di foraggio da fuori, perciò, non essendo neanche molto specializzati nell’allevo, abbiamo deciso di concentrarci  sugli animali in produzione e sulle produzioni foraggere.

Abbiamo detto che attualmente sono presenti 2.200 bovine in lattazione, quale è la strategia per gestire dei numeri così elevati?

Sicuramente uno degli strumenti più efficaci che abbiamo è rappresentato dalle risorse umane, abbiamo sempre avuto molta manodopera, e ad oggi contiamo circa 30 unità di personale, con cui gestiamo sia le attività in campagna che in stalla. Ovviamente siamo coadiuvati da sistemi informatici gestionali di alto livello, ma la differenza la fanno sicuramente le persone che prestano quotidianamente il loro lavoro, e l’organizzazione delle stesse per garantirgli una formazione tecnica adeguata nel rispetto di turni, orari e riposi. Dunque sicuramente metterei al primo posto della gestione strategica il personale, prima ancora della gestione sanitaria, alimentare e produttiva della mandria.

Dunque secondo voi  il personale può fare realmente la differenza nel processo produttivo?

Assolutamente si, ed in particolare puntiamo moltissimo sulla formazione continua delle risorse umane. Non è sufficiente avere un buon curriculum o una notevole esperienza pregressa, è necessario condividere le procedure operative da attuare, lavorare tutti nella stessa direzione e con gli stessi accorgimenti. Per questo motivo abbiamo all’intero della nostra organizzazione delle figure che chiamerei “tutor” che forniscono un’assistenza costante garantendo una presenza almeno settimanale nelle funzioni strategiche, ovvero: la mungitura, l’alimentazione, così come, nei periodi opportuni, la raccolta e l’insilamento dei foraggi aziendali.

A proposito di foraggi abbiamo detto che le vostre produzioni sono tutte colture da insilare, come mai?

Diciamo che dovendo necessariamente comprare alimenti da fuori, abbiamo deciso di acquistare materie prime e specializzarci nei foraggi insilati, la cui qualità fa realmente la differenza nella spinta produttiva del latte. Anche questo processo ha richiesto numerosi tentativi e miglioramenti, dapprima lavoravamo infatti con diverse trincee di dimensioni più piccole, mentre ad oggi ne abbiamo costruite di più grandi, prima fra tutte quella per il mais dove entrano circa 700 ettari di produzione e consente di avere garanzie decisamente superiori sul prodotto. Anche in questo caso ci siamo accorti di quanto sia importante per ottenere un buon prodotto, istruire il personale sulle pratiche agronomiche da attuare ed in particolare insegnare a avere dei tempi di copertura più rapidi possibili e delle efficaci modalità di copertura. Noi ad esempio utilizziamo la ghiaia ed i risultati sono davvero soddisfacenti.

Tornando alla scelta di non avere rimonta interna, come riuscite a garantire un adeguato livello di biosicurezza?

Nella nostra routine acquistiamo animali settimanalmente e il 90% di questi viene dalla Germania. Per 3 settimane gli animali arrivati insieme sono fisicamente isolati in zone separate, per poi confluire con gli altri nel ciclo produttivo. La presenza dei medici veterinari del SSN e del team di liberi professionisti è costante nella nostra realtà e, già da prima che ci fosse l’obbligo di utilizzo del registro elettronico dei trattamenti, qui veniva adottato come strumento per tracciare tutto ciò che viene somministrato. Al fine di limitare più possibile l’uso del farmaco attuiamo infatti dei piani vaccinali molto stringenti, per patologie quali IBR, BVD, rotacoronavirus ecc, e che nel tempo hanno dato notevoli miglioramenti. Abbiamo inoltre organizzato la disposizione delle strutture in modo tale da limitare il più possibile l’accesso dei mezzi nel centro aziendale, disponendo ad esempio i magazzini ed i depositi delle materie prime nella parte più esterna, nonché acquistando un nostro camion del latte con cui giornalmente conferiamo la nostra produzione.

E per quanto riguarda la gestione riproduttiva, come vi organizzate con un numero così ampio di animali?

Ci tengo a sottolineare che ormai da 5 anni abbiamo completamente abbandonato la strada della sincronizzazione dei calori. Nessun tipo di ormone viene somministrato agli animali e si lavora solamente su calore naturale curando l’alimentazione, intesa soprattutto come qualità degli alimenti somministrati, e cercando di intervenire nel momento più opportuno. Il numero di interventi fecondativi è tra 2 e 3 e nelle primipare abbiamo deciso di spostare in avanti il periodo di attesa volontario in quando si è notato che per adattarsi al nuovo ambiente hanno bisogno di circa 60 giorni. È preferibile dare tempo agli animali di abituarsi, piuttosto che spingerli in maniera artificiale e ricorrendo alla chimica, e questo non solo per la prioritaria questione del benessere, ma anche per evidenti risultati che la gestione finanziaria dimostra. In una realtà del genere dobbiamo necessariamente “incasellare tutto” e fare un punto della situazione almeno semestrale per valutare la correttezza della direzione in cui si sta procedendo.

Considerati gli obiettivi aziendali, sicuramente tra i primi dati da monitorare quotidianamente c’è la produzione latte…di che quantità parliamo indicativamente?

Beh, considerando che conferiamo 280.000 quintali di latte alimentare all’anno, la produzione media per vacca si attesa attorno ai 35 kg/capo/giorno. Lavoriamo su tre sale di mungitura da 26 poste ciascuna (13+13)  separate tra loro ma con un’unica sala di attesa. Attuiamo la terza mungitura con molteplici motivazioni: abbattere i costi fissi, avere un maggior controllo sugli animali e aumentare un po’ la produzione. Il trasporto del latte, come già detto, lo facciamo direttamente con un nostro mezzo, nell’ottica di limitare la circolazione di esterni all’interno dell’azienda.

Mentre a livello di strutture come  si presenta l’azienda?

Ci tengo a sottolineare un concetto fondamentale: è possibile riadattare e migliorare le strutture che si hanno! Noi abbiamo fatto cosi, abbiamo tolto il più possibile le barriere architettoniche presenti e aumentato i punti di abbeverata entrambi aspetti fondamentali nella produzione del latte. I riscontri sono stati notevoli, gli infortuni decisamente ridimensionati e la produzione aumentata grazie al moggiorn numero di abbeveratoi. La metà degli animali si trova su cuccette con materassini, mentre l’altra metà su lettiera permanente, e devo dire che quest’ultima la trovo molto vantaggiosa sia dal punto del confort che nell’apporto che dà nella trasformazione di sostanza secca. Inoltre una volta rimossa viene utilizzata, insieme allo scarto in mangiatoia, per alimentare l’impianto di biogas da 1 MG presente in azienda. Insomma il nostro impegno va anche nella direzione di un’economia circolare dove si cerca di riutilizzare il più possibile quello che è prodotto o presente all’interno dell’azienda.

Beh direi che di spunti di riflessione Giuseppe e Valeria ce ne hanno dati davvero molti, prima di ringraziarli per averci aperto le porte della loro azienda voglio però chiedergli  quale sia la loro visione rispetto il grande lavoro sul miglioramento genetico che molti dei loro colleghi operano.

Ovviamente – risponde Giuseppe – noi fecondiamo solo con tori da carne per questioni di posizionamento del vitello sul mercato, ed il nostro indirizzo a ciclo aperto ci porta lontani dai colleghi che investono in genetica per costruire la loro mandria. Ma ci tengo a sottolineare che apprezziamo moltissimo il lavoro svolto e che quando mi capita di poter acquistare animali con famiglie di un certo valore alle spalle li prediligo sempre sugli altri, perché il grande contributo apportato dalla selezione è palese. Negli ultimi anni oltre che in quantità gli animali esprimono moltissimo anche in termini di qualità, e questi sono sicuramente i risultati della genetica!

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