Sapere esattamente qual è il potenziale genetico delle vacche presenti in allevamento è di fondamentale importanza, come lo è sapere quanti “cavalli” ha la nostra automobile. Giudicare dall’esterno un auto per prevedere quanto può essere veloce e quanto potrebbe consumare può essere molto fuorviante.

Molti anni fa, quando la selezione genetica era ai primordi, si stimava la potenzialità lattifera di una bovina osservando attentamente la sua morfologia. C’erano, e ci sono tuttora, quelli che vengono definiti caratteri “dairy” che ci permettevano di fare questa previsione.

Oggi ci sono gli indici genetici a dirci con assoluta precisione quanto quella bovina da latte potrebbe potenzialmente fare in termini di latte, grasso e proteine, e quanto potrebbe essere fertile e longeva. Esiste una correlazione tra alcune caratteristiche morfologiche ed il potenziale produttivo, ma oggi questo aspetto non è così importante.

L’indice genetico della Frisona Italiana è il PFT composto anche di caratteri produttivi come il “latte in kg” e la percentuale e quantità di grasso e di proteine. Più alto sarà il PFT medio di un allevamento, e più specificatamente il “latte in kg”, maggiore sarà la predisposizione genetica delle bovine a produrre latte. Questa predisposizione genetica altro non è che un particolare assetto ormonale e metabolico che conferisce maggiore o minore priorità alla mammella nella gestione dei nutrienti ingeriti con la dieta o presenti nei depositi corporei.

Ovvio è che non basta solo la genetica per produrre il latte perchè un ruolo importante lo hanno anche la nutrizione, la salute, la gestione e l’ambiente.

Non solo l’allevatore, ma anche i suoi consulenti (veterinari e nutrizionisti), devono calibrare la loro attività in funzione del potenziale genetico delle bovine di una determinata stalla. Inoltre, questa è un’informazione importante quando si deve giudicare la produzione di latte o la percentuale di grasso e di proteine di un singolo animale e di tutto l’allevamento.

Fare una media di 35 kg di latte può essere tanto se il PFT è medio-basso mentre può essere insufficiente se il potenziale genetico è elevatissimo. Lo stesso si può dire per la percentuale di grasso e delle proteine.

In un precedente articolo abbiamo parlato brevemente del Profilo Genetico Allevamento di ANAFIJ, ottimo strumento di lavoro per fare le considerazioni fin qui esposte. Nel tabulato “riepilogo genetico e fenotipico ultimo anno”, l’allevatore ed i suoi tecnici possono monitorare il potenziale genetico delle bovine in produzione e confrontarlo con gli altri allevamenti della provincia ed il top nazionale; possono inoltre fare un confronto preliminare tra PFT e “latte in kg” ed i fenotipi latte e suoi costituenti, ossia quanto è stato prodotto nell’ultimo anno AIA. Nello scrivere questo articolo ho davanti a me il tabulato di un allevamento. La stalla che sto osservando è una rank 87 ed ha un PFT di 2572 ed un “latte in kg” di 482. Questi valori sono superiori a quelli della provincia in cui è ubicato l’allevamento. Se però si guarda la produzione effettiva, questa stalla ha prodotto 747 kg in meno sempre rispetto alla provincia. Un’osservazione di questo tipo testimonia inequivocabilmente che c’è qualche ostacolo nella nutrizione, nell’ambiente nella gestione e nella sanità che impedisce alle bovine il pieno espletamento del potenziale genetico; è quindi necessario attivare un approfondimento “diagnostico”. Dallo studio dei tabulati “andamento carattere latte, grasso e proteine”, si può estendere la valutazione a ritroso di ben 10 anni e ricostruire in questo modo gli alti e i bassi dell’allevamento e comprenderne i motivi.

La verifica routinaria del potenziale genetico dell’allevamento è importante per verificare se le scelte che si fanno in termini di nutrizione e gestione, ma anche relativamente all’ambiente, sono corrette e giustificate. In questo modo si evitano inutili rischio o investimenti di breve periodo che si potevano non fare.

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