Chesney K Richter,3* Ann C Skulas-Ray,3 Catherine M Champagne,4 e Penny M Kris-Etherton3

1 Gli Autori hanno dichiarato di non aver ricevuto finanziamenti per questo studio.
2 Nota degli Autori: CK Richter, AC Skulas-Ray, e CM Champagne, nessun conflitto d’interesse. PM Kris-Etherton ha ricevuto dei finanziamenti dall’Almond Board of California, the California Walnut Commission e dal National Cattlemen’s Beef Association.
3 Department of Nutritional Sciences, The Pennsylvania State University, University Park, PA;
4 Pennington Biomedical Research Center, Louisiana State University System, Baton Rouge, LA
*Autore a cui inviare la corrispondenza. E-mail: ckr129@psu.edu

 

Abstract

Introduzione

Conoscenze attuali

Conclusione

Ringraziamenti

Fonti

 

ABSTRACT

Le proteine ​​di origine vegetale, rispetto a quelle di origine animale, potrebbero avere effetti diversi sui fattori di rischio delle malattie cardiovascolari (CVD). Numerosi studi epidemiologici e d’intervento hanno valutato i rispettivi benefici che queste proteine potrebbero avere per la salute; tuttavia, risulta difficile isolare il ruolo effettivo che le proteine ​​di origine vegetale o animale hanno sul rischio di CVD. Questa review valuta le prove attuali raccolte da studi osservazionali e d’intervento, concentrandosi su specifici alimenti proteici e su specifiche popolazioni studiate. Le proteine della dieta provengono da molteplici alimenti ed ognuno di essi fornisce un molteplice insieme di altre componenti non proteiche, che possono anch’esse influenzare i fattori di rischio di CVD. Un aumento del consumo di cibi ricchi di proteine è quasi sempre associato ad una diminuzione del consumo di altre tipologie di nutrienti, ed anche questo potrebbe influenzare i risultati. Viste queste complessità, le affermazioni generali sulle proteine di origine vegetale o animale potrebbero essere troppo approssimative e occorrerebbe una valutazione più ampia degli specifici alimenti consumati e della dieta di base. I potenziali meccanismi responsabili di alcuni specifici effetti attribuibili alle proteine ​​di origine vegetale e animale sono molto variegati e dipendono dal contenuto aminoacidico di particolari alimenti, dalla presenza di altri composti non proteici in tutto il cibo ingerito e dalle interazioni con il microbiota intestinale. Le prove raccolte fino ad oggi sembrano essere inconcludenti e sono necessari ulteriori studi per migliorare le nostre conoscenza sulla complessità delle differenze esistenti tra proteine di origine ​​vegetale e proteine ​​di origine animale. Tuttavia, le prove attualmente in nostro possesso supportano l’ipotesi che il rischio di CVD possa essere ridotto mediante l’impiego di un modello dietetico che sia in grado di fornire più proteine da fonti vegetali (​​se paragonato alla tipica dieta americana) e che includa anche alimenti proteici di origine animale soprattutto se non trasformati e poveri di grassi saturi.

Parole chiave: aminoacidi, microbiota intestinale, dieta DASH, malattie cardiovascolari, OmniHeart.

 

INTRODUZIONE

Un aumento del contenuto proteico della dieta potrebbe migliorare la salute cardiovascolare favorendo la perdita/il mantenimento del peso, migliorando il profilo lipidico/lipoproteico e riducendo i valori della  pressione sanguigna (1-3). Tuttavia, le ricerche che mettono in evidenza i benefici sulla salute derivati dall’assunzione delle proteine con la dieta dovrebbero essere interpretate con cautela, poiché l’aumento del consumo di proteine e/o di alimenti ricchi di questi composti sarebbe in grado di indurre, in linea generale, anche altri cambiamenti nella dieta (riguardanti ad esempio l’apporto energetico, i nutrienti e gli alimenti), questo perché le proteine derivano da una moltitudine di cibi differenti. Ad esempio, un aumento del consumo di proteine e/o di alimenti ricchi di proteine potrebbe andare ad alterare l’assunzione di altri nutrienti (come, ad es. grassi saturi e carboidrati raffinati) e/o di alimenti (ad es. frutta, verdura e cereali integrali), in base a quali fonti proteiche alimentari vengono incrementate e a quali alimenti vanno a sostituire. Pertanto, gli effetti di un aumento del consumo di proteine possono venire influenzati dalla specifica fonte proteica e dalle risultanti sostituzioni di macronutrienti e micronutrienti (e di composti bioattivi). Gli studi relativi al consumo proteico totale devono quindi tenere in considerazione la fonte proteica, quali componenti della dieta vengono sostituiti e quali nutrienti e composti bioattivi sono associati alla proteina presente nella matrice alimentare. L’evoluzione delle linee guida dietetiche riflette la nostra crescente comprensione di come i diversi nutrienti, i composti bioattivi e gli alimenti influenzino la nostra salute. I carboidrati sono classificati come raffinati o complessi e i grassi sono suddivisi in SFA, Acidi Grassi trans, MUFA e PUFA. Allo stesso modo, le proteine contenute negli alimenti sono classificate in base alla loro derivazione vegetale o animale. Le attuali linee guida per la dieta affermano che l’RDA per gli adulti è di 0.8 g di proteine/kg di peso corporeo; tuttavia l’intervallo di distribuzione dei macronutrienti accettabile, che stabilisce come il 10-35% delle calorie totali possa provenire da proteine, consente una maggiore flessibilità nella pianificazione del pasto in base sia alle esigenze che alle preferenze individuali (4, 5). Esiste anche una RDA per ciascun aminoacido essenziale, che può essere soddisfatto da un’ampia varietà di alimenti proteici. Tuttavia, non esistono raccomandazioni relative al contributo proveniente da fonti proteiche di origine animale o vegetale (4). Domande specifiche sull’esistenza di una correlazione tra proteine e salute sono state affrontate per la prima volta in una review delle prove esistenti condotta dalla Dietary Guidelines Advisory Committee’s nel 2010. Una delle raccomandazioni principali della Dietary Guidelines for Americans del 2010 era quella di modificare i modelli alimentari spostandoli verso una dieta più a base vegetale (6), dando particolare importanza a cibi come fagioli/legumi, cereali integrali, frutta a guscio/semi e verdure, che sono tutte fonti di proteine vegetali . La Dietary Guidelines Advisory Committee del 2015 (DGAC)5 ha mantenuto il focus su modelli alimentari contenenti un numero elevato di alimenti a base vegetale durante il loro Scientific Report ed ha incluso la raccomandazione di sostituire le calorie vuote provenienti dagli zuccheri aggiunti, almeno in parte, con una maggior varietà di proteine vegetali (7). La percezione generale delle proteine vegetali si è evoluta in maniera simile. Sebbene in passato venissero percepite come meno nutrienti e come una fonte incompleta di aminoacidi essenziali, le proteine vegetali sono ora considerate un’opzione salutare in grado di soddisfare i fabbisogni proteici. Le prove sui più disparati effetti sulla salute delle proteine di origine vegetale (rispetto a quelle ​​di origine animale) sono contrastanti. Le proteine ​​non vengono consumate come elementi isolati ma come parte di una matrice alimentare. Pertanto, è difficile controllare i potenziali effetti degli altri nutrienti presenti in questi alimenti ed attribuire i benefici osservati esclusivamente al contenuto proteico. Inoltre, è stato dimostrato come specifiche fonti proteiche di origine vegetale e animale abbiano effetti diversi sulla salute. Pertanto, le affermazioni generali sulle proteine di origine ​​vegetale o animale potrebbero essere troppo semplicistiche e gli effetti potrebbero dipendere anche dalla matrice alimentare e dai nutrienti/composti bioattivi che la compongono.

Lo scopo di questo articolo è quello di esaminare gli studi epidemiologici e d’intervento più significativi relativi ai potenziali e diversi effetti delle proteine ​​di origine vegetale ed animale, ponendo particolare attenzione sul confronto tra specifiche fonti proteiche, sulle variazioni presenti in specifiche popolazioni e sull’impiego di progetti di ricerca eterogenei. Sono stati discussi anche i limiti delle nostre attuali conoscenze, i potenziali meccanismi e le considerazioni da fare per modificare il consumo di proteine.

CONOSCENZE ATTUALI

Studi osservazionali

Per decenni, le prove ottenute tramite studi osservazionali hanno suggerito come le proteine di origine vegetale ed animale influenzassero, in maniera differente, il rischio di sviluppare una patologia cardiovascolare (CVD). Benefici sulla salute attribuibili al consumo di proteine vegetali sono stati messi in evidenza soprattutto dai risultati sulle popolazioni vegetariane, dato che esse tendono ad avere la pressione sanguigna e il colesterolo plasmatico più bassi rispetto alle loro controparti onnivore (8-10). Comunque, questa correlazione tra dieta vegetariana e pressione sanguigna è stata riscontrata anche nelle popolazioni Avventiste del Settimo Giorno che sono per lo più non fumatori, consumano meno alcol, hanno un peso corporeo inferiore, sono maggiormente attivi dal punto di vista fisico ed hanno una dieta nel complesso più sana, tutte cose che contribuiscono ad una diminuzione della pressione sanguigna. Anche i loro modelli dietetici comprendono alimenti in toto e non singoli nutrienti; pertanto, non sorprende che il consumo di frutta, verdura e di sostanze nutrienti presenti negli alimenti di origine vegetale, come fibra, magnesio e potassio possa essere correlato all’assunzione di proteine vegetali (11, 12). Siccome questi complementi sono tutti consumati insieme e sono inversamente correlati con la pressione sanguigna, non è possibile attribuire esclusivamente alle proteine vegetali la correlata diminuzione della pressione sanguigna. Viste queste preliminari indicazioni dell’esistenza di una correlazione tra proteina e pressione ematica, numerosi studi epidemiologici hanno indagato più nello specifico anche le correlazioni tra proteine di origine vegetale ed animale. Tuttavia, i risultati provenienti dalle meta-analisi e dalle review sistematiche indicano costantemente come sia ancora poco chiaro il ruolo che le proteine di origine vegetale, se paragonate a quelle di origine animale, esercitano sulla pressione sanguigna, (13-15). Riassumendo, questa conclusione si basa principalmente sui risultati di ampi studi di coorte condotti sia nelle popolazioni occidentali che in quelle asiatiche. Studi condotti su popolazioni industrializzate tendono a riportare la presenza di una correlazione positiva tra il consumo di proteine vegetali e la pressione arteriosa. Nel Chicago Western Electric Study, che comprendeva una coorte di > 1700 uomini di mezza età nel complesso sani che sono stati seguiti per 8 anni, il consumo di proteine vegetali era inversamente correlato alla pressione sia sistolica che diastolica; mentre il consumo di proteine totali e quello di proteine di origine animale presentava una correlazione positiva con la pressione ematica (16). L’analisi dei dati provenienti dallo studio PREMIER, uno studio d’intervento multicentrico sugli effetti delle modificazioni dello stile di vita a livello di pressione arteriosa in soggetti adulti sani degli Stati Uniti con pressione arteriosa ottimale, ha evidenziato una correlazione inversa simile tra pressione arteriosa e consumo di proteine vegetali, senza nessuna correlazione con le proteine totali o di origine animale (12). Una correlazione inversa tra consumo di proteine vegetali e pressione arteriosa è stata riportata anche dallo studio INTERMAP (International Population Study on Macronutrients and Blood Pressure), condotto su > 4500 uomini e donne provenienti da Regno Unito, Stati Uniti, Cina e Giappone, sebbene in queste popolazioni non sia stata messa in evidenza alcuna correlazione tra pressione arteriosa e proteine totali o di derivazione animale (17). Invece, studi condotti su popolazioni rurali giapponesi e cinesi hanno evidenziato una correlazione opposta, con la pressione sanguigna inversamente correlata al consumo di proteine animali (18-20). L’unica review sistematica di cui eravamo a conoscenza, progettata per porre l’attenzione specificamente sulle diversi tipologie di proteine, ha riportato che la correlazione inversa si riscontra maggiormente quando si prendono in esame le proteine vegetali (21). Tuttavia, visti i risultati eterogenei, i ricercatori hanno affermato che le prove attuali rimangono limitate a causa di scoperte incoerenti e di potenziali fattori confondenti provenienti dagli studi osservazionali (21). Per quanto riguarda gli esiti della malattia cardiovascolare, i risultati sul ruolo delle proteine di origine vegetale rispetto a quelle di origine animale sono allo stesso modo contrastanti, in base alla popolazione studiata e a come i gruppi di proteine vengono specificati ( Tabella 1). Degni di nota sono i risultati alquanto discordanti provenienti dal Nurses’ Health Study. Durante le analisi iniziali, è stato riscontrato come sia la proteina animale che quella vegetale contribuissero ad una diminuzione del rischio di  cardiopatia ischemica associato ad un aumento del consumo di proteine totali (22). Tuttavia, una successiva analisi ha calcolato l’indice glicemico e i rispettivi contributi provenienti da alimenti di origine animale e vegetale, ed ha evidenziato l’esistenza di un’associazione differenziale, tra i vegetali ad alto indice glicemico che sono associati ad un più basso indice di mortalità per CVD  e tra i prodotti di origine animali con un maggior indice glicemico che risultano essere in grado di incrementare la mortalità per CVD (29). In maniera simile, analisi più specifiche di particolari alimenti proteici (come, ad esempio, carne rossa, pollame, pesce, latticini, uova, legumi, frutta a guscio, fagioli, ecc.) hanno dimostrato come ogni fonte proteica sia associata ad un differente grado di rischio sia di malattie coronariche (CHD) (26) che di mortalità per CVD (30). Si è visto che sostituendo 1 porzione standard di carne rossa [~ 3 oz (85 g)] con diverse proteine vegetali si riduceva il rischio di sviluppare CHD (26) del 13-30% nel Nurses’ Health Study, e del 7-19% nello studio di coorte Nurses’ Health Study and Health professionals Follow-Up (30). Questi risultati dimostrano che diverse tipologie di proteine vegetali e diverse tipologie di proteine animali spesso generano correlazioni differenti. Questo potrebbe riflettere la confusione generata dalle  altre componenti non proteiche dell’alimento che sono presenti nella matrice alimentare in toto. Quindi, è necessario specificare la tipologia di proteina vegetale e/o animale utilizzata per poter valutare accuratamente le correlazioni con i fattori di rischio di CVD, la morbilità e la mortalità. Anche le meta-analisi hanno indicato la necessità di differenziare le diverse tipologie di carne rossa per poter valutare meglio la loro correlazione con il rischio di malattie cardiache.

 

TABELLA 1 Riepilogo degli studi osservazionali che valutavano gli effetti delle differenti fonti proteiche della dieta sugli eventi cardiovascolari e sul rischio e sulla mortalità per patologie cardiovascolari1

CHD malattia coronarica; CHO, carboidrati; CVD, malattia cardiovascolare; EPIC, European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition; HF, arresto cardiaco; IHD, malattia cardiaca ischemica; NA, non applicabile.
2 Si riferisce ad un’unità o alla dimensione di una porzione comunemente utilizzata per ciascun alimento specificato nell’FFQ (ad esempio, 1 fetta di carne lavorata o 1 hamburger).Durante il periodo 1980-2002, altre dimensioni delle porzioni includevano: latte, 8 oz; yogurt, 1 tazza; formaggio a pasta dura, 1oz; pollo, variava da 6 a 8 oz (1980) fino a 3 oz (2002); pancetta, 2 fette; carne di manzo, maiale, agnello come piatto principale, variava da 6-8 oz (1980) a 4-6 oz (2002); uova, 1 uovo; pesce: tonno in scatola: variava da 3-4 oz (1980) a 2-3 oz (2002), pesce a carne rossa: 3-5 oz, altri pesci: 3-5 oz; frutta a guscio, 1 oz; fagioli o lenticchie, 1/2 tazza (26).
3 La dimensione di una porzione standard per la carne non lavorata era di 85 gr o di 3 oz. La carne lavorata comprendeva pancetta (2 fette o 13 g), hot dog (1 hot dog o 45 g) e salsiccia, salame, mortadella bologna e altre carni lavorate (1 pezzo o 28 g) (30).
4 Le porzioni degli alimenti diversi dalla carne non sono state specificate, ma le dimensioni delle porzioni standard sono le seguenti: pollame e pesce, 3 oz; frutta a guscio, 1 oz; latticini a basso contenuto di grassi: 1 tazza di latte o di yogurt o 1,5 oz di formaggio; cereali integrali: 1 fetta di pane, 1 oz di cereali pronti al consumo, o 1/2 tazza di cereali cotti, riso o pasta; legumi, 1/2 tazza cotta (33).

 

Ad esempio, nello studio di coorte EPIC (European Prospective Investigation on Cancer and Nutrition), è stata riscontrata l’esistenza di una correlazione positiva solo tra il consumo di carne trasformata e la mortalità per tutte le cause e per CVD, ma non tra la carne rossa o pollame (31). Inoltre, in una meta-analisi del 2010, Micha et al. (34) hanno concluso che solo il consumo di carni rosse trasformate, e non quello di carne rossa totale, era associato ad un aumento del rischio di CHD del 42%. Le linee guida dietetiche consigliano una diminuzione del consumo di carni rosse ad elevato contenuto di grassi, perché contengono più grassi saturi e colesterolo. Nonostante ciò, nella dieta americana la carne rossa non è tra i maggiori contribuenti all’assunzione di grassi saturi (35). La principale differenza tra carne trasformata e carne tal quale è rappresentata dalla presenza di conservanti a base di sodio e non. Per grammo, la carne trasformata contiene circa il 400% in più di sodio e circa il 50% in più di nitrati, rispetto a quella tal quale (36). Pertanto, si ipotizza che i conservanti e il sodio presenti in queste carni possano giocare un ruolo importante nell’esistenza di una forte correlazione tra il rischio di CHD e la carne lavorata. Comunque, in altri studi, è stato messo in evidenza un rischio più elevato di CVD in seguito ad un aumento del consumo di carne rossa in aggiunta a quello di carne lavorata o di carne rossa totale, il che ci suggerisce come questo aumento del rischio associato alla carne rossa non venga del tutto spiegato dal consumo di carne lavorata e dal suo contenuto di sale/conservanti (25, 26, 36). Pertanto, per interpretare le eventuali correlazioni esistenti tra le proteine presenti negli alimenti e gli esiti di CVD e i fattori di rischio intermedi (come la pressione sanguigna), è essenziale definire gli specifici alimenti. Le discrepanze riguardanti sia la pressione arteriosa sia gli esiti di CVD possono essere dovute in parte anche a specifiche caratteristiche della popolazione studiata. Ad esempio, sebbene la popolazione Giapponese e quella Statunitense consumino quantità totali di proteine animali simili, spesso utilizzano alimenti differenti (ad es. Pesce vs carne rossa) (12). Pertanto, le scoperte di una recente meta-analisi secondo la quale il consumo di proteine animali contribuirebbe maggiormente ad una diminuzione della comparsa dell’ictus rispetto a quanto farebbero le proteine vegetali, potrebbero essere dovute a studi nei quali la fonte primaria di proteine animali era il pesce anziché la carne rossa (37). Questa differenza nella tipologia di fonti alimentari proteiche di origine animale potrebbe anche essere un fattore responsabile dei diversi risultati sulla pressione sanguigna evidenziati dagli studi epidemiologici; questo perché le popolazioni industrializzate occidentali tendono a consumare più carne rossa e pollame rispetto alle popolazioni cinesi o giapponesi che invece tendono a consumare più spesso il pesce (19, 28). Tuttavia, le differenze nella quantità assoluta di proteine animali consumate, ed anche altre differenze esistenti tra queste popolazioni, potrebbero anche aiutarci a capire le discrepanze sulle correlazioni relative al consumo di proteine di origine animale (ad esempio correlazioni negative nelle popolazioni occidentali vs correlazioni positive nelle popolazioni rurali). Tuttavia, il consumo di differenti tipologie di proteine animali nelle diverse popolazioni rende difficile trarre conclusioni sull’eventuale correlazione tra l’aumento del consumo di proteine animali e il rischio di CVD. Allo stesso modo la composizione della dieta di base, dove vengono poi valutate le proteine alimentari, può essere specifica per la popolazione. Per esempio, i diversi risultati sulla correlazione tra basso indice glicemico/elevate proteine e rischio di CHD nelle donne degli Stati Uniti (24) rispetto a quelle svedesi (38), potevano essere dovuti in gran parte alla tipologia di carboidrati che venivano sostituiti dalle proteine (39). Rispetto alle donne statunitensi, le donne svedesi consumavano maggiori quantità di fibre provenienti da cereali (39). Pertanto, è possibile che le donne statunitensi abbiano tratto beneficio da un aumento del consumo di proteine perché sono andate così a sostituire una percentuale maggiore dei carboidrati raffinati nella loro dieta, mentre le donne svedesi probabilmente sostituivano più cereali integrali, il che non ha apportato alcun beneficio. Anche la tipologia di carboidrati sostituiti dalle proteine può influenzare i fattori di rischio della CVD, tra cui la pressione sanguigna. Ad esempio, i carboidrati raffinati, che vengono rapidamente metabolizzati e che quindi con più probabilità causano picchi di glucosio ed insulina, possono aumentare il rischio della comparsa di insulino-resistenza (40-42), che è legata all’ipertensione (43-46). Al contrario, carboidrati complessi come quelli provenienti da cereali integrali, vengono metabolizzati e rilasciano nutrienti (ad esempio, fibra alimentare, magnesio e potassio) più lentamente e sono correlati ad una diminuzione della pressione sanguigna (47-49). Quindi sostituire i carboidrati raffinati, piuttosto che quelli complessi, con le proteine potrebbe con molta probabilità portare ad una riduzione della pressione sanguigna.

Studi d’intervento

Studi controllati sull’alimentazione condotti su larga scala forniscono informazioni sui potenziali effetti diversi delle proteine di origine vegetale rispetto a quelle di derivazione animale. Il Dietary Approaches to Stop Hypertension (DASH), uno studio multicentrico randomizzato in parallelo condotto negli anni ‘90, è stato progettato per valutare gli effetti di modelli dietetici salutari in > 400 adulti (50, 51). L’Optimal Macronutrient Intake Trial to Prevent Hearth Disease (OmniHeart), uno studio crociato randomizzato progettato sulla base dei risultati dello studio DASH, è stato condotto negli anni 2000 in 164 adulti (52). I risultati ottenuti tramite il DASH e l’OmniHeart vengono generalmente portati come prova degli effetti benefici di un maggiore consumo di proteine vegetali. Al contrario, il Beef in an Optimal Lean Diet (BOLD), uno studio d’intervento su scala ridotta, è stato progettato per valutare gli effetti di un modello alimentare con un maggior contenuto di proteine animali provenienti da carne magra (53). I risultati dello studio BOLD ci suggeriscono che il consumo di proteine di derivazione animale e vegetale esercita effetti simili sui fattori di rischio di CVD valutati. Ulteriori caratteristiche (dimensione del campione, durata, interventi dietetici, risultati, ecc.) di questi studi sono presentati nella Tabella 2. Il progetto di studio sull’alimentazione controllata ha avuto l’ulteriore vantaggio di mantenere costante il peso corporeo dei partecipanti, evitando così che la perdita di peso diventasse un potenziale fattore di confondimento nell’interpretazione dei risultati. L’adesione agli interventi sulla dieta è stata monitorata mediante una autodichiarazione giornaliera. La compliance è stata del ≥ 93% in ogni studio, indicando un raggiungimento ottimale dei target dei macronutrienti (51-53). La discussione dettagliata degli interventi dietetici utilizzati in questi 3 studi e i loro risultati sono presentati nelle sezioni seguenti. I contributi degli alimenti vegetali ed animali al contenuto proteico totale delle diete più importanti utilizzate in DASH, OmniHeart e BOLD sono mostrati nella Figura 1. Un confronto tra i profili dei macronutrienti e la percentuale di calorie fornite dalle proteine di origine vegetale e animale in ciascuna dieta, è mostrato nella Tabella 3. Molti studi d’intervento su scala più piccola sono stati condotti con specifiche tipologie di proteine, in particolare quelle derivate dalla soia. Soprattutto negli studi progettati per abbassare il tenore di  lipidi/lipoproteine, la soia è in linea generale la fonte primaria o l’unica delle proteine vegetali. Questa grande attenzione posta sulla proteina della soia deriva dall’iniziale scoperta che le proteine animali (ad es. la caseina e le proteine della carne bovina) causano ipercolesterolemia e aterosclerosi nei conigli (56). Negli studi clinici successivi, la quasi completa sostituzione della proteina di origine animale con la proteina della soia ha ridotto significativamente il colesterolo plasmatico sia nelle giovani donne sane (57) che nei soggetti con ipercolesterolemia (58). Ulteriori indagini sugli effetti delle proteine della soia sull’abbassamento del colesterolo culminarono nella fondamentale review del 1995 che fornì le basi per l’affermazione della Food and Drug Administration sulla salute dei soggetti che dichiarava: “l’introduzione di 25 g di proteine della soia/die nell’ambito di una dieta a basso contenuto di grassi saturi e colesterolo può ridurre il rischio di malattie cardiache” (59). Tuttavia, in altre meta-analisi sono stati riscontrati effetti sostanzialmente più deboli (60, 61), come nell’AHA Science Advisory, che riportava una diminuzione media del colesterolo LDL del 3% (62). Un’ulteriore diminuzione del colesterolo LDL del 3-6% circa può essere ottenuta anche nel caso in cui la soia venga utilizzata in sostituzione di alimenti ricchi di grassi saturi e colesterolo (63). Per quanto riguarda la pressione sanguigna, ci sono prove ottenute da studi osservazionali (64) e d’intervento su scala ridotta (65) dell’esistenza di benefici provenienti dal consumo di proteine della soia, sebbene l’AHA Science Advisory abbia concluso che non presenta alcun effetto su questo parametro (62). Tuttavia, la soia è unica per il suo contenuto in isoflavoni, e i suoi effetti potrebbero essere dovuti ad una combinazione delle sue componenti proteiche e non. Pertanto, gli interventi sulle proteine della soia potrebbero non essere rappresentativi di tutte le fonti proteiche isolate dai vegetali. Review di questi studi suggeriscono l’assenza di chiari effetti di specifiche fonti proteiche (13, 21). In generale, gli studi su scala ridotta discussi sopra sono progettati per integrare la dieta di base con una particolare tipologia di proteina, mentre l’obiettivo di questa review è quello di valutare l’effetto delle proteine di origine vegetale ed animale nel contesto di un modello dietetico generale. Pertanto, la seguente discussione si concentra sugli studi DASH, OmniHeart, BOLD e su altri modelli dietetici vegetali basati su prove concrete (come, dieta Portfolio e Ornish).

Tabella 2 Studi di intervento mediante alimentazione controllata che mettono a confronto i differenti effetti delle diverse quantità di proteine di origine vegetale ed animale1

1 AI, augmentation index; BOLD, Beef in an Optimal Lean Diet; BP, pressione ematica; CHO, carboidrati; DASH, Dietary Approach to Stop Hypertension; DBP, pressione ematica diastolica; HAD, Healthy American Diet; HDL-C, colesterolo HDL; LDL-C, colesterolo LDL; M-DASH, dieta DASH-like di confronto; SBP, pressione ematica sistolica; TC, colesterolo totale.
2 I risultati riportati per gli studi DASH e BOLD sono relativi alla dieta di controllo; i risultati provenienti dallo studio OmniHeart rappresentano le modificazioni relative alla dieta DASH standard (ad esempio, ulteriori riduzione oltre a quelle raggiunte con la dieta di controllo DASH ricca di carboidrati.