Quali foraggi seminare per la campagna 2018-2019?

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Quali foraggi seminare per la campagna 2018-2019?

I piani colturali, ossia la scelta di quali foraggere seminare per le varie specie di ruminanti, sono sempre molto complicati. Il nostro paese è fatto di pianure, colline e montagne e la disponibilità di risorse idriche è distribuita a macchia di leopardo, ad eccezione della pianura padana che normalmente ne dispone in abbondanza anche se in alcuni anni siccitosi va in crisi.

Molto importante sarebbe l’abitudine di farsi assistere da agronomi professionisti per fare il piano colturale, valutando attentamente i costi produzione stimati per cultivar e tipici dell’area considerata, la disponibilità effettiva dell’acqua per irrigare e a quale tipologia di animale servono i foraggi che ci sia appresta a coltivare.

Un aspetto spesso trascurato, ma fondamentale per scegliere il miglior piano di produzione dei foraggi aziendali, sarebbe conoscere qual’è la produzione media delle varie cultivar e soprattutto il costo di produzione della zona in cui si trova l’allevamento. La mancanza di queste due informazioni può portare a scelte irrazionali che sono per definizione sempre costose.

Se si fa eccezione per i prati permanenti, le essenze foraggere che normalmente si coltivano in Italia sono molto poche, ma nonostante ciò fare un piano agronomico corretto dà sempre grattacapi.

I foraggi sono una componente importante della razione la cui percentuale può variare dall’80%, nelle razioni delle manze e delle bovine in asciutta, al 40% nelle prime settimane di lattazione. Questo alimento non ha solo la funzione meccanica di garantire una buona ruminazione ma anche, e soprattutto, quella di fornire nutrimento ai microrganismi del rumine.

Dopo l’estate molti allevatori devono decidere se seminare per fare fieno o insilati, quali cereali autunno-vernini scegliere (come l’orzo, il frumento, il triticale, il loietto e l’avena) e se farlo in monocultura o come erbai, magari consociati con leguminose come trifoglio, veccia e pisello. La scelta diventa ancora più “delicata” se si deve decidere se questo tipo d’insilati possono sostituire il mais seminato in prima coltura, e se dopo la raccolta degli erbai si deve seminare granturco di secondo raccolto o un’altra coltura estiva.

La prima cosa da considerare è qual’è la coltivazione migliore per la terra che si ha a disposizione.

Se ci si trova in una pianura irrigua con acqua disponibile in quantità e con una gestione non particolarmente costosa, è ovvio che il mais da destinare alla produzione d’insilato, oppure di pastone integrale, è indiscutibilmente la scelta migliore se i disciplinari di produzione del latte non ne vietano l’impiego come nel caso del Parmigiano Reggiano e del “latte fieno”. La resa per ettaro è molto elevata così come lo è la digeribilità, sia della componente fibrosa che amidacea. La coltivazione del mais è accusata di bassa sostenibilità proprio in virtù della grande necessità d’acqua. Esistono tecnologie ormai abbondantemente collaudate, come l’irrigazione a goccia e la sub-irrigazione, che possono essere adottate per risolvere questo problema qualora si ponga.

Per produrre il mais da destinare all’insilamento le anticipazioni di denaro sono consistenti ma è importante, ai fini della valorizzazione nutrizionale di questo alimento, non confondere il costo di produzione con il prezzo d’acquisto e dare un valore economico oggettivo alle sue componenti nutrizionali.

Nelle aree non irrigue, che in genere sono quelle non di pianura, oppure dove l’acqua è poco disponibile e costosa, se non si vuole utilizzare la tecnologia della micro-irrigazione e si vuole trovare una valida alternativa al fieno, la coltivazione dei cereali autunno vernini è la scelta migliore. Queste colture si raccolgono in genere a metà primavera per cui possono avvicendarsi con la coltura estiva del sorgo ma anche del mais. Le nuove varietà di frumento e triticale disponibili hanno rese elevate e buona digeribilità della fibra.

Tra un foraggio e l’altro esiste una profonda differenza nutrizionale, ma la caratteristica che deve condizionarne la scelta è che abbia una fibra altamente digeribile e che al contempo garantisca un’ottima salute del rumine, ossia un’alta ruminabilità.

Oggi i laboratori possono analizzare i foraggi secondo tanti aspetti ed a costi relativamente contenuti. E’ sicuramente importante conoscere il loro valore di zuccheri, se sono fieni, e di proteina, anche se è più semplice e conveniente aggiungerla con i concentrati proteici di amido (soprattutto se parliamo d’insilato di mais), e dettagliare la quantità e il tipo di fibra che apportano.

La quantità e il tipo di fibra di una razione sono aspetti importanti per la salute del rumine e quindi per le performance, sia che si produca latte che carne.

Fino a non molto tempo fa si analizzava la fibra, che è però ormai un nutriente talmente generico che non se ne considera più neppure il fabbisogno degli animali. L’NDF grosso modo corrisponde alle pareti della cellula vegetale ed è quindi la sommatoria dell’emicellulosa, della cellulosa e della lignina. E’ sostanzialmente la fibra insolubile, diversa da quella solubile che è costituita da pectine, beta-glucani, galattomannani, etc. Gli altri parametri che troviamo in un certificato d’analisi per descrivere le fibre sono l’ADF e l’ADL. L’ADF raggruppa la cellulosa e la lignina mentre l’ADL rappresenta solo la lignina. Quindi, sottraendo l’ADF all’NDF possiamo facilmente calcolare l’emicellulosa di un alimento, che è la frazione della fibra a maggiore degradabilità ruminale, e sottraendo l’ADL dall’ADF possiamo quantificare la cellulosa che è anch’essa ben fermentescibile. La lignina invece non è utilizzabile nè dai ruminanti nè dai monogastrici. E’ pertanto considerabile un buon foraggio quello che ha una quota elevata di emicellulose e cellulose e poca lignina. Per avere ancora più informazioni sulla qualità della fibra di un foraggio che abbiamo o vorremmo coltivare, è oggi disponibile anche l’aNDF, l’aNDFom, l’uNDF, l’iNDF e il NDFD. L’NDF è la quota di fibra che residua dopo l’estrazione per 60’ con una soluzione al detergente acido. L’aNDF è più o meno la stessa cosa ma con la differenza che all’NDF viene estratto l’amido con un’amilasi e l’azoto legato all’NDF (NDIP) utilizzando il sodio solfito. L’aNDFom è l’aNDF meno le ceneri (che sono per la maggior parte contaminanti esterni), per cui avrà un valore inferiore all’NDF dello stesso alimento. L’aNDFom è composta dal pdNDF, che corrisponde all’NDF potenzialmente digeribile che ha un importante ruolo nutrizionale, e l’NDF non utilizzabile, a sua volta composto da iNDF e uNDF e che ha comunque un ruolo nella masticazione ruminale e quindi sulla produzione di saliva e nella limitazione dell’ingestione. L’uNDF descrive l’NDF residuo dopo un determinato tempo di fermentazione e viene utilizzato per determinare, per differenza, la quota digeribile (NDFD). L’uNDF corrisponde genericamente alla lignina ma sono due parametri differenti e quindi non sinonimi. Più specificatamente l’uNDFom 240 ore è la quota di NDF non fermentabile in questo arco temporale. Questo parametro di misurazione della fibra è molto variabile da foraggio a foraggio e tra le varietà. Nell’insilato di mais può variare dal 2 al 25.5%, negli insilati di leguminose dal 5.5 al 31.7% e negli insilati di graminacee autunno-vernine dal 2.3 al 44.8%. Il parametro iNDF è puramente teorico e misura la quantità di NDF che in nessun caso può essere fermentata e digerita. Per chi utilizza il metodo CNCPS per formulare le diete delle bovine da latte, la frazione B3 dei carboidrati corrisponde al pdNDF – uNDF a 240 ore per i foraggi e a 120 ore per i concentrati, oppure a pdNDF – lignina moltiplicata per 2.4. La frazione C, sempre dei carboidrati, corrisponde all’uNDF – lignina per 2.4.

Conclusioni

Per valutare correttamente i foraggi da seminare e da destinare all’alimentazione degli animali, oltre alle considerazioni agronomiche sulla disponibilità di acqua per l’irrigazione e la natura del terreno, è importante anche studiare attentamente le analisi dei foraggi coltivati nell’area d’interesse, soprattutto per gli aspetti che descrivono la fibra. L’uNDF non è pertanto necessariamente un difetto. Ce ne accorgiamo quando s’inserisce paglia all’interno di razioni ad alta concentrazione di amido e basso NDF effettivo (peNDF) per aiutare la bovina a ruminare correttamente, cioè per una durata complessiva giornaliera di almeno 457’ suddivisi in 14-15 cicli della durata di almeno 30’ e con una “forza” di 60 masticazioni ruminali al minuto. Sarebbe desiderabile la presenza nelle diete per le bovine da latte di almeno kg 2.5 di uNDF, che grosso modo corrispondono all’8.5 % della sostanza secca, avendo cura di non scendere sotto la soglia del 21% di peNDF.

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Di |2018-08-18T12:01:39+02:0017 Agosto 2018|Categorie: News|Tags: , , , |

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