Sì, siamo tutti allevatori, nel senso che quasi tutti gli uomini allevano animali domestici e selvatici al fine di ottenere cibo, compagnia o aiuto. E’ nella natura umana allevare cani, vacche, gatti, pecore, cavalli, galline, rettili, uccelli, pesci, capre, leoni e maiali.

I numeri sono impressionanti. Vivono con noi italiani 30 milioni di pesci, 13 milioni di uccelli, 7.5 milioni di gatti e 7 milioni di cani, oltre ai 14 milioni di bovini, bufali, capre e pecore, 8 milioni di suini, 500 milioni di polli e 39 milioni di galline.

Sono ormai millenni che l’uomo e gli animali domestici hanno stretto un patto che si rinnova ogni giorno, che è quello del reciproco aiuto e protezione. L’uomo ha accolto le tante specie animali che alleva dandogli nutrimento, protezione dalle intemperie e dai predatori, e cure quando stanno male. Gli animali per sdebitarsi lavorano per l’uomo, fornendogli compagnia, affetto, aiuto nella caccia e nella difesa, trasporto e cibo.

L’uomo ha donato a queste specie animali una deroga alle dure regole della natura e alla legge della sopravvivenza. Questo del dono è un concetto interessante che ho trovato nel libro di Jocelyne Porker, “Vivere con gli animali”, e che è stato formulato da Marcel Mauss e presentato nel suo libro “Essai sur le don” (1923). L’autore chiamava triplice obbligo il donare, ricevere e restituire riferendosi ai rapporti umani mentre la Porker ha esteso questo concetto all’interazione tra l’uomo e gli animali che alleva. Questa affermazione può essere interpretata come una deriva romantica ed un pò naïf ma nasce dalla consapevolezza che se non si chiariscono e si rendono noti i rapporti tra l’uomo e le specie che egli alleva per cibarsene si mette in forte pericolo la sopravvivenza della zootecnia sia intensiva che estensiva. Con il supporto della cultura e con gli strumenti della narrazione è necessario spiegare in maniera serena e argomentata perché allevare animali per cibarsene è un comportamento antico e naturale siglato nel patto della domesticazione di 10.000 anni fa.

Pur non essendo questa la sede per approfondire questo argomento, non bisogna mai dimenticare che dei nostri antenati quelli che sono sopravvissuti e si sono distribuiti sulla terra erano quelli che mangiavano carne e latte perché è nella natura dell’Homo sapiens essere onnivoro. Indubbiamente il rapporto che l’allevatore, ossia chi di mestiere alleva gli animali per trarne reddito, ha con i suoi animali è differente da quello di chi li ospita e li accudisce per ricevere compagnia o supporto nello sport. In comune però hanno, o meglio dovrebbero avere, che il rapporto con gli animali si basa sul rispetto e sulla passione. Ovvio è che i doni che gli animali devono ricambiare dipendono dalla motivazione del rapporto. Il dono che un animale da carne restituirà sarà sé stesso, mentre nel caso di un animale da latte sarà questo prezioso alimento e l’abbattimento a fine carriera produttiva. Molti, se non tutti, gli animali da cibo (food animals) sono prede e generalmente la loro vita viene interrotta dai predatori. In natura, infatti, il morire di vecchia è un’evenienza piuttosto rara e non è tra le priorità della specie. Gli animali da compagnia e da sport ricambiano i doni dell’uomo con la perdita della libertà personale, con la castrazione e con il vedere stravolta la loro etologia. In compenso, però, sia i food animals che i pets sono specie che si stanno diffondendo sul pianeta, per cui questo fenomeno, visto alla luce della teoria darwiniana dell’evoluzione e dell’affermazione dell’adatto, significa che queste sono specie astute e vincenti. Ci sono anche specie selvatiche che hanno approfittato dei pertugi di libertà lasciati dall’uomo per essere anch’essi evoluzionisticamente vincenti; è questo il caso di animali come i ratti, i topi, gli scarafaggi, i piccioni, i gabbiani e chi più ne ha più ne metta.

Un grosso problema da risolvere prima di entrare nel merito di cosa si dovrebbe fare di concreto per spiegare all’opinione pubblica, e specialmente a chi vive nelle città, il patto antico e mai infranto che l’uomo ha con gli animali d’allevamento, è quello dell’antropomorfizzazione. L’uomo tende ad umanizzare gli animali attribuendogli sentimenti e comportamenti propri della sua specie. Hanno approfittato di questa attitudine i selezionatori di razze feline e canine, creando animali sempre più simili all’uomo nell’aspetto e nel comportamento. Questo è un fenomeno relativamente recente perché in passato i cani erano prevalentemente considerati guardiani di animali e di proprietà e compagni di caccia mentre i gatti erano insostituibili aiutanti nel tenere sotto controllo topi e ratti. Oggi queste funzioni sono state completamente soppiantate da quella del tenere compagnia. Considerare questi animali come se fossero uomini sta inquinando il concetto di benessere e del rispetto dei diritti e della dignità degli animali d’allevamento. L’antropomorfizzazione e la non conoscenza dell’etologia degli animali d’allevamento sta rendendo irrazionale e ideologica la lotta che le associazioni animaliste fanno per la difesa dei diritti degli animali. Auspicare la chiusura degli allevamenti intensivi e l’immaginare che l’allevamento estensivo sia il “sogno” di vacche, pecore, capre, polli, galline, conigli e maiali significa non conoscere il patto che gli uomini del neolitico strinsero con alcuni animali e le regole della natura. Pur tuttavia, nell’analizzare questo complesso argomento non si può ignorare che alcune tecniche d’allevamento non tengono in nessun modo conto dei diritti degli animali di fare una vita dignitosa, anche se ciò riguarda anche il modo di gestire gli animali d’affezione e da sport.

Vista l’ormai enorme diffusione degli animali domestici nella società umana e l’aumentata sensibilità che la gente ha nei confronti della loro qualità della vita, è necessario ed urgente che si apra una profonda riflessione sul rapporto che c’è e ci deve essere tra gli animali e l’uomo. Una volta chiariti questi aspetti si possono eventualmente ripensare le tecniche di allevamento e di selezione genetica, costruendo nuove regole e nuovi paradigmi. Lo scontro frontale che oggi vediamo tra animalisti e allevatori e tra le reciproche tifoserie porta solo alla radicalizzazione delle posizioni. Chi ne trae invece lucro e vantaggio sono i colossi del cibo artificiale che propongono soluzioni facili e economicamente accessibili ma sicuramente non favorevoli alla salute umana ed alla sopravvivenza delle specie domesticate.

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