Ci sono cibi antichissimi, elaborati dall’uomo, che ci accompagnano dall’alba dei tempi e che hanno permesso agli individui, che li sapevano produrre e utilizzare, di diffondere meglio i loro geni ossia prosperare e riprodursi meglio degli altri. L’uva ha permesso di fare il vino, il latte i formaggi e il grano il pane. Accanto a questi, carne, uova, pesce, frutta, verdura e spezie sono state le fondamenta sulle quali si è evoluto e diffuso in salute l’uomo sulla terra. L’uso moderato di ognuno di questi singoli alimenti costituisce quella che è ritenuta la dieta più sana, come ad esempio la mediterranea. Filippo Aureolo Paracelso (1493-1541) coniò il celebre concetto “nessuna sostanza è un veleno di per se stessa, ma è la dose che fa della sostanza un veleno”.  Del resto, anche nella medicina ci sono esempi di come un veleno possa diventare una cura. Uno dei casi più conosciuti è rappresentato dall’arsenico, che può uccidere e curare a seconda di quale dose e per quanto tempo viene ingerito. Per millenni si è dato questo per assodato ma sembra, invece, che non sia più vero. Senza scomodare l’esempio della follia del Nutri-Score, che classifica gli alimenti con un codice colore che va dal rosso a verde a seconda di alcuni nutrienti contenuti a prescindere dalla dose che viene ingerita, è evidente che tutti i cibi, se consumati in quantità elevata, possono far male.

E’ da un po’ di anni che la carne, il latte e le uova vengono sistematicamente attaccati e accusati di nuocere alla salute e all’ambiente, nonché di produrre sofferenze agli animali da cui derivano, e questo a prescindere dalla quantità ingerita e da come gli animali vengono allevati. E’ anche da molto tempo che il glutine, ossia la proteina del grano e dei suoi derivati, è ritenuta dannosa per la salute umana anche se non è stata oggettivamente accertata una celiachia.

Sembrava che il vino fosse scampato dalla gogna mediatica sulla quale a turno sono finiti gli altri cibi antichi. Questo nobile alimento che dà ebrezza, acqua pulita e disinfettata con un gusto unico, era disinvoltamente scivolato dalla mensa dell’uomo riconvertendosi da cibo quotidiano a esperienza sensoriale saltuaria. Tutti noi che amiamo e viviamo di allevamento, formaggi e carne abbiamo con invidia osservato le tre tappe del percorso del vino. Dapprima, e per molti secoli, cibo assente solo dalle tavole di chi non se lo poteva permettere, poi demonizzato come potenziale veleno dallo scandolo tutto italiano del metanolo, fino ad arrivare alla lunga e meravigliosa marcia di riqualificazione che ha portato il nostro Paese ad essere il primo produttore al mondo di vino e il secondo tra gli esportatori.

Il vino, ad oggi, è sì ancora cibo ma anche, e soprattutto, un’esperienza sensoriale inimitabile, come quella che si fa degustando i tanti formaggi italiani. Di vino se ne beve a testa molto meno di prima, ma il suo valore economico unitario e notevolmente cresciuto rispetto al passato. Recentemente però l’OMS ha lanciato una campagna contro l’uso e non l’abuso di alcol, inserendo anche questo prodotto nella blacklist, sempre prescindendo dalla quantità che se ne consuma. La scienza e il buonsenso all’unanimità ritengono che un consumo moderato di vino, oltre ad essere piacevole, faccia anche bene alla salute.

Ma i cibi più antichi dell’uomo che da “salvatori” sono diventati “criminali” come possono essere difesi e da chi? Senza voler diventare complottista-negazionista-revisionista questo fenomeno va studiato attentamente e con grande professionalità, evitando assolutamente, a mio avviso, le reazioni urlate e scomposte.

Se si analizza attentamente l’attacco sistematico e costante che le associazioni animaliste e ambientaliste, molti giornalisti e una parte della classe medica fanno agli allevamenti, apparentemente salvando quelli estensivi senza aver ben chiaro che cosa siano, e come l’opinione pubblica si sta orientando sempre di più verso prodotti “senza”, sembrerebbe che il futuro riservi un posto in prima fila ai cibi artificiali e ai cibi ultra-processati. Il giornalismo d’inchiesta, e comunque la stragrande maggioranza del web e della tv, quasi mai si occupa di spiegare all’ignaro consumatore cosa siano realmente e come vengano prodotti i cibi artificiali come il “latte” e la “carne” sintetici e i loro derivati, così come quelli ultra-processati.

Ho avuto modo di seguire pochissime trasmissioni sui rischi enormi in cui potranno incappare i consumatori quando questi cibi si saranno diffusi veramente. Lo stesso vale per le bevande. Che l’alcol sia tossico se ingerito in grandi quantità è una verità ampiamente dimostrata e negarlo fa sicuramente l’interesse chi vorrebbe sostituire il vino e la birra con le tante bevande artificiali. Poco o nulla si sa, però, sugli effettivi e potenziali effetti negativi che il consumo di questa tipologia di bevande ha sulla salute umana. Sarebbe auspicabile una campagna “culturale”, ma non lobbistica, orchestrata dalla produzione primaria e dall’industria di trasformazione dei cibi primigeni, nei confronti dell’opinione pubblica, basata sui tanti argomenti accumulati dall’uomo in millenni di esperienza. La campagna di sensibilizzazione deve far passare il concetto che in ballo c’è la salute umana in tutti i suoi aspetti, anche edonistici, non che si tratta solo di difendere interessi economici e posti di lavoro. Il rischio che si corre con le campagne di sensibilizzazione è stimolare la formazione di gruppi di favorevoli e contrari, tra i quali il dialogo è a prescindere impossibile.

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