Negli ultimi decenni il consumo mondiale di carne è aumentato rapidamente. Questo fenomeno è legato soprattutto alla crescita della popolazione e al miglioramento delle condizioni economiche in molte aree del mondo. Secondo le stime internazionali, entro il 2050 la popolazione globale potrebbe raggiungere circa 10 miliardi di persone, con una conseguente crescita della domanda di prodotti di origine animale.
Per sostenere questo aumento della produzione, gli allevamenti hanno bisogno di grandi quantità di mangimi ricchi di proteine. In Europa una delle principali fonti proteiche utilizzate nell’alimentazione animale è la soia, in particolare la farina di estrazione di soia. Tuttavia, gran parte di questo prodotto viene importata da altri continenti, soprattutto dall’America del Nord e del Sud. Questa dipendenza dall’estero rappresenta una sfida sia economica sia ambientale. I prezzi dei mangimi possono variare molto in base al mercato internazionale e la produzione di soia è spesso associata a problemi ambientali, come la deforestazione e le emissioni di gas serra legate al trasporto su lunghe distanze.
Per questi motivi la ricerca scientifica sta cercando soluzioni alternative che possano ridurre la dipendenza dalla soia importata. Una delle strategie più promettenti consiste nell’utilizzare colture proteiche locali, che possano essere prodotte direttamente nei territori europei. Tra queste, il lupino bianco (Lupinus albus) sta attirando sempre più interesse. Si tratta di una leguminosa appartenente alla stessa famiglia dei fagioli e delle lenticchie, caratterizzata da un elevato contenuto di proteine e da una buona composizione nutrizionale. Inoltre il lupino è una pianta capace di crescere anche in terreni poveri e si adatta bene ai climi mediterranei, rendendolo una coltura potenzialmente molto utile per l’agricoltura locale.
Nonostante questi vantaggi, l’utilizzo del lupino nell’alimentazione animale presenta anche alcune difficoltà. I suoi semi contengono naturalmente alcune sostanze chiamate alcaloidi, che possono dare un sapore amaro e ridurre l’appetibilità del mangime. Negli ultimi anni sono state sviluppate varietà cosiddette “dolci”, cioè con un contenuto molto più basso di queste sostanze, ma è comunque importante valutare attentamente gli effetti del lupino sulla crescita degli animali e sulla qualità dei prodotti ottenuti.
Lo studio
Con questo obiettivo, un gruppo di ricercatori dell’Università di Catania ha condotto uno studio (Mangione et al., 2026) per capire se i semi di lupino possano sostituire la farina di estrazione soia e parte del mais nella dieta degli agnelli in crescita. L’esperimento è stato realizzato utilizzando venti agnelli maschi di circa quaranta giorni di età, divisi in due gruppi. Il primo gruppo ha ricevuto una dieta tradizionale a base di mais e farina di soia, mentre il secondo è stato alimentato con una dieta in cui i semi di lupino sono stati aggiunti al 35%, sostituendo completamente la farina di estrazione di soia e parte del mais. Le due diete erano state formulate per avere quantità simili di energia e proteine, in modo da rendere il confronto il più possibile corretto.
L’esperimento è durato 56 giorni. Durante questo periodo i ricercatori hanno monitorato diversi aspetti, tra cui il consumo di mangime, l’aumento di peso degli animali e la loro crescita giornaliera. Al termine della prova gli agnelli sono stati macellati e sono state analizzate varie caratteristiche della carne, oltre ad alcuni parametri legati alla digestione e alla fermentazione nel rumine, che è la prima parte dello stomaco dei ruminanti.
I risultati
I risultati hanno mostrato differenze significative tra i due gruppi. Gli agnelli alimentati con la dieta contenente lupino hanno consumato meno mangime rispetto a quelli che ricevevano la dieta tradizionale. Di conseguenza anche il peso finale e la crescita giornaliera sono risultati inferiori. Gli animali alimentati con lupino, infatti, sono cresciuti più lentamente e hanno raggiunto un peso finale più basso. Secondo i ricercatori, la causa principale di questo risultato potrebbe essere proprio la minore appetibilità della dieta, probabilmente legata al gusto caratteristico dei semi di lupino o alla presenza di alcune sostanze naturali che possono influenzare il comportamento alimentare degli animali.
Nonostante queste differenze nelle prestazioni di crescita, lo studio ha evidenziato anche effetti interessanti dal punto di vista nutrizionale. La dieta contenente lupino ha modificato il processo di fermentazione che avviene nel rumine, cambiando le proporzioni di alcuni acidi grassi prodotti dai microrganismi presenti nel rumine degli animali. Questi cambiamenti possono influenzare, di conseguenza, la composizione degli acidi grassi della carne.
Proprio l’analisi della carne ha rivelato uno degli aspetti più positivi dello studio. Negli agnelli alimentati con lupino è stato osservato un aumento di alcuni acidi grassi considerati benefici per la salute umana, in particolare gli acidi grassi omega-3. Inoltre è stato registrato un miglioramento del rapporto tra omega-6 e omega-3, un parametro spesso utilizzato per valutare la qualità nutrizionale dei grassi presenti negli alimenti. Un rapporto più basso tra questi due tipi di acidi grassi è generalmente considerato più favorevole per la salute del consumatore.
Un altro elemento importante riguarda la qualità della carne durante la conservazione. I ricercatori hanno analizzato il colore della carne e il grado di ossidazione dei grassi durante diversi giorni di conservazione in frigorifero, simulando condizioni simili a quelle domestiche. I risultati hanno mostrato che l’uso del lupino nella dieta non ha avuto effetti negativi sulla stabilità della carne. Il colore e la resistenza all’ossidazione sono rimasti simili a quelli osservati negli animali alimentati con la dieta tradizionale.
Considerazioni finali
Nel complesso, lo studio suggerisce che il lupino potrebbe rappresentare una valida alternativa alla farina di estrazione di soia nell’alimentazione degli agnelli, soprattutto dal punto di vista della sostenibilità e della qualità nutrizionale della carne. Tuttavia i risultati indicano anche che l’utilizzo di quantità elevate di lupino può ridurre il consumo di mangime e rallentare la crescita degli animali.
Per questo motivo gli autori dello studio sottolineano che saranno necessari ulteriori lavori di ricerca per ottimizzare l’utilizzo di questo ingrediente nei mangimi. Possibili soluzioni potrebbero includere l’uso di quantità più moderate di lupino, la selezione di varietà con contenuti ancora più bassi di alcaloidi oppure la combinazione del lupino con altri ingredienti che ne migliorino l’appetibilità.
In un contesto in cui l’agricoltura e l’allevamento devono diventare sempre più sostenibili, colture come il lupino potrebbero avere un ruolo importante. Utilizzare fonti proteiche locali significa infatti ridurre la dipendenza dalle importazioni e limitare l’impatto ambientale legato alla produzione e al trasporto dei mangimi. Allo stesso tempo, come dimostra questo studio, è fondamentale trovare il giusto equilibrio tra sostenibilità, benessere animale e prestazioni produttive.
La presente nota è una sintesi del seguente articolo scientifico: Guido Mangione, Martino Musati, Antonino Bertino, Manuel Scerra, Fabrizio Mangano, Marco Sebastiano Bella, Alessandro Priolo, Alfio Spina, Luisa Biondi, Massimiliano Lanza and Antonio Natalello (2026), “Replacing soybean meal and maize with white lupin (Lupinus albus L.) seeds alters growth performance, rumen fermentation, fatty acid metabolism, and meat quality in growing lambs”, Animal Feed Science and Technology, 332, 116607, https://doi.org/10.1016/j.anifeedsci.2025.116607
Autore
Gruppo editoriale ASPA – Giuseppe Conte, Antonio Natalello, Alberto Stanislao Atzori, Fabio Correddu, Luca Cattaneo, Gabriele Rocchetti, Antonio Natalello, Sara Pegolo, Aristide Maggiolino, Antonella Della Malva, Giulia Gislon, Manuel Scerra.













































































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