Giornata europea del Biologico: in Italia crescono gli acquisti, ma calano superfici e operatori

In occasione di questa celebrazione, ISMEA e MASAF hanno presentato i dati del settore: nel 2025 diminuiscono le superfici coltivate e gli operatori, mentre aumentano gli acquisti delle famiglie, e continuano ad aumentare anche nei primi sei mesi del 2026. Intanto, dal 15 settembre, è possibile richiedere l’uso del Marchio biologico italiano

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24 Settembre, 2026

La Giornata europea del Biologico, celebrata ieri, 23 settembre 2026, è stata un’occasione per fare il punto su un settore chiamato a confrontarsi con gli effetti della crisi climatica, l’aumento dei costi e l’incertezza dei mercati. Il rapporto “Bio in Cifre 2026”, curato da ISMEA per il MASAF e presentato in questa circostanza, mostra andamenti decisamente diversi tra produzione e domanda.

Nel 2025, infatti, le superfici biologiche sono diminuite del 5,4%. A pesare è soprattutto la contrazione delle aree in conversione, pari al 24,4%, che interessa in particolare i prati e i pascoli. Le superfici già certificate restano invece sostanzialmente stabili (-0,5%). In lieve calo anche il numero degli operatori (-1,8%).

Sul fronte dei consumi, il rapporto registra nel 2025 una crescita del 9,2% sia a valore sia a volume. La tendenza positiva prosegue nei primi sei mesi del 2026, quando le vendite di prodotti biologici aumentano del 4%, con risultati superiori a quelli del comparto agroalimentare convenzionale.

Per FederBio, le tendenze rilevate richiamano l’attenzione soprattutto sulle difficoltà delle piccole e medie aziende biologiche. La presidente Maria Grazia Mammuccini ha dichiarato infatti, che:

«I dati fotografano una fase di sostanziale stabilità dal punto di vista delle produzioni biologiche mentre i consumi continuano a crescere. Sicuramente incide l’incertezza del quadro normativo relativamente al futuro della PAC, ma ci sono anche segnali chiari che devono spingere ad affrontare in maniera decisa il nodo relativo alle difficoltà delle piccole e medie aziende agricole biologiche. Queste realtà sono penalizzate, come l’intero settore agricolo, dall’aggravarsi dei conflitti geopolitici e della crisi climatica, con ricadute significative sui costi di produzione, mentre sul mercato, anche nel bio, in molti casi sono calati i prezzi pagati ai produttori. Sebbene il biologico abbia una maggiore capacità di resilienza, risente comunque delle crescenti criticità che stanno mettendo a dura prova l’intero settore agricolo. A questa pressione si aggiunge il peso significativo degli adempimenti burocratici, amministrativi e dei costi di certificazione, che per le piccole e medie aziende agricole sta diventando insostenibile. È quindi urgente aggiornare e rafforzare le politiche di sostegno alle piccole e medie realtà biologiche, offrendo agli agricoltori strumenti e soluzioni concrete, a partire dalla semplificazione e dalla promozione di filiere bio al “giusto prezzo”.»

Secondo FederBio, se la produzione nazionale arretrasse mentre la domanda continua a crescere, una quota maggiore dei consumi potrebbe essere soddisfatta dalle importazioni. In questo contesto, la federazione attribuisce particolare valore agli strumenti che aiutano i consumatori a riconoscere l’origine dei prodotti biologici.

Un marchio per riconoscere il biologico di origine italiana

In questa cornice è stato presentato ufficialmente il Marchio biologico italiano, pensato proprio per rendere maggiormente riconoscibili i prodotti biologici ottenuti da materie prime agricole nazionali. Istituito dalla legge n. 23/2022 e disciplinato dal decreto ministeriale n. 251972 del 26 maggio 2026, il suo utilizzo è volontario e gratuito. La procedura per richiederlo è attiva dal 15 settembre 2026.

Sul piano operativo, possono richiederlo gli operatori con sede legale e produttiva nell’Unione europea, purché i prodotti interessati riportino l’indicazione «Agricoltura Italia» oppure, nei casi pertinenti, «Acquacoltura Italia».

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Cosa cambia per la filiera zootecnica

Per chi produce o trasforma latte, formaggi, carni e altri alimenti di origine animale, la richiesta riguarda i singoli prodotti sui quali si intende apporre il marchio. La verifica dell’origine va quindi condotta sul prodotto biologico e sulla sua etichetta. Il fatto che un’azienda operi in Italia, da solo, non è il requisito previsto dal decreto. Il nuovo segno si aggiunge alle indicazioni del biologico già disciplinate dalle norme europee; non costituisce una certificazione alternativa. 

Come presentare la richiesta

L’operatore accede con SPID, CIE o CNS al servizio dedicato nel portale SIAN, lo attiva e inserisce i prodotti interessati, indicando per ciascuno la denominazione di vendita e la categoria della nomenclatura combinata. La comunicazione comprende una dichiarazione relativa all’avvenuta informazione dell’autorità o dell’organismo di controllo competente e l’impegno a comunicare le variazioni dell’elenco dei prodotti. Il titolare o rappresentante legale può delegare la procedura anche a un soggetto terzo o al CAA che tiene il fascicolo aziendale. 

Il sistema verifica l’iscrizione dell’operatore nell’elenco nazionale del biologico e la presenza di un certificato in corso di validità. Una volta trasmessa la comunicazione, se il Ministero non notifica un diniego entro 30 giorni, l’operatore è autorizzato all’uso del marchio per i prodotti indicati. La sola compilazione di una domanda lasciata «in lavorazione» non equivale alla sua trasmissione. 

In etichetta, il marchio italiano deve comparire insieme al logo biologico dell’UE, nello stesso campo visivo, senza coprirlo né superarne le dimensioni. Il logo nazionale non può essere modificato: un aspetto da considerare prima di aggiornare le grafiche delle confezioni. Le istruzioni sono disponibili nella pagina del MASAF dedicata al marchio

Materiali utili: Mauale utente; Guida introduttiva

Fonti: MASAF; SIAN; FederBio

 

Da leggere - Settembre 2026

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