TEA, il Senato chiede all’Europa di accelerare: cosa cambia per l’agricoltura italiana

La Commissione Agricoltura del Senato approva all’unanimità una risoluzione che impegna il Governo a sostenere, in sede UE, il regolamento sulle nuove tecniche genomiche

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31 Ottobre, 2025

Con un voto unanime, la IX Commissione del Senato (Industria, commercio, turismo, agricoltura e produzione agroalimentare) ha approvato una risoluzione, a prima firma del presidente della Commissione Luca De Carlo, che impegna il Governo italiano a sostenere, nelle sedi europee, l’approvazione del regolamento sulle nuove tecniche genomiche, note in Italia come TEA, Tecniche di Evoluzione Assistita. La risoluzione chiede inoltre di prorogare la cornice nazionale che consente la sperimentazione in campo e di rafforzare la protezione dei siti di prova fino al 31 dicembre 2026.

Per De Carlo, “è tempo che anche l’Europa entri nel futuro dell’agricoltura, un futuro scritto dall’Italia. Le sfide che ci aspettano sono importanti ed è per questo urgente arrivare al più presto a un regolamento europeo”. Il senatore ha sottolineato anche il valore politico dell’unanimità: tutte le forze rappresentate in Commissione hanno riconosciuto la necessità di dare un mandato chiaro al Governo nelle trattative europee.

La risoluzione, approvata il 29 ottobre 2025, arriva in una fase in cui a Bruxelles è ancora aperto il negoziato sul regolamento che dovrà disciplinare l’uso delle nuove tecniche genomiche nelle piante coltivate. I cosiddetti triloghi tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione non hanno ancora prodotto un testo definitivo sulle questioni più sensibili: etichettatura, tracciabilità, brevetti. Il passaggio di Palazzo Madama mira a rafforzare la posizione italiana in questa fase del confronto.

Cosa sono le TEA e perché se ne parla adesso

Le TEA sono tecniche di miglioramento genetico di precisione, spesso basate sul genome editing, che consentono di ottenere piante con caratteristiche migliorate (resistenza a patogeni, tolleranza agli stress idrici e termici, qualità nutrizionali o tecnologiche superiori) senza inserire materiale genetico estraneo alla specie. In altre parole, lavorano sul patrimonio genetico già presente nella pianta, intervenendo in modo mirato e accelerando selezioni che, in natura o con metodi convenzionali, richiederebbero molti anni.

È proprio su questo punto che la politica insiste per distinguere le TEA dagli OGM tradizionali. Secondo quanto riportato nella risoluzione e ribadito dalle organizzazioni agricole, le TEA non determinano l’introduzione di geni provenienti da organismi non sessualmente compatibili in natura, e in molti casi il risultato finale non è distinguibile, nemmeno con analisi di laboratorio, da una varietà ottenuta con incroci e selezione classici. Questa differenza scientifica è alla base della richiesta, avanzata ormai da tempo dall’Italia e da altri Stati membri, di costruire per le TEA un quadro normativo dedicato e distinto da quello OGM.

La Commissione europea ha presentato nel luglio 2023 una proposta di regolamento che classifica le piante ottenute con queste tecniche in due categorie: da una parte quelle equivalenti a varietà che potrebbero essere ottenute anche con metodi convenzionali e quindi soggette a un percorso autorizzativo semplificato; dall’altra quelle che richiedono una valutazione del rischio specifica e un’autorizzazione più strutturata. L’obiettivo dichiarato di Bruxelles è snellire le procedure quando il profilo di rischio è ritenuto sovrapponibile a quello delle varietà convenzionali, mantenendo comunque un livello di tutela per salute umana, animale e ambiente proporzionato al tipo di intervento genetico.

Perché l’Italia spinge

Secondo la Commissione Agricoltura del Senato, l’urgenza nasce da fattori concreti: cambiamento climatico, diffusione di parassiti e patogeni, costi degli input e necessità di ridurre l’impiego di agrofarmaci e fertilizzanti. Temperature più alte, siccità, gelate improvvise e fenomeni estremi mettono sotto pressione la produttività delle colture e la stabilità delle rese. A questo si somma l’impoverimento dei suoli e l’aumento dei costi di gestione aziendale.

Per la Commissione, le TEA sono uno degli strumenti più avanzati per selezionare varietà che resistano meglio a stress biotici e abiotici, senza sacrificare resa e qualità. L’obiettivo dichiarato è duplice: sostenibilità ambientale e sostenibilità economica. Non si parla quindi solo di impatto ambientale, ma di redditività delle imprese agricole e competitività del sistema agroalimentare nazionale ed europeo.

C’è poi una dimensione strategica e industriale. In assenza di una normativa chiara e applicabile, altri Paesi extra UE stanno già sviluppando e coltivando piante ottenute con queste tecniche. Il rischio segnalato è quello di una concorrenza asimmetrica: agricoltori europei vincolati da limiti regolatori più rigidi e costosi, e operatori di altri Paesi in grado di portare sul mercato prodotti ottenuti con TEA che, in molti casi, sono indistinguibili dalle varietà convenzionali ma più performanti. Questo, nel medio periodo, potrebbe tradursi in perdita di competitività e maggior dipendenza dall’estero per alcune materie prime.

Il nodo sperimentazione in campo

Un punto centrale della risoluzione riguarda la sperimentazione. In Italia, con la legge di conversione del decreto-legge 14 aprile 2023 n. 39 (poi legge 13 giugno 2023 n. 68), è stata aperta, in modo controllato, la possibilità di condurre prove in campo con piante ottenute tramite TEA. Questa finestra sperimentale, inizialmente limitata al 31 dicembre 2024, è già stata prorogata al 31 dicembre 2025. La Commissione del Senato chiede ora al Governo di estendere ulteriormente la possibilità di sperimentazione al 31 dicembre 2026.

La richiesta nasce anche da quanto accaduto nei mesi scorsi: le prime prove in pieno campo, autorizzate per un riso in Lombardia e una vite in Veneto, sono state distrutte da atti vandalici. La risoluzione chiede quindi che le coordinate geografiche dei siti sperimentali diventino informazioni riservate, accessibili solo all’autorità competente e ai soggetti coinvolti nella procedura di autorizzazione. L’obiettivo è duplice: tutelare anni di lavoro scientifico e preservare un’infrastruttura di ricerca che viene considerata cruciale per la selezione di varietà più resilienti alle condizioni agro-climatiche italiane.

Le ricadute attese per le filiere

Le associazioni di rappresentanza del settore primario hanno accolto positivamente il voto.

Per Coldiretti, l’approvazione “conferma la volontà dell’Italia di guidare l’innovazione in campo agricolo e di mettere finalmente la ricerca al servizio degli agricoltori, per affrontare le sfide del cambiamento climatico e della sostenibilità”. Il presidente Ettore Prandini sottolinea che le TEA offrono la possibilità di ottenere varietà più resistenti alle malattie e agli stress ambientali riducendo l’uso di input chimici, valorizzando allo stesso tempo la distintività delle produzioni nazionali. Prandini lega questo passaggio anche a due condizioni politicamente sensibili: “È necessario arrivare al più presto all’approvazione definitiva del regolamento, nel rispetto di principi fondamentali come la non brevettabilità delle varietà e la trasparenza per i consumatori.

Confagricoltura parla di passo “positivo e necessario”, ricordando che l’Italia può avere un ruolo attivo per sbloccare lo stallo europeo. Secondo il presidente Massimiliano Giansanti, serve “un quadro normativo capace di sostenere innovazione, sostenibilità e competitività dell’agricoltura. La Confederazione insiste sul fatto che senza un’intesa politica a Bruxelles i triloghi rischiano di rallentare ulteriormente, con effetti diretti sulla capacità delle imprese di stare sul mercato. Ogni ritardo, sottolinea l’organizzazione, rischia di compromettere la sostenibilità economica del comparto e di frenare investimenti già avviati.

Anche l’industria mangimistica guarda con attenzione a questo passaggio. Assalzoo definisce la risoluzione del Senato “un passaggio fondamentale” verso una normativa che consenta l’utilizzo in campo delle TEA distinguendole nettamente dagli OGM. Il presidente Massimo Zanin evidenzia un punto spesso meno presente nel dibattito pubblico: l’Italia importa oltre il 60% delle materie prime vegetali destinate all’alimentazione zootecnica. Consentire la ricerca e poi l’impiego di varietà più produttive e più resistenti agli stress meteo-climatici significherebbe, secondo Assalzoo, “dare una risposta concreta al bisogno di maggiore produttività, qualità e autosufficienza delle produzioni nazionali”. Per Zanin, le TEA non riguardano solo la fase agricola ma l’intera filiera: dalle colture da reddito, ai mangimi, fino alla zootecnia e ai prodotti finali di origine animale. “Attraverso un uso consapevole e regolamentato delle TEA – afferma il presidente – possiamo garantire al nostro Paese un più elevato grado di sicurezza negli approvvigionamenti alimentari, promuovendo al tempo stesso innovazione, sostenibilità e sovranità produttiva”.

Il senso della risoluzione

Dal punto di vista operativo, la risoluzione approvata in Commissione chiede due cose precise al Governo.

La prima: spingere in Europa perché l’iter del regolamento sulle nuove tecniche genomiche si chiuda “nel più breve tempo possibile”. Questo significa che l’Italia intende sostenere in sede europea un compromesso politico che porti a un quadro normativo definitivo, superando l’attuale fase interlocutoria sui dossier più sensibili (tracciabilità, etichettatura, brevetti). L’obiettivo è evitare che l’assenza di regole chiare continui a frenare sperimentazione, trasferimento tecnologico e investimenti industriali nel Paese.

La seconda: garantire continuità alla sperimentazione nazionale fino al 31 dicembre 2026, mantenendola però in un contesto controllato e rafforzando la protezione fisica e informativa dei siti di prova. In altre parole, l’Italia intende proseguire con attività di campo su piante TEA anche prima dell’adozione del regolamento europeo, ma lo vuole fare entro un perimetro autorizzato, vigilato e tracciato.

Cosa può succedere adesso

Se l’indirizzo indicato dalla Commissione dovesse tradursi in atti normativi coerenti, a Bruxelles e a Roma, l’agricoltura italiana potrebbe disporre, in prospettiva, di varietà più resilienti e produttive sviluppate sul territorio nazionale, con minori costi tecnici e maggiore stabilità delle rese. Per il settore zootecnico e mangimistico, uno degli effetti potenziali è la riduzione della dipendenza dall’import di materie prime proteiche e amidacee, tema particolarmente sensibile per la filiera latte e carni.

Resta però aperto il nodo della futura disciplina europea su etichettatura e proprietà intellettuale. Da un lato c’è la richiesta, rilanciata dalle organizzazioni agricole, di evitare modelli che rendano di fatto brevettabili le varietà e concentrino il controllo genetico in poche mani. Dall’altro c’è la necessità di garantire ai consumatori trasparenza e tracciabilità. Il bilanciamento tra questi due obiettivi sarà uno dei passaggi più delicati dei prossimi mesi di negoziato.

In sintesi, la Commissione Agricoltura del Senato ha dato un mandato politico chiaro. L’Italia vuole una normativa europea rapida, distinta dagli OGM e praticabile in azienda, e nel frattempo intende continuare a fare ricerca e sperimentazione sul campo, proteggendo chi la porta avanti. La partita ora si sposta a Bruxelles.

Fonte: Senato della Repubblica

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