Riflessioni sull’edizione 2025 della Fiera di Cremona: una fiera non è un evento quantitativo ma qualitativo

La Fiera di Cremona 2025 evidenzia il valore della qualità nelle PMI e nel settore latte, tra relazioni, confronti e un mercato segnato dalla speculazione

2 Dicembre, 2025

Ci sono ambiti dell’iniziativa umana che privilegiano la quantità, altri la qualità e altri ancora un equilibrio tra le due dimensioni, anche se la prima aspettativa resta spesso la più immediata. Un esempio evidente è quello delle elezioni, politiche o per il rinnovo di cariche societarie e associative. Gran parte della politica compie scelte orientate soprattutto, quando non esclusivamente, al proprio elettorato, più che al bene comune, finendo per seguire l’opinione pubblica invece di guidarla e cercando di interpretare quel fluido sentire collettivo che oggi chiamiamo “pancia”, ma che esiste da sempre.

Il disinteresse verso il progressivo calo della partecipazione al voto è indicativo. Anche l’informazione, sia nell’ecosistema digitale che in quello analogico, oscilla tra la ricerca del consenso e la necessità di proporre contenuti di qualità: quelli che favoriscono la vita sociale e il benessere collettivo, ma che talvolta pesano meno sullo share.

Le notizie che nascono dal male generano inevitabilmente più attenzione, mentre quelle che portano buone nuove raccolgono scarso interesse. Il nostro Paese, come gran parte dell’Occidente, sta attraversando una fase di evidente decadenza. Avere una visione distopica del futuro, assistere all’inverno demografico e rifugiarsi in un rassicurante “farsi le coccole” sono segnali di declino, gli stessi che la storia mostra come sintomi e cause della fine delle grandi civiltà del passato.

La ricerca della quantità più che della qualità è tipica della finanza, e solo in parte dell’economia. La finanza accumula denaro in modo compulsivo e freddo, mentre l’economia, intesa come produzione di ricchezza attraverso il lavoro, i beni materiali e anche quelli intellettuali, intreccia il denaro con le emozioni umane più profonde. L’imprenditore desidera vedere il proprio nome diffondersi, cura la bellezza dei luoghi in cui opera e cerca il consenso, anche emotivo, dei suoi clienti. Spesso considera i collaboratori come parte della propria famiglia. In molti casi lo fa persino in deroga alla missione primaria dell’impresa: massimizzare ricavi e profitti.

La finanza cerca solo quantità; l’economia ricerca anche qualità.

Questo aspetto emerge con maggiore evidenza nelle aziende padronali, spesso a conduzione mista manageriale-familiare, rispetto alle multinazionali quotate in borsa. Il tessuto produttivo italiano è composto prevalentemente da piccole e medie imprese (PMI), definite tali perché hanno meno di 250 addetti. Rappresentano il 99,9% delle imprese italiane: 3.544.509 realtà che generano il 62,9% del fatturato nazionale e il 61,7% del valore aggiunto. Le PMI impiegano 12,8 milioni di lavoratori, pari al 77% degli occupati italiani. Dentro questa categoria rientra, di fatto, quasi tutta l’agricoltura.

Alla luce di questi dati, è inevitabile riconoscere che la sociologia delle PMI produttive, quelle che generano beni e servizi, è profondamente diversa da quella delle grandi imprese, spesso di dimensione multinazionale. L’emulsione tra ricerca e piacere, il senso di famiglia e di appartenenza tipico delle PMI condiziona in modo significativo il loro modo di relazionarsi con la società e tra di loro.

Non sono molti i momenti in cui imprese simili per comparto e interessi merceologici riescono a confrontarsi direttamente.

Sono soprattutto gli appuntamenti associativi e le fiere di settore, spesso esclusivamente B2B, a offrire occasioni di incontro tra imprese simili per interessi e comparti. Chi organizza fiere B2B, così come chi vi partecipa, non dovrebbe mai dimenticare questo contesto, per evitare aspettative distorte o delusioni inutili. Per natura umana, la famiglia e le aggregazioni ristrette, come le imprese, sono i mattoni fondamentali della società.

Come Ruminantia, siamo reduci dall’edizione 2025 delle Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona e, come ogni anno, un commento non solo è doveroso, ma rappresenta anche un piacere. In questi giorni ci siamo confrontati in molti, combinando le impressioni “a caldo” con quelle più ragionate del post-evento, un po’ come si fa dopo una competizione sportiva appena conclusa.

Posso riportare ciò che molti di noi, “veterani” della Fiera di Cremona, hanno percepito: quest’anno la dimensione irrazionale, emotiva e relazionale ha prevalso in modo netto rispetto alle scorse edizioni e rispetto ad altre fiere. Il contesto produttivo ha sicuramente inciso. Nell’ultimo periodo, la produzione di latte bovino è stata motivo di grande soddisfazione: ottime produzioni, buon prezzo del latte alla stalla, costi fissi e variabili sotto controllo e performance economiche eccellenti, soprattutto nell’ambito della DOP economy.

Pensavamo che il latte e i suoi derivati fossero finalmente usciti dall’incubo delle commodity, ma puntualmente, dallo scorso settembre, la spinta speculativa ci ha riportati indietro, come nel gioco dell’oca, ricordandoci bruscamente che il latte resta una commodity, e quindi una preda inerme della speculazione. Questo risveglio amaro, tuttavia, non ha incrinato l’aurea della Fiera di Cremona, che non aveva alcuna intenzione di rovinarsi la festa nonostante i numerosi tentativi mediatici delle ultime settimane di sostenere che un crollo del prezzo del latte alla stalla fosse “buono e giusto”, a dispetto delle evidenze che lo mostrano come un fenomeno meramente speculativo.

A parte questa nota amara, è stato possibile percepire la grande qualità e le novità portate dagli espositori, così come il valore dei tanti momenti di confronto, tavole rotonde e convegni, che, come un buon ammendante, fanno crescere la consapevolezza e la competitività del nostro settore.

Accanto alle aggressioni speculative, in Fiera si è colta anche la frustrazione diffusa di sentirsi considerati “brutti e cattivi” dai cittadini, di non riuscire a raccontare la verità del rapporto allevatore–animale–ambiente e di non riuscire a isolare quelle poche “mele marce” che danneggiano la produzione primaria del latte.

L’edizione 2025 della Fiera di Cremona ha mostrato una distintività importante nella qualità, anche perché se n’è prodotta molta. Lasciamo ad altri il mestiere della quantità: a noi interessa che il prezioso compito di rinnovare l’antico patto con gli animali continui a offrire all’uomo un cibo straordinario e a garantire alle bovine protezione e vantaggi reali.

Da leggere - Luglio 2026

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