Lo stato delle acque in Italia e il ruolo dell’agricoltura

Il rapporto ISPRA 2026 evidenzia progressi nel monitoraggio e nella qualità, ma l’inquinamento diffuso e i prelievi irrigui continuano a pesare

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28 Aprile, 2026

Il Rapporto ISPRA n. 427/2026 – “Lo stato delle acque in Italia: verso il quarto ciclo di gestione“, pubblicato il 27 aprile 2026, offre una fotografia aggiornata e articolata delle condizioni delle risorse idriche nazionali. Basato sui dati del terzo ciclo di attuazione della Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE), il documento rappresenta uno strumento fondamentale per comprendere lo stato di salute di fiumi, laghi, acque costiere e falde sotterranee, oltre che per orientare le politiche future.

I numeri restituiscono un quadro in chiaroscuro. In Italia, su oltre 7.700 corpi idrici superficiali, il 43,6% raggiunge uno stato ecologico “buono” o superiore, mentre più del 75% presenta uno stato chimico adeguato. Le acque sotterranee mostrano performance migliori: circa l’80% è in stato quantitativo buono e il 70% in stato chimico buono. Un segnale positivo è rappresentato anche dalla significativa riduzione dei corpi idrici classificati come “sconosciuti”, segno di un sistema di monitoraggio sempre più efficace.

Tuttavia, come sottolineato dalla presidente ISPRA e SNPA, Maria Alessandra Gallone, “l’acqua è una priorità nazionale e una leva strategica per ambiente, salute ed economia”, e i progressi registrati non devono far abbassare l’attenzione. In un contesto segnato dai cambiamenti climatici, diventa infatti urgente accelerare sulle politiche di tutela, riducendo le pressioni e rafforzando una gestione realmente integrata della risorsa.

Il ruolo dell’agricoltura  

Tra i diversi fattori che incidono sullo stato delle acque, l’agricoltura si conferma la pressione antropica più rilevante, soprattutto per quanto riguarda l’inquinamento diffuso. Il report evidenzia come questa tipologia di pressione interessi oltre la metà dei corpi idrici superficiali e trovi proprio nelle pratiche agricole la sua principale origine. L’impatto è esteso e trasversale: l’agricoltura incide su circa un terzo dei corpi idrici superficiali, con punte particolarmente elevate nelle acque di transizione (69%) e nei fiumi (42%). Anche laghi e acque marino-costiere risultano coinvolti, a dimostrazione di come le attività agricole abbiano effetti che si propagano ben oltre le aree di produzione.

Le pressioni esercitate dal comparto si articolano su più fronti:

  • l’apporto di nutrienti e fitofarmaci,
  • le modifiche fisiche del territorio (opere idrauliche, irrigazione),
  • i prelievi idrici a fini produttivi.

Nel complesso, si tratta di un impatto sistemico che rende l’agricoltura un attore centrale nelle politiche di gestione della risorsa idrica.

Qualità delle acque: il peso di nutrienti e pesticidi

Uno dei nodi più critici riguarda la qualità chimica delle acque. L’uso di fertilizzanti e prodotti fitosanitari si traduce in una presenza diffusa di nutrienti e sostanze chimiche, che compromettono il raggiungimento degli obiettivi ambientali. In particolare, il report segnala come l’inquinamento da nutrienti interessi oltre il 40% dei corpi idrici superficiali, mentre quello chimico sfiora il 50%. Tra le sostanze più problematiche emergono composti riconducibili direttamente alle pratiche agricole, come il glifosate e il suo metabolita AMPA, oltre ad altri pesticidi. Questa contaminazione è particolarmente evidente nelle aree a maggiore intensità agricola, confermando la necessità di interventi mirati e di una gestione più sostenibile degli input produttivi.

Acque sotterranee: tra nitrati e stress idrico

Anche per le acque sotterranee l’agricoltura rappresenta il principale fattore di pressione. Il problema più rilevante resta quello dei nitrati, responsabili di numerosi casi di mancato raggiungimento del buono stato chimico. A questo si aggiunge la questione quantitativa. I prelievi per uso agricolo, insieme a quelli civili, incidono in modo significativo sul bilancio idrico degli acquiferi. In circa il 75% dei casi di stato quantitativo non buono, il problema è legato a un eccesso di estrazione rispetto alla capacità naturale di ricarica. Si tratta di un tema particolarmente delicato, soprattutto in un contesto di crescente scarsità idrica e maggiore variabilità climatica.

Gestione integrata e prospettive al 2027

Il report ISPRA sottolinea con forza la necessità di rafforzare una gestione integrata e sostenibile della risorsa idrica, basata su dati scientifici solidi e su una valutazione continua dell’efficacia delle misure adottate. Tra le azioni prioritarie emergono:

  1. la riduzione delle pressioni diffuse, in particolare di origine agricola;
  2. il miglioramento delle pratiche irrigue e dell’efficienza nell’uso dell’acqua;
  3. il potenziamento delle attività di monitoraggio e prevenzione;
  4. l’integrazione tra politiche ambientali, agricole ed economiche.

Le prospettive al 2027 indicano un possibile miglioramento nel raggiungimento degli obiettivi di qualità, ma la traiettoria dipenderà dalla capacità di accelerare l’attuazione delle misure.

Una sfida strategica per il Paese

Il messaggio che emerge con chiarezza è che la gestione dell’acqua non è più solo una questione ambientale, ma una scelta strategica per il futuro del Paese. In questo quadro, l’agricoltura si trova al centro di una doppia responsabilità: da un lato come fonte di pressione, dall’altro come protagonista del cambiamento. Promuovere modelli produttivi più sostenibili, ridurre l’impatto degli input chimici e migliorare l’efficienza nell’uso della risorsa idrica rappresentano passaggi chiave per garantire un equilibrio duraturo tra produzione agricola, tutela ambientale e resilienza dei territori. Perché, come ricorda ISPRA, proteggere l’acqua significa proteggere anche il nostro futuro.

Per scaricare il documento completo clicca QUI!

Fonte: Ispra

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