Zootecnia DOP, gli areali italiani reggono la sfida dell’autosufficienza alimentare
Lo studio realizzato da ISMEA di concerto con il MASAF stima in circa 3,8 milioni di tonnellate di sostanza secca il fabbisogno che deve essere assicurato dagli areali di produzione per 57 DOP zootecniche. Il quadro restituisce un buon livello di autosufficienza potenziale, ma evidenzia alcuni punti di attenzione, soprattutto nelle aree dove si sovrappongono più denominazioni e per materie prime strategiche come mais e soia

Quanto sono in grado i territori delle DOP zootecniche italiane di assicurare le materie prime necessarie all’alimentazione degli animali? È la domanda alla quale prova a rispondere il nuovo “Bilancio di massa per la zootecnia DOP – aggiornamento metodologia e dati 2025”, realizzato da ISMEA di concerto con il MASAF e reso disponibile il 7 agosto scorso.
Lo studio rispondere all’esigenza di adempiere agli obblighi normativi di cui all’articolo 47 del Regolamento (UE) 2024/1143, secondo cui, per i prodotti di origine animale registrati come denominazione di origine, gli alimenti destinati agli animali devono provenire dalla zona geografica delimitata. Quando non sia possibile garantirne integralmente la provenienza, è ammesso il ricorso ad alimenti esterni all’area, purché non siano compromesse le caratteristiche del prodotto legate al territorio e la quota proveniente dall’esterno non superi il 50% della sostanza secca su base annuale.
Dai capi allevati alla disponibilità di materie prime
Per verificare la compatibilità tra questo vincolo e la capacità produttiva degli areali, ISMEA ha costruito una stima articolata in più passaggi: numero di animali coinvolti nelle produzioni DOP, definizione di razioni alimentari tipo, calcolo dei fabbisogni di foraggi e mangimi in sostanza secca e, infine, confronto con la disponibilità delle principali materie prime prodotte nei territori delimitati dai disciplinari.
L’analisi principale riguarda i sei formaggi DOP a latte vaccino più importanti – Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Gorgonzola, Asiago, Taleggio e Provolone Valpadana – che rappresentano il 95% della produzione nazionale della categoria, insieme agli otto prosciutti DOP, rappresentativi del 96% della produzione dei prodotti DOP a base di carne. Il calcolo dei fabbisogni è stato poi esteso a tutti i 36 formaggi DOP italiani a base di latte vaccino e ai 21 prodotti DOP a base di carne, per un totale di 57 denominazioni.
Per i suini, partendo dalle oltre 11 milioni di cosce proposte nel 2025, ISMEA stima 5,52 milioni di capi coinvolti negli otto circuiti dei prosciutti DOP. Per i sei principali formaggi, invece, la quantità di latte necessaria alla trasformazione porta a una stima di circa 837 mila bovine equivalenti, comprendendo, dove previsto dai disciplinari, anche vacche in asciutta e manze gravide.
Quasi 3,8 milioni di tonnellate di sostanza secca dagli areali DOP
Per le 14 denominazioni inizialmente analizzate, il fabbisogno complessivo di sostanza secca proveniente dagli areali DOP è stimato in circa 3,4 milioni di tonnellate, delle quali quasi 1,8 milioni devono essere costituite da foraggi in virtù dei vincoli più restrittivi previsti dai disciplinari di Grana Padano e Parmigiano Reggiano.
Estendendo il calcolo a tutte le 57 DOP considerate, il fabbisogno territoriale sale a 3,79 milioni di tonnellate di sostanza secca, a fronte di un fabbisogno alimentare complessivo stimato in circa 7,53 milioni di tonnellate.

“Totale fabbisogni «sostanza secca» per prodotti zootecnici DOP”
Interessante il caso delle due principali denominazioni casearie. Per il Grana Padano il fabbisogno complessivo è stimato in circa 2,13 milioni di tonnellate di sostanza secca: il vincolo del disciplinare che impone la provenienza dall’area DOP di almeno il 75% della sostanza secca dei foraggi è già sufficiente, secondo il modello, a soddisfare il requisito minimo previsto dal regolamento europeo. Per il Parmigiano Reggiano, invece, su circa 1,6 milioni di tonnellate complessive, il 75% dei foraggi di origine territoriale copre 684.945 tonnellate; per raggiungere la quota minima complessiva del 50% devono quindi provenire dall’area anche circa 114.600 tonnellate di mangimi.
Il nodo non è solo quanto si produce, ma dove e cosa si produce
Nel confronto tra fabbisogni e disponibilità, i risultati sono complessivamente rassicuranti. Per le singole denominazioni considerate, l’incidenza del fabbisogno sulla disponibilità territoriale rimane generalmente contenuta. Nei formaggi, il valore più elevato emerge per i mangimi destinati al Parmigiano Reggiano, pari al 28% della disponibilità stimata nell’areale; per i foraggi della stessa denominazione l’incidenza è del 14%, mentre per il Grana Padano scende al 7%. Tra i prosciutti, il valore maggiore riguarda il Prosciutto di Parma, con un’incidenza del 12%.

“Rapporto Fabbisogni/Disponibilità materie prime – Formaggi DOP a base di latte vaccino”
È però proprio su questo punto che ISMEA invita a leggere i risultati con attenzione. Le disponibilità dei diversi territori non possono essere semplicemente sommate, perché molti areali si sovrappongono e le stesse produzioni agricole possono concorrere all’alimentazione di bovini e suini appartenenti a più circuiti, oltre che delle filiere non DOP.
Le possibili criticità si concentrano quindi soprattutto nei territori più circoscritti sui quali insistono più denominazioni e sulle materie prime maggiormente contese. In particolare, mais e soia sono presenti sia nelle razioni dei suini sia in quelle delle bovine da latte e sono richiesti anche da altre filiere zootecniche. A questo si aggiunge un elemento strutturale: secondo ISMEA, la produzione delle principali materie prime destinate alla zootecnia si è ridotta nell’ultimo decennio di circa il 15-18%, per effetto della contrazione delle superfici e delle difficoltà legate a produttività, eventi climatici estremi e disponibilità e costi degli input.
Un equilibrio positivo, ma da preservare
Il risultato finale dello studio è dunque positivo. Gli areali delle DOP italiane mostrano anche nel 2025 un buon grado di “autosufficienza potenziale” rispetto ai fabbisogni alimentari derivanti dai vincoli di origine.
Si tratta, tuttavia, di una capacità potenziale calcolata sulla produzione agricola disponibile nei territori e non di una garanzia automatica di approvvigionamento per ciascuna azienda. Lo stesso ISMEA adotta un’impostazione prudenziale, includendo nel calcolo dei formaggi l’intera produzione e, nel caso dei suini, anche animali successivamente risultati non conformi o destinati ad altre produzioni.
Il bilancio di massa diventa così qualcosa di più di una verifica normativa: offre una fotografia della capacità dei territori DOP di sostenere anche dal punto di vista alimentare il legame tra allevamento e origine geografica. Un equilibrio che oggi appare complessivamente solido, ma la cui tenuta futura dipenderà anche dalla capacità di preservare superfici, rese e disponibilità delle materie prime strategiche per la zootecnia italiana.
Fonte: ISMEA – Il Bilancio di massa per la zootecnia DOP 2025

















































































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