Dal metabolismo alla genetica: il profilo degli acidi grassi del latte come nuovo strumento di selezione
Il profilo lipidico del latte, oggi misurabile su larga scala tramite FT-MIR, apre nuove prospettive nel mondo delle bovine da latte per migliorare qualità nutrizionale, efficienza produttiva e salute della mammella

Nell’articolo “Come interpretare le analisi degli acidi grassi nel latte individuale bovino“, pubblicato nel numero di febbraio di Ruminantia Mese, il dott. Fantini ha illustrato le potenzialità del profilo degli acidi grassi del latte della singola bovina come biomarker metabolico per valutare lo stato nutrizionale e il bilancio energetico delle bovine durante la lattazione. In particolare, è stato descritto come la determinazione mediante tecnologia FT-MIR dei principali gruppi di acidi grassi — de novo, mixed e preformati — consenta di interpretare i processi metabolici che caratterizzano le diverse fasi della lattazione, con particolare riferimento al periodo di transizione e al bilancio energetico negativo. L’analisi dei dati provenienti dai controlli funzionali ha inoltre evidenziato l’andamento tipico di questi gruppi di acidi grassi in funzione dei giorni di lattazione (DIM), confermando la loro utilità come indicatori indiretti dell’efficienza fermentativa ruminale, dell’ingestione di sostanza secca e della mobilizzazione delle riserve lipidiche corporee.
Partendo da queste basi interpretative, il presente articolo amplia la prospettiva di analisi considerando non solo il significato metabolico del profilo lipidico del latte, ma anche le sue implicazioni genetiche e nutrizionali. In particolare, l’attenzione si sposta dalla semplice quantificazione del grasso del latte alla composizione qualitativa del profilo acidico, valutando il potenziale della selezione genetica nel favorire una maggiore presenza di acidi grassi nutrizionalmente favorevoli e, al contempo, nel migliorare alcuni indicatori di salute della mammella.
Introduzione
Lo studio analizza la possibilità di migliorare la qualità nutrizionale del latte e la salute della mammella attraverso la selezione genetica, spostando l’attenzione dal semplice contenuto quantitativo di grasso alla sua composizione qualitativa (profilo acidico) e a nuovi indicatori di benessere animale.
Obiettivo
L’obiettivo è favorire la produzione di acidi grassi “buoni” (acido oleico, Omega-3, PUFA) che hanno proprietà anti-infiammatorie e riducono il rischio cardiovascolare, limitando al contempo gli acidi grassi saturi (SFA).
Grazie alla spettroscopia a medio infrarosso, oggi è possibile analizzare il profilo acidico del latte su larga scala e monitorare nuovi parametri come il DSCC (Differential Somatic Cell Count), che fornisce una diagnosi più accurata dello stato infiammatorio della mammella rispetto alla classica conta delle cellule somatiche (SCC).
Materiali e metodi
Lo studio ha analizzato un database massiccio fornito dall’Associazione Allevatori del Veneto:
- Campione: 35.331 record di test-day relativi a oltre 25.000 vacche di razza Frisona Italiana;
- Parametri: resa in latte, percentuali di grasso, proteine, caseina, urea e un profilo dettagliato degli acidi grassi;
- Obiettivo: stimare l’ereditabilità (h²) di questi tratti e le loro correlazioni genetiche (ovvero come la selezione per un tratto influenzi involontariamente gli altri).
Risultati
L’ereditabilità indica quanto della variazione di un carattere dipenda dal DNA e possa quindi essere trasmesso alla prole.
- Profilo lipidico: gli acidi grassi saturi (SFA) mostrano una buona ereditabilità moderata (h² = 0,20), mentre i polinsaturi (PUFA) sono più influenzati dall’ambiente e dalla dieta (h² = 0,07).
- Origine dei grassi: gli acidi a catena corta e media (SCFA e MCFA), sintetizzati direttamente nella mammella (de novo), sono più ereditabili di quelli a catena lunga (LCFA), che derivano invece dalla dieta.
- Salute della mammella: Il DSCC ha mostrato un’ereditabilità di 0,09, quasi il doppio rispetto allo score delle cellule somatiche tradizionale (SCS = 0,05). Questo suggerisce che il DSCC sia uno strumento genetico molto utile ed efficace per ridurre l’incidenza delle mastiti.
Lo studio evidenzia alcuni legami critici che gli allevatori devono considerare:
- Effetto diluizione: esiste una correlazione negativa tra quantità di latte prodotta e concentrazione di acidi grassi. Più una vacca produce latte in volume, meno grassi “buoni” avrà;
- Il Legame SFA-grasso totale: vi è una correlazione (>0,90) tra la percentuale di grasso totale e i grassi saturi. Conseguenza: selezionare le vacche solo per aumentare il grasso totale porta inevitabilmente a un latte meno sano (più ricco di grassi saturi).
- Indipendenza della salute: un risultato fondamentale è che il profilo degli acidi grassi è geneticamente indipendente dal DSCC. Ciò significa che è possibile selezionare animali con un grasso migliore senza indebolire le loro difese immunitarie contro le mastiti.
Conclusioni e prospettive future
La ricerca conclude che la selezione genetica per un “latte più sano” è fattibile e auspicabile.
- I programmi di miglioramento dovrebbero puntare specificamente su Omega-3 e PUFA, piuttosto che sulla quantità di grasso generica.
- DSCC come standard: questo parametro dovrebbe essere integrato negli indici di selezione per migliorare la resistenza alle malattie.
- Nuovi sistemi di pagamento: per incentivare questo cambiamento, si ipotizza un sistema di pagamento del latte agli allevatori basato sulla qualità specifica dei grassi e non solo su grasso e proteine totali.
Lo studio dimostra che la genetica può bilanciare le esigenze dell’industria (resa), della salute animale (resistenza alle mastiti tramite DSCC) e del consumatore (profilo lipidico salutare).
Sinossi tratta dall’articolo “Genetic Parameters of Bovine Milk Fatty Acid Profile, Yield, Composition, Total and Differential Somatic Cell Count” di Tania Bobbo, Mauro Penasa e Martino Cassandro
DOI: 10.3390/ani10122406


















































































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