La chetosi è stata veramente debellata?

La chetosi, soprattutto subclinica, è una patologia metabolica tipica della fase di transizione delle frisone. Il BHB va sempre interpretato in base ai DIM. In Italia resta diffusa, con criticità maggiori in alcune regioni

25 Febbraio, 2026

Sappiamo ormai con assoluta certezza che le malattie di natura non infettiva nelle bovine da latte sono prevalentemente di tipo metabolico e colpiscono soprattutto durante la fase di transizione, il periodo che comprende la preparazione al parto e il puerperio, della durata di circa 40 giorni.

Tra queste troviamo la sindrome ipocalcemica, che a volte si manifesta come collasso puerperale nella sua forma clinica, la ritenzione di placenta, la dislocazione dell’abomaso e la chetosi, sia clinica che subclinica. Ad accompagnare queste patologie vi sono anche la metrite puerperale, l’acidosi ruminale subclinica del close-up, la lipidosi epatica e la ritardata ripresa dell’attività ovarica post-partum.

Buiatri, zootecnici e allevatori distinguono spesso tra forme cliniche e subcliniche, a seconda che la patologia mostri sintomi evidenti o meno. Si stima che circa il 75% delle patologie che colpiscono le vacche da latte insorga proprio durante la fase di transizione. Tra queste, la chetosi subclinica (SCK) è particolarmente prevalente. Elanco ha contribuito a focalizzare l’attenzione su questa malattia metabolica con il lancio, oltre dieci anni fa, del Kexxtone, una specialità a base di Monesin in grado di prevenirla già nel preparto.

Cos’è la chetosi subclinica (SCK)

La SCK è caratterizzata dall’accumulo nel sangue di corpi chetonici prodotti nel fegato, acetoacetato, acetone e β-idrossibutirrato (BHB o BHBA), a causa di un metabolismo energetico imperfetto legato a un bilancio energetico negativo (NEBAL) protratto, tipico delle prime settimane di lattazione, o a carenze di specifiche molecole. In questo periodo, il dimagrimento delle bovine è massimo, e proprio allora la chetosi subclinica raggiunge la massima prevalenza e, se non gestita, può evolvere nella forma clinica.

Non essendoci sintomi clinici, la SCK si diagnostica solo se nel sangue è presente una quantità di BHB ≥ 1.2 mmol/L oppure 12 mg/dl. Se si considera che la concentrazione del BHB nel latte individuale è il 10-20% di quella del sangue, il cutoff nel latte può essere considerato ≥ 0.15 mmol/L. L’ereditabilità (h²) del BHB nel latte è compresa tra 0,14 e 0,20.

Per una corretta prevenzione è fondamentale conoscere la prevalenza della patologia, ossia la percentuale di positività analitica, e monitorarne l’evoluzione nel tempo. Nella tabella 1 di uno studio del 2021 vengono rappresentate le prevalenze della chetosi in diverse nazioni.

Tabella 1 – Prevalenza della chetosi nelle bovine da latte in diverse nazioni. (Tratta da Mariana Alves Caipira Lei  and João Simões. Invited Review: Ketosis Diagnosis and Monitoring in High-Producing Dairy Cows. Dairy 2021, 2, 303–325).

La SCK nelle bovine si manifesta durante la fase di transizione prevalentemente in forma subclinica e spesso passa inosservata, tranne nelle aziende che eseguono test sul sangue o sul latte individuale per quantificare il BHB.

Conseguenze sanitarie e produttive

Dalla Tabella 2 emerge chiaramente come la SCK rappresenti un importante fattore di rischio per altre patologie.

Per interpretare correttamente la tabella, alcuni esempi aiutano a comprendere l’impatto: la SCK aumenta il rischio di chetosi clinica di circa 5,4 volte, quello di dislocazione dell’abomaso di 3,3 volte e quello di riforma precoce (entro i 60 giorni dal parto) di 1,9 volte. Inoltre, sia la chetosi clinica che subclinica possono ridurre la produzione di latte al picco fino al 7%, un effetto rilevante poiché ogni litro in meno al picco corrisponde a circa 250 litri di latte in tutta la lattazione.

Tabella 2 – Rischio relativo delle principali patologie associate alla SCK nelle bovine da latte.

Per valutare correttamente la prevalenza della chetosi subclinica, come per ogni biomarker individuale di sangue o latte, è fondamentale conoscere a quanti giorni dal parto si trova il singolo animale. Come mostra la Figura 1, la quantità di BHB rilevabile nel latte risulta inversamente proporzionale ai giorni medi di lattazione (DIM).

Figura 1 – BHB medio del latte (mmol/L) per DIM nelle vacche alla prima lattazione.

Materiali, dati e metodologia

Per verificare cosa accade realmente in Italia e in due regioni simili per ubicazione geografica e razze allevate, ma diverse per indirizzo produttivo, abbiamo scelto la Lombardia e l’Emilia-Romagna. In Italia, e in queste due regioni, la maggior parte degli allevamenti è costituita da vacche di razza Frisona Italiana. I dati sono stati estratti dalla banca dati di AIA e pre-elaborati da ANAFIBJ.

Nel 2024, le stalle di frisona partecipanti al piano nazionale di selezione genetica erano 1.480, con un totale di 205.880 capi. Le informazioni presentate derivano da strumenti della stessa marca e la tecnologia analitica utilizzata è la FTIR (Fourier Transform Infrared). Riteniamo che le macchine siano state calibrate uniformemente, rendendo questa un’ottima occasione per elaborare i dati raccolti negli ultimi sette anni e su buona parte delle Frisone allevate in Italia, al fine di analizzare l’andamento reale della chetosi in funzione dei giorni medi di lattazione.

Andamento della chetosi a 5-15 giorni di lattazione

L’incidenza della chetosi nel puerperio è influenzata soprattutto dalla gestione e dalla nutrizione delle bovine durante la preparazione al parto. Nella figura 2 è possibile osservare l’evoluzione delle positività nell’arco temporale 5-15 DIM e le differenze registrate negli ultimi sette anni in Italia, con focus su Lombardia ed Emilia-Romagna.

Sull’intera popolazione di Frisona italiana, la tendenza delle positività è in progressivo peggioramento, ma si mantiene entro il 20%. Diverso è l’andamento in Lombardia, dove nel 2024 e 2025 le positività sembrano attestarsi intorno al 10%. L’interpretazione dei dati dell’Emilia-Romagna è invece più complessa: per vari motivi, la prevenzione della chetosi risulta difficile e meno efficace, e la linea di tendenza mostra purtroppo un peggioramento.

Figura 2 – Percentuale di chetosi (concentrazione di BHB > 0,15 mmol/L nel latte individuale di bovine di razza Frisona italiana) in Italia, Lombardia ed Emilia Romagna; fascia 5-15 giorni di lattazione.

Dalla seconda alla quarta settimana di lattazione (16-30 giorni)

Nella figura 3 sono riportati i dati delle bovine dalla fine del puerperio fino a due mesi di lattazione, ossia nella fascia 16-30 giorni medi di lattazione. La prevalenza della chetosi mostra una evidente riduzione, ma persiste negli anni il peggioramento osservato a livello Italia e in Emilia-Romagna, a fronte della tendenza virtuosa della Lombardia.

Superati i fattori di rischio legati a errori nutrizionali e gestionali durante la preparazione al parto, in questo periodo diventano determinanti altri fattori: diete mal formulate, ridotta ingestione, sovraffollamento e malattie concomitanti.

Figura 3 – Percentuale di chetosi (concentrazione di BHB > 0,15 mmol/L nel latte individuale di bovine di razza Frisona italiana) in Italia, Lombardia ed Emilia Romagna; fascia 16-30 giorni di lattazione.

Tra i 31 e i 45 giorni di lattazione

Nella figura 4 sono riportate le prevalenze della chetosi nelle bovine tra i 31 e i 45 giorni di lattazione. Le positività risultano ridotte, ma epidemiologicamente non sono assenti. In Lombardia il trend rimane stabile, compreso tra il 3 e il 5%, mentre in Emilia-Romagna si osserva una crescita costante negli ultimi sette anni, seppure con un andamento irregolare.

In questa fase il bilancio energetico e amminoacidico delle bovine da latte è ancora molto negativo. Le limitazioni alimentari imposte dai disciplinari non aiutano, nonostante i fenotipi produttivi e la fertilità siano simili tra Lombardia ed Emilia-Romagna.

Figura 4 – Percentuale di chetosi (concentrazione di BHB > 0,15 mmol/L nel latte individuale di bovine di razza Frisona italiana) in Italia, Lombardia ed Emilia Romagna; fascia 31-45 giorni di lattazione.

Tra i 46 e i 60 giorni dal parto

La figura 5 mostra che, tra i 46 e i 60 giorni dal parto, l’incidenza della chetosi è residuale. Questo indica che l’ingestione sta aumentando, riducendo così l’entità del bilancio energetico e amminoacidico negativo.

Figura 5 – Percentuale di chetosi (concentrazione di BHB > 0,15 mmol/L nel latte individuale di bovine di razza Frisona italiana) in Italia, Lombardia ed Emilia Romagna; fascia 46-60 giorni di lattazione.

Conclusioni

Questo articolo divulgativo, e quindi non scientifico, dimostra con un ampio supporto di dati che la chetosi, sia clinica che subclinica, è ancora ampiamente presente nelle bovine da latte di razza Frisona Italiana. Come molti altri biomarker, anche questo va interpretato sempre in relazione ai giorni medi di lattazione (DIM), per identificare le fasi in cui esistono fattori di rischio collettivi.

I dati consentono di comprendere l’andamento reale della chetosi negli allevamenti italiani e nelle singole regioni, permettendo a tecnici e allevatori di effettuare un benchmark utile per decidere se intervenire sui fattori di rischio collettivi legati a genetica, ambiente, sanità e nutrizione.

Per gli allevamenti in Emilia-Romagna che producono latte destinato al Parmigiano Reggiano, i rigidi vincoli alimentari del disciplinare di produzione non sembrano creare difficoltà significative dal punto di vista produttivo, riproduttivo o sanitario per le Frisone italiane, ma dai dati riportati si nota una maggiore incidenza della chetosi.

Negli altri articoli della rubrica di Ruminantia “Allevare il Parmigiano Reggiano”, abbiamo confrontato e continueremo a confrontare i fenotipi produttivi, riproduttivi e sanitari individuali, derivati dai controlli funzionali in Emilia-Romagna, con il resto della popolazione italiana. Questo confronto permette di verificare se alcuni paradigmi nutrizionali siano ancora validi o lo siano mai stati.

I vincoli nutrizionali imposti dal disciplinare, fondamentali per garantire il valore aggiunto di questo latte, non vanno messi in discussione. È però importante avere chiare informazioni sull’andamento della chetosi nelle bovine degli allevamenti che producono latte per il Parmigiano Reggiano per attivare i provvedimenti necessari a limitare il problema.

Autori

Alessandro Fantini¹, Gloria Manighetti², Maurizio Marusi², Elisabetta Simonetti¹, Martino Cassandro²

¹ – Ruminantia
² – ANAFIBJ

Pagina rubrica Parmigiano - logo

 

Da leggere - Maggio 2026

Condividi questa notizia!