Mangiare carne è moralmente difendibile? Considerazioni etiche contemporanee
In un mondo in cui il consumo di carne è sempre più sotto accusa, questo studio analizza in chiave etica, scientifica e sociale se ridurlo o eliminarlo sia davvero la scelta migliore per gli animali, l’ambiente e l’umanità, senza dimenticare le disuguaglianze globali e il diritto al cibo.

Nello studio qui proposto si esplora l’etica del consumo di carne in un contesto globale segnato dalla crescente domanda alimentare, dai cambiamenti nei valori dei consumatori e dalle sfide ambientali e sociali. Utilizzando il processo di valutazione etica di Campbell, vengono analizzate sia le argomentazioni contrarie che quelle a favore del consumo di carne. Le critiche si fondano su preoccupazioni legate al benessere animale, all’impatto ambientale e alla salute umana, mentre le difese sottolineano il valore nutrizionale della carne, il suo significato culturale e la necessità di garantire sicurezza alimentare soprattutto nei contesti più vulnerabili. L’articolo propone anche una riflessione sulle promesse e le sfide della carne coltivata come alternativa, per giungere alla conclusione che l’eliminazione totale del consumo di carne non sia attualmente etica né sostenibile, e propone un approccio integrato che tenga conto dei diritti umani, della salute pubblica e della sostenibilità ambientale, evitando posizioni moralistiche che rischiano di penalizzare le popolazioni più svantaggiate.
Introduzione
A causa dell’enorme crescita prevista della popolazione umana, per soddisfare la domanda di cibo le Nazioni Unite hanno evidenziato la necessità di un significativo aumento della produzione alimentare globale ( Croney et al., 2018 ; FAO, 2021 ). I consumatori moderni sono sempre più interessati a conoscere il cibo che mangiano, e sapere dove e come viene prodotto. Le proteine di origine animale hanno sempre avuto un ruolo determinante nelle diete umane, a meno che non fossero limitate da convinzioni religiose o di altro tipo. Inoltre, è stato dimostrato che la loro domanda aumenta con il miglioramento delle condizioni di vita ( Delgado et al., 2003 ; Croney e Anthony, 2014 ). Questa dinamica non sorprende, visti i risultati scientifici che identificano il consumo di carne come un fattore determinante nello sviluppo evolutivo del cervello umano (Burini e Leonard, 2018 e, in questo numero, Leroy et al., 2023 ) e visto il dimostrato ruolo che le proteine di alta qualità e facilmente digeribili risultano avere nella crescita e nello sviluppo dell’organismo umano (Klurfeld, 2018).
Nonostante questi ormai comprovati benefici, nelle aree sviluppate del mondo, dove la sicurezza e l’accesso al cibo sono elevati, la giustificazione etica del consumo di carne è sempre più messa in discussione, dando luogo a scontri ideologici anche molto controversi. Le preoccupazioni etiche citate più frequentemente riguardano l’allevamento e l’uccisione degli animali a scopo alimentare, la qualità della vita degli animali nei moderni sistemi di produzione intensivi su larga scala e i relativi impatti sull’ambiente e sulla salute umana ( Verbeke e Viaene, 1999 ; Baltzer, 2004 ; Botonaki et al., 2006 ; Croney e Anthony, 2014 ; Croney et al., 2018 ; Godfray, 2018 ). Alcuni cittadini di queste nazioni, sono passati a un “consumo etico“, scegliendo di acquistare prodotti alimentari che percepiscono come meno dannosi a livello sociale e ambientale ( Croney e Anthony, 2014 ), evitando quelli non in linea con i loro valori ( Morgan et al., 2016 ). La prova di tali cambiamenti negli acquisti è stata riscontrata, ad esempio, da McKendree et al. (2014) , che hanno riportato che il 14% dei consumatori statunitensi intervistati aveva ridotto in media il consumo di carne di maiale del 56% a causa di preoccupazioni relative al benessere degli animali. Anche un sondaggio Gallup statunitense del 2020 ha riportato che il 23% degli americani ha ridotto il consumo di carne, con preoccupazioni etiche come quelle relative all’impatto sull’ambiente e sul benessere degli animali alla base delle loro scelte (McCarthy e DeKoster, 2020 ).
Di fronte a questo atteggiamento dei consumatori, diverse aziende hanno iniziato a lavorare sullo sviluppo di alternative vegetali alla carne, e, nonostante questa sia ancora ampiamente consumata, il vegetarianismo viene sempre più visto come una scelta etica e responsabile. I consumatori di carne sono, invece, spesso percepiti come meno sensibili a tematiche ambientali e legate al benessere animale. Difendere eticamente il consumo di carne è difficile e poco supportato nella letteratura scientifica. Alla luce di queste differenti correnti di pensiero, nello studio qui proposto si vuole esaminare se il consumo di carne sia eticamente difendibile utilizzando i principi del processo di valutazione etica di Campbell (Campbell e Hare, 1997 ; Croney e Anthony, 2010), e considerando, al contempo, la necessità di fonti proteiche valide e sostenibili nei paesi sviluppati e in via di sviluppo.
Riflessione morale sul consumo di carne: il valore della valutazione etica
Il processo di valutazione etica di Campbell include: la ricerca di fatti etici (revisione di tutte le informazioni scientifiche o fattuali pertinenti); la scoperta di valori radicati che potrebbero essere in conflitto; l’immaginazione morale (ideazione di possibili soluzioni attraverso la valutazione della qualità delle argomentazioni a loro favore e del grado in cui ciascuna opzione affronta le preoccupazioni sociali, etiche, scientifiche ed economiche coinvolte); la giustificazione morale e la verifica delle soluzioni proposte. Avvalendosi delle strategie di Campbell, si possono migliorare notevolmente la qualità e l’etica della ricerca, specialmente in contesti sociali complessi; per tale motivo lo studio prende in esame il tema da diversi punti di vista.
Argomentazioni contro il consumo di carne
Le argomentazioni etiche contro il consumo di carne si articolano principalmente attorno a tre aree chiave: diritti e benessere animale, impatto ambientale e salute umana. Autori come Peter Singer (1975) e Tom Regan (1983) hanno fondato il dibattito moderno sui diritti degli animali, sostenendo rispettivamente che gli animali, in quanto esseri senzienti capaci di sofferenza, non dovrebbero essere usati per scopi umani, e godono di valore intrinseco e diritti morali che vietano il loro sfruttamento, inclusa la loro uccisione per cibo. Queste tesi sono state ulteriormente sviluppate da Francione nel 2022. (Ricordiamo a tal proposito un articolo molto completo sul tema “Animali: soggetti e oggetti di diritto nell’era del post-benessere“)
La sensibilità animale, scientificamente riconosciuta e sostenuta anche dall’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (OIE, 2017), conferma che gli animali possono soffrire. Nonostante i tentativi di migliorare il benessere degli animali da allevamento, è ancora attualmente impossibile eliminare completamente sofferenza (Dawkins, 2016; CAST, 2018).
Dal punto di vista ambientale, numerosi studi (De Vries & De Boer, 2010; Ernstoff et al., 2019) collegano la produzione di carne al degrado ambientale (inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo, consumo eccessivo di risorse). Inoltre, questioni di giustizia ambientale mostrano che i costi ambientali e sanitari della produzione di carne colpiscono in modo sproporzionato le comunità svantaggiate, come documentato da Gunderson (2015) e da Chamanara et al. (2021), il cui studio ha rivelato alti livelli di inquinamento e malattie in aree prevalentemente vicine agli allevamenti intensivi in California. A partire da queste evidenze, Hull et al. (2023) sostengono che la comunità medica potrebbe avere un obbligo morale a promuovere diete vegetali, data la correlazione tra consumo di carne, danni ambientali e salute pubblica.
Tuttavia, l’etica del cibo non può concentrarsi esclusivamente sugli animali, trascurando gli effetti sulle popolazioni umane più vulnerabili. È necessario, quindi, un approccio più ampio e bilanciato che consideri anche la giustizia sociale ed economica, specialmente in relazione alla fattibilità e all’equità delle diete vegetali, che in alcuni contesti non sono ancora soluzioni accessibili o praticabili. Infine, le istanze etiche legate a animali, ambiente e salute umana non dovrebbero essere poste in competizione, ma integrate in una visione sistemica per un futuro alimentare più giusto e sostenibile.
Argomentazioni a favore del consumo di carne
Le argomentazioni a sostegno del consumo di carne sono tendenzialmente meno numerose, e pertanto in questo studio sono state maggiormente dettagliate. In primo luogo, il significato storico e culturale del consumo di carne non può essere trascurato. Il consumo di carne è strettamente legato alla coevoluzione umana con gli animali e, nel corso della storia e in diverse culture, l’aggregazione sociale ha spesso incorporato la condivisione di carne ( Monteiro et al., 2017 ). Alcuni hanno persino sostenuto che la cooperazione necessaria per procurarsi la carne e l’atto di condividerla, nonostante la sua scarsità ai primi stadi dell’evoluzione umana, abbiano contribuito allo sviluppo della moralità umana (Mameli, 2013; DeBacker e Hudders, 2015). Tuttavia, le argomentazioni basate sulla tradizione sono molto meno convincenti se consideriamo come la conoscenza, i valori e le credenze correlate si siano evoluti nel tempo, con conseguente riduzione dell’accettabilità sociale o abbandono di molte altre tradizioni e pratiche di lunga data.
Il valore nutrizionale della carne costituisce una delle tesi più forti (Klurfeld, 2018), poiché l’attuale generazione di alternative vegetali alla carne non presenta ancora lo stesso valore nutrizionale della carne, come vitamina B12, zinco e proteine (Harnack et al., 2021). Tuttavia, se nuove fonti proteiche alternative derivate da tecnologie basate sulle cellule possono offrire benefici uguali o equivalenti, questa argomentazione potrebbe trovarsi indebolita.
Sebbene le argomentazioni contrarie alla carne sottolineino pesantemente i problemi ambientali ed ecologici causati dalla sua produzione, esistono importanti e inadeguatamente esaminate motivazioni a sostegno del consumo di carne in questi stessi ambiti. Attraverso l’uso di pratiche di pascolo rigenerativo si ottengono notevoli benefici ecologici, tra cui miglioramenti nella salute del suolo, una maggiore sequestro di CO2 , una riduzione dei gas serra, il ripristino della biodiversità e la produzione di proteine di alta qualità destinate al consumo umano (vedere Spratt et al., 2021 e altrove in questo numero, Thompson et al., 2023 ).
Secondo Davis (2003), una dieta che include animali al pascolo potrebbe causare meno morti rispetto a una dieta vegana, poiché l’agricoltura intensiva uccide molti animali nei campi (fino a 1,8 miliardi). I sistemi che usano pascoli e meno lavorazioni dei campi riducono questi danni. Anche considerando i ruminanti uccisi per la carne (1,42 miliardi), il numero totale resta più basso. Davis conclude che, secondo il principio del minimo danno, una dieta parzialmente carnivora può essere moralmente preferibile. Inoltre, la dieta vegana richiede troppo terreno coltivabile e potrebbe non essere sostenibile, rafforzando l’etica di includere un po’ di carne. Finora, pochi vegani hanno risposto a queste osservazioni, nonostante il benessere animale sia centrale nel loro discorso.
Anche gli effetti del passaggio primario a fonti proteiche vegetali sulle comunità locali e sugli ecosistemi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, osservati da Thompson (2021) sono spesso esplorati in modo inadeguato. In Bolivia, ad esempio, dove la quinoa (e i lama) sono importanti prodotti agricoli, Jacobsen (2011) ha riportato che la rapida crescita della domanda di questa pianta ha portato a pratiche di coltivazione intensive in alcune parti del paese, con conseguenti degrado del suolo in alcune aree, perdita di aree di pascolo per i lama e spostamento della dieta degli agricoltori andini verso fonti alimentari meno nutrienti. In questo caso, dare priorità alla domanda e ai valori dei più abbienti potrebbe aver comportato conseguenze negative indesiderate che hanno richiesto interventi scientifici, tecnologici ed educativi, nonostante i benefici economici per le popolazioni indigene. Questi risultati sottolineano la necessità di una riflessione che includa tutte le parti interessate e faciliti la previsione delle conseguenze del passaggio a diete a base vegetale che soddisfano il fabbisogno proteico umano prima di tentare di promuovere tali programmi alimentari trasformativi.
Infine, nelle discussioni contemporanee sul consumo di carne, spesso non si pone sufficiente attenzione al mantenimento della più ampia gamma di opzioni alimentari, data la diversità di bisogni e la capacità di accesso al cibo attualmente esistente a livello globale. È importante ricordare che in molte parti del mondo sviluppato e in via di sviluppo, la denutrizione e l’incapacità di accedere a proteine sufficienti rimangono problemi persistenti per numerose persone, in particolare donne e bambini. Ad esempio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riferito che 149 milioni di bambini di età inferiore ai 5 anni soffrono di ritardo della crescita a causa della malnutrizione e hanno un tasso di mortalità del 45% attribuito alla stessa causa ( OMS, 2021 ). Micronutrienti come iodio, vitamina A e ferro sono stati individuati come carenze di interesse globale.
Sebbene vi siano buone ragioni per riflettere sulle nostre abitudini alimentari e su quelle degli altri, è facile dimenticare che, sia nei paesi sviluppati che in quelli in via di sviluppo, molte persone non possono permettersi il lusso di scegliere la propria dieta (altrove in questo numero, Ederer et al., 2023 ). L’accesso a un’alimentazione adeguata è un diritto umano consolidato ( Nazioni Unite, 1999 ).
Pertanto, qualsiasi esercizio di ragionamento morale correlato dovrebbe considerare se sia giusto negare ad altri l’accesso ad alimenti proteici di alta qualità e digeribili, come la carne, che potrebbe alleviare uno stato nutrizionale scadente, soprattutto per coloro che sopravvivono con alimenti di qualità inadeguata e basso valore nutrizionale. Questo non vuol dire che dovremmo ignorare o sminuire le diverse preoccupazioni associate al consumo di carne. Piuttosto, dovremmo stare attenti a evitare l’imperialismo morale e culturale e la stigmatizzazione degli altri nelle discussioni su cosa costituisca una “buona” scelta alimentare. L’obbligo di soddisfare i bisogni alimentari della crescente popolazione mondiale suggerisce che potrebbe essere eticamente problematico ridurre piuttosto che aumentare il numero di opzioni disponibili per le persone che desiderano e necessitano di proteine di alta qualità.
La carne coltivata è realmente un’alternativa percorribile?
Sebbene questa innovazione prometta di ridurre molte problematiche legate all’allevamento animale, come il benessere degli animali e l’impatto ambientale, non elimina del tutto l’uso di animali, poiché le cellule staminali devono comunque essere prelevate da essi. Inoltre, la transizione verso la carne coltivata potrebbe avere ripercussioni negative su categorie come gli allevatori, i cui interessi e diritti dovrebbero essere considerati seriamente nel dibattito etico. Non si può semplicemente ignorare il loro ruolo o suggerire che si adattino senza supporto. Infine, si sottolinea l’importanza di valutare l’accettabilità culturale e sociale della carne coltivata nei diversi contesti globali, tenendo conto delle differenze in valori, preferenze e risorse. Dunque la produzione di carne coltivata offre soluzioni a problemi etici dell’allevamento tradizionale, ma solleva nuove sfide morali, sociali e culturali che richiedono attenzione e deliberazione inclusiva.
Conclusioni
Il futuro della carne è oggetto di dibattito aperto. Studi sulla percezione dei consumatori condotti nei paesi sviluppati suggeriscono che, le persone continueranno a mangiare carne, sebbene sia probabile che la frequenza e la quantità di carne consumata possano diminuire a seconda della demografia individuale, delle conoscenze e dei valori relativi agli animali, all’ambiente e alla salute umana. Sebbene le informazioni scientifiche disponibili siano ambigue in alcuni ambiti, abbandonare completamente il consumo di carne in questo momento sarebbe dannoso, non solo per la salute umana, ma anche per l’equità alimentare, la giustizia e la sostenibilità economica di diverse parti interessate, comprese molte delle più vulnerabili della società.
Una dieta esclusivamente a base vegetale non è fattibile per tutti, date le limitazioni sui terreni coltivabili, e i costi economici e ambientali dell’importazione di alimenti in tali regioni che introdurrebbero o esacerberebbero problemi di sicurezza e accesso al cibo. Oggi sminuire la priorità dei diritti umani al cibo (soprattutto considerando l’urgenza di soddisfare il fabbisogno proteico globale) a favore dei diritti degli animali e della tutela ambientale, presente e futura, non è né difendibile né necessario.
Al contrario, si dovrebbero esplorare alternative che proteggano meglio gli animali, le persone e l’ambiente da danni prevedibili ed evitabili. Sosteniamo pertanto le idee di Shannon et al. (2015) che suggeriscono di adottare un approccio che combina “i principi dei diritti umani e i valori della salute pubblica con una prospettiva agroecologica“.
Come potrebbe accadere? I membri e gli stakeholder dell’industria della carne dovrebbero affrontare in modo deliberato e ponderato le argomentazioni contrarie al consumo di carne. Questo non deve essere fatto solo con la retorica (anche se una comunicazione efficace con il pubblico dovrebbe sempre essere una priorità). Piuttosto, ciò che dovrebbe verificarsi è uno sforzo più concertato e collaborativo e investimenti nei progressi scientifici necessari per affrontare i problemi etici ancora in sospeso associati alla produzione e al consumo di carne. L’innovazione nella produzione alternativa, come la carne coltivata e le alternative alla carne, rappresenta un passo imperfetto ma importante per soddisfare le mutevoli aspettative della società nei paesi più ricchi, ma è importante, però, che le élite non impongano restrizioni a chi è in difficoltà.
Guardando al futuro, dobbiamo essere aperti a discutere di cosa significhino la disponibilità e la sicurezza alimentare nel contesto globale, di come il cambiamento climatico influenzerà le nostre risorse naturali e le dinamiche alimentari, e di dove vengono tracciati i confini etici rispetto a ciò che mangiamo e alla moltitudine di fattori che influenzano le nostre scelte e quelle degli altri. Il “food shaming” in qualsiasi forma deve essere evitato nelle discussioni su ciò che mangiamo, dati i limiti alla sicurezza, alla qualità, all’accesso e alla convenienza alimentare a cui si trovano confrontati molti, che sono spesso oggetto e raramente agenti di dibattiti pubblici e processi decisionali.
A tal fine, dobbiamo anche essere aperti a discutere delle attuali e future limitazioni delle risorse naturali e cercare proattivamente soluzioni scientificamente valide ed eticamente supportate. Ciò include l’impegno attivo o la scoperta di nuovi metodi per produrre cibo di alta qualità, inclusa la carne e non solo alimenti percepiti come “moralmente superiori”. Infine, dobbiamo essere preparati ad affrontare la possibilità che la scarsità di risorse naturali vitali come l’acqua possa imporre scelte, sia sociali che politiche, che potrebbero comportare una riduzione o l’eliminazione graduale dell’uso di animali per produrre alcuni alimenti, tra cui carne e colture intensive dal punto di vista idrico.
Questa sinossi è liberamente tratta da: “Is meat eating morally defensible? Contemporary ethical considerations” Animal Frontiers, Volume 13, Issue 2, April 2023, Pages 61–67, https://doi.org/10.1093/af/vfac097


















































































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