Primo parto delle manze: ritardarlo conviene davvero?
Più latte nella prima lattazione può compensare i costi di un parto più tardivo? Uno studio su oltre 128.000 Frisone statunitensi mette a confronto produzione, permanenza in mandria e risultato economico, evidenziando il ruolo decisivo di una crescita adeguata delle manze

Una manza che partorisce più tardi può produrre più latte nella prima lattazione, ma questo vantaggio non garantisce un risultato migliore per l’allevamento. A cambiare il bilancio sono anche la probabilità di restare in mandria, il latte cumulato nelle lattazioni successive e i costi sostenuti prima dell’ingresso in produzione.
È il nodo centrale di uno studio di Michael W. Overton, di Zoetis, pubblicato su JDS Communications ad agosto scorso. Il lavoro suggerisce che, nelle condizioni esaminate, il primo parto a 22–23 mesi rappresenti un obiettivo interessante. Non dimostra, però, che anticipare il parto migliori automaticamente le prestazioni. Crescita, salute e fertilità delle manze rimangono determinanti.
Un’analisi su 74 allevamenti
La ricerca è retrospettiva e osservazionale e utilizza i dati gestionali di 128.252 bovine Holstein di 74 allevamenti statunitensi, nate tra gennaio 2020 e giugno 2021 e suddivise in sette classi di età al primo parto, da 21 a 27 mesi. Sono stati esclusi 7.720 animali venduti per proseguire la carriera produttiva in altri allevamenti o eliminati sulla base della selezione genomica. Circa il 73% del campione aveva partorito tra 22 e 24 mesi.
L’autore ha analizzato produzione, giorni in latte, uscite dalla mandria, mortalità e natimortalità fino a 305 giorni della seconda lattazione, quando presente. I modelli statistici hanno considerato, tra gli altri fattori, allevamento, mese e anno di nascita, episodi di polmonite durante l’allevamento della manza, gemellarità, natimortalità e ordine di parto della madre. I risultati riportati sono quindi stime aggiustate dei modelli, non semplici medie grezze.
Il risultato cambia con l’indicatore produttivo
La distinzione più importante riguarda il modo di misurare il latte. Lo studio confronta la produzione proiettata a 305 giorni della prima lattazione con quella cumulata fino allo stesso termine e con quella accumulata nelle prime due lattazioni. Per quest’ultimo indicatore sono conteggiati fino a 335 giorni della prima e 305 della seconda.
La proiezione descrive il potenziale produttivo di una lattazione standardizzata. Il conteggio cumulato, invece, si interrompe quando la bovina lascia la mandria: un animale uscito al giorno 250 non apporta altro latte nei giorni successivi. La permanenza in allevamento entra così direttamente nel risultato produttivo.
La produzione proiettata raggiunge il massimo numerico nelle bovine con primo parto a 26 mesi, con 9.392 kg, contro 9.323 kg a 23 mesi. Il divario è limitato e le classi da 23 a 27 mesi non differiscono significativamente tra loro per questo indicatore.
Il quadro cambia per il latte cumulato. Il valore più alto della prima lattazione è a 23 mesi, con 9.316 kg, rispetto a 9.044 kg a 26 mesi e 8.719 kg a 27. Nell’indicatore che comprende le prime due lattazioni, le stime sono rispettivamente 18.330, 17.256 e 15.663 kg. La differenza tra 23 e 27 mesi raggiunge quindi 2.667 kg per animale.
Anche qui occorre evitare di trasformare il massimo numerico in una soglia rigida: nel latte cumulato delle due lattazioni, 22 e 23 mesi non risultano statisticamente differenti.
Le uscite dalla mandria pesano sul bilancio
Il rischio stimato di uscita in prima lattazione, comprensivo di vendita e morte, aumenta dal 17,2% a 21 mesi al 18,8% a 23 mesi, fino al 35,4% a 27 mesi. La quota stimata che arriva al secondo parto scende, negli stessi gruppi, dall’82,8% all’81,2% e al 64,6%.
La mortalità costituisce solo una parte delle uscite: in prima lattazione passa dal 2,7% nelle classi di 21 e 23 mesi al 4,2% a 27 mesi. Nella seconda lattazione il rischio complessivo di uscita presenta differenze più contenute, pur risultando più alto nel gruppo con primo parto a 27 mesi.
L’età non è l’unico fattore associato alle prestazioni. Gemellarità e natimortalità al primo parto si accompagnano a maggiori uscite e a minore latte cumulato; gli episodi di polmonite della manza mostrano un’associazione progressiva con la riduzione della produzione. La natimortalità al primo parto, invece, non segue un andamento regolare con l’età: questi dati non consentono di sostenere che anticipare il parto riduca necessariamente tale rischio.
Il vantaggio economico si riduce oltre i 23 mesi
Per stimare le conseguenze economiche, Overton ha integrato i risultati produttivi e di permanenza con un modello che comprende valore del latte e dei vitelli, alimentazione, rimonta e costi aggiuntivi di allevamento delle manze. Il confronto è standardizzato a 500 giorni in latte e 57 giorni di asciutta.
Le ipotesi riflettono il contesto statunitense: latte a 0,44 dollari/kg, alimento della razione unifeed a 0,29 dollari/kg di sostanza secca, valore medio del vitello di 1.000 dollari e costo della manza di rimonta di 3.500 dollari. Al ritardo del primo parto viene attribuito un costo aggiuntivo di 2,75 dollari al giorno, pari a circa 84 dollari per mese.
Il saldo economico stimato è pressoché identico tra 21 e 23 mesi, intorno a 5.054–5.057 dollari per animale. Scende a 4.948 dollari a 24 mesi, 4.741 a 26 e 4.388 a 27. Rispetto ai 23 mesi, il divario a 27 mesi è di circa 666 dollari.
Il maggiore ricavo da latte di alcune classi più tardive viene assorbito dall’aumento dei costi di mantenimento, rimonta e allevamento e dal minore valore atteso dei vitelli del secondo parto. Questi importi non rappresentano l’utile completo dell’azienda: sono il saldo delle voci incluse nel modello, che omette, per esempio, i costi dell’asciutta assumendoli uguali tra i gruppi. Non possono quindi essere trasferiti direttamente a un allevamento italiano.
L’obiettivo va costruito con la crescita
L’indicazione gestionale è programmare la rimonta affinché le manze possano partorire prima con uno sviluppo adeguato. Anticipare l’inseminazione di animali insufficientemente cresciuti non è una conseguenza sostenuta dai risultati.
La letteratura richiamata nel lavoro indica, per le Holstein, riferimenti di circa il 55–57% del peso adulto all’inseminazione e l’82–85% nei primi giorni dopo il parto. Sono proporzioni da rapportare alla taglia della mandria, non pesi universali. La crescita dovrebbe favorire lo sviluppo strutturale e dei tessuti magri, evitando eccessivi depositi adiposi.
Il ruolo del peso emerge anche da uno studio di Costigan e colleghi pubblicato su Animal nel 2025: in bovine Holstein-Friesian di allevamenti sperimentali irlandesi al pascolo, un maggiore peso al primo parto era associato a più latte nelle prime tre lattazioni, mentre l’età non mostrava un’associazione con la successiva quantità di latte. Un contesto produttivo diverso, che rafforza la necessità di interpretare l’età insieme allo sviluppo corporeo.
Per l’allevatore, ciò suggerisce di affiancare all’età media al parto la distribuzione dei pesi, gli accrescimenti, la storia sanitaria, i tempi di inseminazione e le uscite delle primipare. Valutare soltanto il latte proiettato a 305 giorni può nascondere una perdita di efficienza della rimonta.
Un campione ampio, con limiti da considerare
Le aziende partecipanti costituiscono un campione di convenienza, non una selezione rappresentativa di tutti gli allevamenti statunitensi. Inoltre, il peso al parto, i valori genomici, la difficoltà di parto e altri dati sanitari non erano disponibili in modo uniforme e non sono entrati nei modelli principali. Le informazioni sul peso utilizzate nella simulazione economica provengono da appena tre allevamenti.
Il primo parto tardivo potrebbe dunque riflettere anche problemi preesistenti di crescita, salute o fertilità. Un’associazione con l’età non dimostra un effetto causale dell’età stessa. Il follow-up produttivo si ferma alla seconda lattazione; la componente economica che proietta la carriera successiva assume rischi di uscita uguali tra i gruppi dalla terza lattazione in avanti.
Il lavoro sostiene quindi l’interesse per il primo parto a 22–23 mesi nelle Holstein adeguatamente sviluppate, senza fissare un obiettivo valido per ogni azienda. La decisione va verificata sulla combinazione tra crescita, latte cumulato, permanenza in mandria e costi effettivi della rimonta.
Fonti: Overton, M. W. (2026). Associations between age at first calving, productivity, survival and economic performance in US Holsteins. JDS Communications, DOI:10.3168/jdsc.2026-1103.
















































































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