L’ingestione è il fenotipo più importante da tenere sotto controllo
Il controllo dell’ingestione di sostanza secca è cruciale per produzione, fertilità e salute delle bovine da latte. In questo approfondimento analizziamo i fattori che la influenzano e le strategie utili a massimizzarla

Anche se è un aspetto noto, perché se ne parla da molti anni, è bene non dimenticare che la selezione genetica per gli attuali caratteri produttivi conferisce alla mammella delle bovine in lattazione fresche e non ancora gravide un’assoluta priorità metabolica nell’utilizzo dei nutrienti ingeriti con la dieta o che vengono prodotti dal rumine.
Successivamente, con la gravidanza, tale priorità si sposta all’utero gravido e al tessuto adiposo. Un altro punto di fondamentale importanza è non dimenticare che le bovine sono dei ruminanti, per cui esiste un limite fisiologico pressoché invalicabile nel “concentrare” le razioni, ossia nel sostituire i foraggi con i concentrati.
Ingestione vs concentrazione della razione
Per garantire alle vacche fresche il più elevato apporto possibile di energia, e più in generale di nutrienti, è bene massimizzare la loro ingestione piuttosto che concentrare eccessivamente le razioni, perché ciò avrebbe ripercussioni negative sull’ingestione giornaliera.
Quando si formulano le razioni o i mangimi, per semplicità di gestione e di calcolo, si esprimono i vari nutrienti in percentuale (concentrazione). Ad esempio, una razione o un mangime possono avere il 16% di proteina e il 26% di amido (sulla sostanza secca) ma a fare la differenza è l’ingestione giornaliera effettiva, anche detta Dry Matter Intake (DMI).
Se le bovine ingerissero mediamente 25 kg della razione con la concentrazione di proteina e amido, rispettivamente, al 16 e al 26 %, l’apporto giornaliero di proteina sarebbe di 4000 grammi e quello di amido di 6500 grammi.
Se con accortezze nutrizionali e gestionali, di cui successivamente parleremo più approfonditamente, si riuscisse ad aumentare a 27.5 kg la quantità di sostanza secca mangiata, la proteina effettivamente ingerita aumenterebbe di 400 grammi (quasi un kg di soia non decorticata) e l’amido di 650 grammi (quasi un kg di mais).
Se volessimo garantire alle bovine un apporto giornaliero di 4400 grammi di proteina e 7150 di amido ma in 25 kg di sostanza secca (perché per varie ragioni non ne mangiano di più), la razione dovrebbe avere una concentrazione proteica del 17.6% di proteina e il 28.6% di amido. Una razione con queste caratteristiche potrebbe però avere un rapporto foraggi/concentrati molto basso, una ridotta quantità o, meglio, concentrazione, di fibra effettiva e causare disturbi ruminali come l’acidosi ruminale subclinica.
Tra 25 e 27 kg di ingestione giornaliera c’è un’enorme differenza, ma siamo ormai dotati degli giusti strumenti per verificare se, in un determinato allevamento o in uno specifico individuo, esistono fattori che interferiscono sull’ingestione di sostanza secca.
Il fenotipo DMI e la capacità d’ingestione
Prima di prendere in esame i principali fattori che condizionano l’ingestione di sostanza secca delle bovine da latte è utile condividere due aspetti.
Il primo è considerare che di equazioni previsionali sull’ingestione ce ne sono molte ma che la loro affidabilità non è ancora elevata. Nell’articolo scientifico “Accuracy and precision in DM intake prediction models for lactating dairy cows”, recentemente pubblicato da Animal, viene approfondita questa affermazione.
Il secondo aspetto è che purtroppo in Italia il fenotipo DMI non viene raccolto sistematicamente nel corso dei controlli funzionali finalizzati alla selezione genetica, almeno in quegli allevamenti, che sono molti, che fanno razioni unifeed (TMR) gruppo unico nelle vacche in lattazione.
Senza pretese di robustezza scientifica, raccogliere il dato medio d’ingestione il giorno del controllo funzionale permetterebbe di fare del benchmarking, e forse sarebbe d’aiuto nella selezione del carattere “efficienza alimentare”, che per come sta evolvendo la frisona italiana è sempre meno utilizzabile nella pratica.
Secondo la tabella 21-1 del NASEM 2012, le primipare di razza Frisona con un peso di 570 kg a 150 giorni di lattazione sono in grado di avere una DMI di 23.9 kg, che corrisponde al 4.2% del loro peso corporeo. Una Frisona matura di 700 kg a 100 giorni di lattazione potrebbe, o dovrebbe, ingerire 29.4 kg di sostanza secca, ossia il 4.2% del suo peso.
La capacità d’ingestione è pertanto anch’esso un fenotipo la cui manifestazione è condizionata da fattori genetici, ambientali, manageriali, nutrizionali e sanitari, ma anche da fattori specifici legati agli animali, come la razza, l’età, la taglia, la gravidanza e il suo stadio, la profondità addominale e il BCS, e ai singoli alimenti.
Fattori nutrizionali che condizionano l’ingestione
Ci sono alcuni aspetti nutrizionali che sono particolarmente importanti nel condizionare l’ingestione. Il “decano” dei nutrienti che la influenza maggiormente è sicuramente l’NDF, ossia la quantità di fibra di una razione che ne determina l’ingombro ruminale e quindi la possibilità di essere ingerita.
Le bovine sono in grado di ingerire l’1.2 % del proprio peso vivo di NDF. Una bovina adulta di 700 kg può quindi mangiare mediamente 9 kg di NDF e al massimo 10.7.
Nonostante l’anzianità di questo calcolo, esso è ancora utilizzabile, anche se non distingue la provenienza dell’NDF: se dai foraggi o dai concentrati fibrosi.
C’è oggi a disposizione anche l’uNDF, ossia l’NDF non digerito dopo un determinato tempo. La percentuale di uNDF che può essere ingerita dalle bovine fresche va dallo 0.29 allo 0.35% del loro peso vivo oppure dal 9 all’11% della sostanza secca della razione.
Secondo la teoria dell’ossidazione epatica di Allen, i propionati, derivanti prevalentemente dalle fermentazioni ruminali dell’amido, sono l’aspetto metabolico che maggiormente condiziona l’ingestione.
Non essendoci purtroppo un fabbisogno preciso di amido ci si deve far guidare dalle conoscenze teoriche e dall’esperienza empirica. Razioni ad elevata concentrazione di amido tendono a saziare di più e prima rispetto a quelle di media concentrazione.
Spesso succede che un aumento di concentrazione di amido e una conseguente riduzione di NDF permettono di realizzare diete con una concentrazione energetica più elevata ma che verranno ingerite in minore quantità, anche sul fronte delle megacalorie di energia.
Non essendoci un fabbisogno certo e puntuale di amido, spetta al nutrizionista capire a quale livello di concentrazione amidacea fare le razioni per non deprimere l’ingestione e garantire il massimo apporto energetico soprattutto alle bovine fresche.
Altri fattori nutrizionali, ambientali e gestionali
Sono ben 13 gli aspetti nutrizionali che possono modulare l’ingestione delle bovine da latte oltre l’NDF. Tra questi merita attenzione l’acqua da bere.
Sappiamo esattamente qual è l’ingestione potenziale d’acqua sia durante l’inverno che l’estate, a patto che l’acqua sia di buona qualità, alla giusta temperatura e sia accessibile a tutte le bovine soprattutto quando escono dalla mungitura. Le bovine da latte bevono infatti il 60% del loro consumo giornaliero subito dopo la mungitura.
L’esperienza consiglia di installare un contalitri all’impianto che garantisce l’approvvigionamento d’acqua agli abbeveratoi. In questo modo si può controllare periodicamente per tutto l’anno qual è l’ingestione media d’acqua per capo e confrontarla con i dati riportati dalla letteratura.
Secondo quanto contenuto nell’articolo scientifico “Prediction of drinking water intake by dairy cows” pubblicato sul Journal of Dairy Science, il fabbisogno idrico delle bovine da latte è mediamente, in condizioni normali, di 78,4 ± 2,6 kg di acqua al giorno. In un articolo di Ruminantia del febbraio 2019 dal titolo “L’acqua da bere necessita di una maggiore attenzione” abbiamo approfondito questo argomento.
Anche se stimare l’ingestione d’acqua è possibile, è utile quantificare periodicamente l’ingestione effettiva per capo in lattazione e in asciutta e confrontarla con le stime precedenti ma soprattutto con il medesimo periodo dell’anno precedente.
Se questo anche questo fenotipo venisse raccolto nel corso dei controlli funzionali si potrebbe con il tempo elaborare un valore di riferimento, per allevamenti simili e per determinati periodi.
Si consiglia inoltre di consultare l’analisi dell’acqua che periodicamente si fa per verificarne la potabilità, per vedere se parametri come durezza, odore e sapore, pH e determinati minerali come sodio, solfati e ferro, ne possono condizionare la quantità ingerita.
Ci sono alimenti poco appetibili naturalmente oppure perché contaminati da micotossine, irranciditi o insilati mal fermentati che, se inclusi nella razione, possono causare una ridotta ingestione.
Nel caso si dubitasse di ciò, basta testare quelli sospetti somministrandoli da soli ad animali non in lattazione e osservando il comportamento delle bovine. Le casistiche principali possono essere:
- li annusano e li assaggiano e poi smettono di farlo;
- li assaggiano o li annusano e poi non li mangiano più;
- li mangiano normalmente.
L’accostare l’unifeed alla mangiatoia più volte al giorno stimola indubbiamente l’ingestione.
Conclusioni
L’ingestione di sostanza secca è il fenotipo maggiormente correlato con la produzione, la fertilità e la salute delle bovine da latte.
Pertanto, va monitorato costantemente almeno una volta a settimana e dopo ogni cambio di razione, confrontando il numero effettivo di razioni somministrate meno lo scarto e, se presenti, sommando ad esso la media di mangime effettivamente consumato nei robot o negli auto-alimentatori.
Qualora l’ingestione non sia in linea con quella media del periodo, con quella dello stesso mese dell’anno precedente e con quella stimata dalle equazioni, è necessario attivare un intervento diagnostico dettagliato, di cui in questo articolo abbiamo trattato solo gli aspetti salienti.















































































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