Il verme del Nuovo Mondo: una minaccia in espansione che richiede cooperazione internazionale

La miasi da Cochliomyia hominivorax, anche conosciuta con il nome verme del Nuovo Mondo, riemerge in America Centrale e registra casi isolati negli Stati Uniti, sollevando l’urgenza di strategie coordinate tra Paesi e settori

vacca mosche
1 Settembre, 2025

La miasi da Cochliomyia hominivorax, meglio conosciuta come verme del Nuovo Mondo, è una malattia zoonotica causata da parassiti che negli ultimi due anni ha mostrato una ripresa preoccupante nelle Americhe. L’Organizzazione Mondiale per la Salute Animale (OMSA) segnala infatti oltre 20.000 focolai registrati attraverso il sistema WAHIS, con casi documentati in Belize, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Honduras, Nicaragua e Messico dopo la ricomparsa in Panama nel giugno 2023.

Si tratta di una patologia a forte impatto sugli animali domestici e selvatici, ma anche sugli esseri umani, in grado di determinare conseguenze gravi e talvolta fatali soprattutto nei soggetti più vulnerabili. Le implicazioni non si limitano al comparto zootecnico: le considerazioni ambientali e sanitarie rendono necessaria una visione One Health, capace di integrare veterinaria, salute pubblica e gestione delle frontiere.

Le raccomandazioni dell’OMSA

Secondo l’OMSA, il controllo della miasi passa da strumenti concreti e rigorosi: l’ispezione clinica degli animali, il trattamento tempestivo delle ferite, l’applicazione di insetticidi secondo le normative nazionali, la quarantena e la certificazione sanitaria degli animali destinati agli spostamenti. Attualmente non esistono vaccini né presidi specifici: in passato si è fatto ricorso con successo a programmi di eradicazione basati sull’uso di maschi sterilizzati con la tecnica dell’insetto sterile, che rimane un’opzione da considerare.

Per coordinare gli sforzi, è stato attivato il Global Framework for the Progressive Control of Transboundary Animal Diseases (GF-TAD), con un gruppo permanente di esperti in miasi che facilita lo scambio di conoscenze e l’elaborazione di strategie condivise. L’OMSA richiama inoltre i Paesi membri al rispetto delle disposizioni del Codice Sanitario e del Manuale Terrestre, fornendo supporto tecnico attraverso il laboratorio di riferimento del COPEG a Panama.

La collaborazione internazionale, sottolinea l’OMSA, è fondamentale anche per individuare l’introduzione della malattia attraverso movimenti illegali di animali e garantire cure adeguate agli individui colpiti.

Il caso isolato negli Stati Uniti

Negli Stati Uniti, il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS) e il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA) hanno confermato il 26 agosto scorso un caso in un essere umano di verme del Nuovo Mondo legato ad un viaggiatore di ritorno da El Salvador. L’episodio, identificato nel Maryland dal CDC in collaborazione con le autorità locali, è stato classificato come isolato e non ha avuto finora conseguenze sul bestiame statunitense.

Per eccesso di cautela, l’USDA ha avviato una sorveglianza mirata in un’area di 20 miglia intorno al luogo interessato, che include porzioni di Distretto di Columbia, Maryland e Virginia. I risultati delle trappole sono stati tutti negativi. Il rischio per la salute pubblica negli Stati Uniti è al momento considerato molto basso, ma resta la consapevolezza che casi sporadici legati a viaggiatori possano verificarsi anche in futuro.

Le autorità americane hanno già messo in campo un piano di prevenzione a cinque punti, che comprende il rafforzamento della barriera biologica a Panama e la costruzione di un impianto nazionale per la produzione e dispersione di mosche sterili, con l’obiettivo di evitare l’introduzione del parassita nel territorio nazionale.

Una sfida di lungo periodo

Il ritorno e la diffusione della miasi da Cochliomyia hominivorax mettono in luce la fragilità dei confini sanitari e la necessità di un impegno coordinato tra Paesi. La sua capacità di colpire animali da reddito, fauna selvatica e uomini, unita all’assenza di vaccini, ne fanno un nemico difficile da contenere.

Le esperienze passate di eradicazione dimostrano che strumenti efficaci esistono, ma richiedono visione strategica, risorse e soprattutto collaborazione transfrontaliera. È questa la via indicata dall’OMSA e ribadita dalle autorità statunitensi: un approccio globale, integrato e proattivo per fronteggiare una minaccia che, da zoonosi parassitaria, rischia di trasformarsi in un problema economico e ambientale di vasta portata.

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