Gli additivi che mettiamo nelle razioni arrivano effettivamente agli animali?
Tra precision feeding, rumino-protezione e biodisponibilità: una riflessione a cura del Direttore Alessandro Fantini sulle tecnologie nutrizionali che permettono ai nutrienti funzionali di superare il rumine e raggiungere i reali siti di assorbimento

Le prestazioni produttive degli animali d’allevamento, grazie a una selezione e a una gestione sempre più efficienti, sono cresciute in modo significativo, soprattutto negli ultimi anni. Tuttavia, per limiti fisiologici e normativi, soddisfare appieno tutti i fabbisogni nutritivi non è sempre semplice, tanto che la lista dei “bilanci negativi” continua ad ampliarsi.
Stiamo infatti imparando, non senza difficoltà, a convivere, in particolare nella bovina da latte, con il deficit energetico, amminoacidico, vitaminico, di acidi grassi essenziali e spesso anche di antiossidanti nella prima metà della lattazione. A complicare ulteriormente questo scenario si aggiunge la condivisibile esigenza di ridurre al minimo l’uso degli antibiotici, sia per contrastare l’antibiotico-resistenza sia per evitare la presenza di residui negli alimenti.
Anche sul fronte degli antinfiammatori e delle molecole ad attività ormonale molti operatori si stanno preparando a una progressiva limitazione del loro impiego. In questo scenario, la nutrizione di base, quella finalizzata a coprire i fabbisogni necessari per mantenimento, crescita, produzione, riproduzione e immunità, è entrata a pieno titolo nel paradigma dell’alimentazione di precisione (precision feeding).
Alla base di questo approccio vi è la convinzione che lo spreco, cioè il sovradosaggio dei nutrienti, rappresenti un danno per il reddito degli allevatori, per la salute degli animali e per l’ambiente.
Di converso, anche le carenze nutritive rappresentano un rischio significativo. Il punto di vista della precision feeding e la costante ricerca di nutrienti che, opportunamente dosati, possano contribuire alla riduzione dell’uso dei farmaci, stanno diffondendosi rapidamente.
Nella figura sottostante sono rappresentati i principali nutrienti apportati con le diete agli animali. Per alcuni di essi è possibile aumentarne le quantità utilizzando molecole equivalenti di sintesi o di origine naturale. È questo il caso delle vitamine, degli oligoelementi, dei macrominerali e di specifiche frazioni proteiche, come quella non proteica apportabile con l’urea, gli aminoacidi e determinati acidi grassi.
Esistono poi alcune molecole che, seppur presenti in natura, non possono essere somministrate, poiché un eventuale sovradosaggio potrebbe risultare pericoloso per la salute sia degli animali sia dell’uomo.

L’aggiunta nelle razioni di dosaggi superiori a quelli che gli alimenti apporterebbero di aminoacidi, acidi grassi, composti fenolici, vitamine e minerali, e in generale di qualsiasi elemento oltre i fabbisogni suggeriti nella nutrizione di base, rientra nella disciplina della nutrizione funzionale e della nutrizione clinica. A questa branca della nutrizione appartengono anche la nutraceutica e la fitoterapia, che valorizzano molecole naturali con effetti benefici sulla salute, presenti in specifiche essenze vegetali.
Questa complessità, tipica della scienza della nutrizione, risulta ancora più accentuata nei ruminanti. La peculiare fisiologia digestiva del rumine degrada molti dei nutrienti introdotti con la razione, trasformandoli in altre molecole. Il rumine, insieme al suo microbiota, utilizza una parte rilevante di questi nutrienti e restituisce al ruminante composti nutritivi di nuova sintesi.
Per far sì che alcuni nutrienti raggiungano i principali siti di assorbimento, come le pareti ruminali, l’epitelio del piccolo intestino o del grosso intestino, è necessario proteggerli, almeno in parte, dall’azione degradativa del rumine. Alcuni alimenti presentano naturalmente bassa degradabilità ruminale e riescono quindi a veicolare intatte all’intestino molecole di notevole importanza fisiologica.
L’industria ha messo a disposizione dei nutrizionisti, e quindi degli allevatori, diverse tecnologie capaci di aumentare la biodisponibilità di specifici nutrienti, o di interi pool nutrizionali, sia nei monogastrici sia nei ruminanti. Per biodisponibilità si intende la capacità di un nutriente di raggiungere i principali siti di assorbimento, generalmente l’intestino, nella maggiore quantità possibile e di essere lì assorbito in modo ottimale.
Esistono diverse tecnologie di rumino-protezione in grado di schermare un principio attivo dalla degradazione ruminale e, al contempo, consentirne l’assorbimento a livello intestinale. Un esempio emblematico è quello della colina, una molecola di fondamentale importanza per la salute epatica, poiché contribuisce a prevenire e “correggere” la lipidosi epatica, cioè l’accumulo di trigliceridi nel fegato.
È abbondantemente presente in alimenti consumati in grande quantità dai bovini, come il mais e la soia, ma solo circa il 3% riesce a superare indenne le fermentazioni ruminali, raggiungere l’intestino tenue ed essere assorbita. L’industria, grazie alle tecnologie di rumino-protezione, può far arrivare all’intestino fino al 75% della colina cloruro di sintesi introdotta nella dieta, conferendole così un’elevata biodisponibilità. Lo stesso principio vale per la betaina, per diverse vitamine e per aminoacidi essenziali come metionina e, ancora, colina.
Esistono inoltre ottimi principi attivi ampiamente noti in fitoterapia, utilizzabili come oli essenziali o come piante essiccate, che, tuttavia, nei ruminanti difficilmente superano indenni l’ambiente ruminale e raramente raggiungono in quantità adeguate i principali siti intestinali di assorbimento.
Sappiamo poi che per alcuni nutrienti, come ad esempio i minerali (macro o micro), l’intestino tenue non assorbe completamente ciò che gli arriva; di conseguenza, la fonte con cui vengono forniti fa la differenza. Nei minerali, per esempio, le forme solfato risultano più disponibili rispetto a ossidi e carbonati, mentre gli oligoelementi chelati a zuccheri o aminoacidi presentano una biodisponibilità superiore rispetto alle forme inorganiche.
La medicina umana, o meglio la farmacologia, sta approfondendo molto questo ambito, soprattutto per veicolare principi attivi specifici, come gli antineoplastici, direttamente ai sistemi cellulari bersaglio.
Considerato che, per le ragioni esposte, è sempre più necessario adottare un’alimentazione di precisione, ci piacerebbe aprire una discussione su queste tecnologie sulle pagine della nostra rivista Ruminantia e accogliere i punti di vista dei nostri lettori.



















































































GDPR Compliant