L’ultimo Uro

Per centinaia di migliaia di anni ha popolato Europa, Asia e Africa. È stato raffigurato nelle più antiche opere d’arte dell’uomo e, circa 10.000 anni fa, è diventato il progenitore dei bovini domestici. L’ultimo esemplare selvatico morì in Polonia nel 1627. Oggi alcuni programmi di rewilding cercano di ricostruirne le caratteristiche attraverso il back-breeding

4 Settembre, 2026

Nel 1627, nella foresta primordiale di Jaktorów, in Polonia, morì l’ultimo Uro conosciuto.

Era una femmina e aveva circa 30 anni. Con la sua morte scomparve dalla natura il Bos primigenius, il grande bovino selvatico che per centinaia di migliaia di anni aveva popolato vaste aree dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa e da cui discendono i primi bovini domestici.

Questa specie ha accompagnato la storia dell’uomo per migliaia di anni, come testimoniano reperti archeologici e rappresentazioni artistiche. Tra queste, le celebri pitture rupestri delle grotte di Lascaux testimoniano quanto l’uro fosse importante anche nell’immaginario dei primi esseri umani

La sua fine non fu però un evento improvviso. Quando morì l’ultimo esemplare, la specie era già da secoli sull’orlo dell’estinzione. La popolazione della foresta di Jaktorów rappresentava infatti ciò che restava di una presenza un tempo molto più ampia.

La storia dell’estinzione dell’Uro è una delle meglio documentate tra i grandi mammiferi europei.

L’ultimo rifugio

Le fonti storiche indicano che già nel XIII secolo l’Uro era scomparso dalla maggior parte dei territori europei. Piccole popolazioni sopravvivevano ancora in alcune aree della Polonia, della Moldavia e della Russia europea.

L’ultima popolazione conosciuta si concentrò nella foresta primordiale di Jaktorów, situata circa 60 chilometri a sud-ovest di Varsavia.

Qui gli uri erano sottoposti alla protezione dei re polacchi. La loro presenza era considerata un privilegio della Corona e la loro caccia rientrava nello jus regale. I commissari del re dovevano presentare rapporti sullo stato del Bos primigenius, fornendo così una storia dettagliata dell’Uro nel suo ultimo rifugio negli anni dal 1510 fino alla sua estinzione nel 1627. I documenti conservati permettono così di seguire, quasi passo dopo passo, gli ultimi decenni della specie.

Molti dettagli sulla vita di questi animali sono arrivati a noi grazie all’Historia animalium di Gesner (1551) da cui sappiamo che erano persino presenti guardiacaccia la cui unica funzione era quella di prendersi cura degli Uri selvatici, nutrendoli d’inverno con fieno raccolto nei prati adiacenti e riportando nella foresta gli esemplari che occasionalmente si smarrivano. Erano inoltre tenuti ad uccidere gli esemplari che si fossero accoppiati con bovini domestici in quanto il frutto di questi accoppiamenti non erano resistenti e morivano perlopiù durante gli inverni rigidi. 

Perché si estinse?

La protezione reale non fu sufficiente a fermare il declino. La popolazione era ormai troppo piccola e doveva affrontare una combinazione di fattori sfavorevoli

Condizioni meteorologiche avverse sembrano aver causato anche una grande moria nel 1557, all’inizio del quale si dice che il numero totale di questi animali nella foresta primordiale di Jaktorowska superasse le cinquanta unità.

Gli archivi dell’epoca documentano i danni causati, tra l’altro, dal taglio del legname nella foresta che continuava a devastare gli habitat naturali dell’animale e dal pascolo di cavalli, bovini domestici e suini, soprattutto in autunno, quando le ghiande maturavano.

A questi problemi si aggiunsero gli inverni particolarmente rigidi, le malattie, la piaga della caccia indiscriminata e la morte di alcuni esemplari durante i combattimenti tra maschi nella stagione degli amori

La situazione divenne quindi sempre più fragile.

Nel 1601 restavano soltanto quattro animali. Tre erano maschi. Una era la femmina che sarebbe diventata l’ultimo Uro.

La fine

Quell’unica femmina sopravvisse ancora per 26 anni. Morì nel 1627, all’età di circa 30 anni.

Non sappiamo con certezza quale sia stata la causa della sua morte. Sappiamo però che con lei si concluse la storia dell’uro selvatico.

Vicino al luogo in cui visse e si estinse quest’ultimo esemplare è stato eretto un monumento che riporta questa frase:

“The Auruch – Bos primigenius bojanus, the ancestor of domestic cattle, lived in this forest Jaktorów until the year 1627.”

By Tomasz Kuran aka Meteor2017 – Photo taken by Meteor2017, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.orgwindex.phpcurid=187531

I tentativi “de-estinzione”

La storia dell’uro non si è conclusa completamente con il 1627.

Negli ultimi decenni sono infatti nati diversi programmi di back-breeding, cioè programmi di selezione e incrocio finalizzati a ricostruire, per quanto possibile, le caratteristiche dell’animale estinto.

L’idea parte da un dato fondamentale: l’uro non è scomparso completamente dal patrimonio genetico dei bovini domestici. La domesticazione ha trasformato profondamente questi animali attraverso migliaia di anni di selezione, ma alcune popolazioni e razze hanno conservato caratteristiche che ricordano maggiormente quelle dei loro antenati selvatici.

Il back-breeding cerca di sfruttare proprio questa variabilità.

L’obiettivo non è ovviamente riportare in vita l’uro originale. Si tratta invece di utilizzare razze bovine moderne che hanno conservato alcune caratteristiche considerate ancestrali e selezionarle e incrociarle per ottenere animali sempre più simili, per morfologia e comportamento, al loro antenato selvatico con l’obiettivo di reintrodurlo in natura.

Tra i programmi più conosciuti c’è il Tauros Programme, che ha utilizzato razze rustiche e antiche provenienti da diverse aree d’Europa, principalmente dalla penisola iberica e dall’Italia, ad esempio, bovini Sayaguesa, Pajun, Podolica e Maremmana.

vacca-podolica

Il risultato è il Tauros, un bovino selezionato per ricordare l’uro sia nell’aspetto sia, per quanto possibile, nel comportamento.

Perché ricreare un animale estinto?

I grandi erbivori selvatici hanno un ruolo importante nel funzionamento degli ecosistemi. Attraverso il pascolamento, il calpestio, la dispersione dei semi e l’interazione con la vegetazione contribuiscono a modificare il paesaggio e a creare habitat utilizzati da numerose altre specie.

Per questo alcuni programmi di rewilding stanno introducendo bovini di tipo Tauros in aree naturali dove possano svolgere una funzione ecologica simile a quella che, prima dell’estinzione, era svolta dai grandi bovini selvatici. L’obiettivo è quello di “rinaturalizzare” dieci grandi aree europee e ricostruire il “cuore naturale dell’Europa”.

Un esempio recente è il lavoro portato avanti dalla Fondazione Hempel che prevede il rilascio di esemplari di Tauros nella riserva naturale di Saksfjed, sull’isola danese di Lolland, nell’ambito di un progetto dedicato alla biodiversità e allo studio del ruolo dei grandi erbivori negli ecosistemi.

Il progetto non pretende di cancellare il 1627 e riportare indietro l’ultimo uro. Cerca piuttosto di recuperare la sua funzione ecologica.

Secondo il comunicato stampa diffuso dalla fondazione, la razza è stata creata attraverso un programma di allevamento internazionale che ha utilizzato la tecnica del “reincrocio” tra sei delle razze bovine più antiche del mondo, al fine di creare una razza il più simile possibile all’Uro. Secondo quanto riportato dalla fondazione i nuovi tori possono raggiungere un’altezza di circa 1,80 metri al garrese e pesare più di 1.360 chilogrammi, superando di gran lunga le dimensioni dei bovini moderni.

“Il tauro non è solo un animale spettacolare, ma anche una chiave fondamentale per comprendere come i grandi erbivori possano potenziare gli effetti del rewilding e promuovere la biodiversità. Il programma di ricerca ci fornirà importanti conoscenze sui grandi erbivori negli ecosistemi odierni e getterà le basi per la futura gestione della natura”, afferma Jens-Christian Svenning, professore presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Aarhus e uno dei principali promotori della ricerca.

 

Fonti: “The Ure-ox, extinct in Europe since the seventeenth century: an early attempt at conservation that failed”, “Genetic origin, admixture and population history of aurochs (Bos primigenius) and primitive European cattle”, Tauros Programme, Fondazione Hempel

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