La linea vacca–vitello sarda può diventare protagonista del Carbon farming europeo

Gli allevamenti vacca–vitello sardi a bassa intensità colturale riducono le emissioni e sequestrano più carbonio, generando crediti potenziali e contribuendo alla neutralità climatica

24 Febbraio, 2026

È quanto emerge da uno studio pubblicato dalla sezione di Scienze zootecniche del Dipartimento di Agraria dell’Università degli Studi di Sassari, che ha quantificato l’impronta carbonica degli allevamenti bovini da carne della Sardegna considerando sia le emissioni di gas a effetto serra (Greenhouse gases, GHG) che il sequestro di carbonio operato da pascoli, macchia mediterranea e superfici silvane.

L’analisi ha coinvolto 18 aziende linea vacca–vitello rappresentative del sistema bovino regionale, classificate in base all’intensità di coltivazione, ovvero la percentuale di superficie coltivata rispetto alla superficie totale aziendale. Le aziende con una bassa intensità di coltivazione (superfici coltivate <15%), caratterizzate da una maggiore presenza di pascoli naturali, macchia mediterranea e sistemi agroforestali (Meriagos), sono state confrontate con aziende ad alta intensità di coltivazione (superfici coltivate >15%), caratterizzate da una quota più elevata di superfici coltivate destinate alla produzione di foraggi e granelle.

Lo studio, condotto con metodologia LCA (Life Cycle Assessment), definita secondo gli standard ISO 14040 e 14044, ha evidenziato come l’intensità di coltivazione possa influenzare in modo significativo l’impronta carbonica degli allevamenti.

Le aziende con minore intensità colturale hanno registrato emissioni lorde più contenute (19,80 kg CO₂e/ kg peso vivo venduto) rispetto a quelle ad alta intensità di coltivazione (26,75 kg CO₂e/ kg peso vivo venduto). In entrambi i casi, il metano enterico si è confermato la principale fonte emissiva, contribuendo per circa il 70% delle emissioni totali, a causa della dieta basata prevalentemente su foraggi verdi e conservati.

L’elemento innovativo dello studio risiede però nell’inclusione del sequestro del carbonio nel bilancio complessivo.

Considerando l’accumulo di carbonio nel suolo (derivante da residui colturali, deiezioni e biomassa radicale) e quello nella biomassa arborea e arbustiva dei sistemi silvo-pastorali, l’impronta carbonica netta è risultata negativa in entrambi i gruppi, ma in misura nettamente maggiore nelle aziende a bassa intensità di coltivazione. In media, l’impronta carbonica netta è stata pari a −48,02 kg CO₂e/kg di peso vivo venduto nelle aziende meno coltivate, contro −7,30 kg CO₂e/kg nelle aziende più intensive.

Questi risultati indicano che i sistemi vacca–vitello estensivi della Sardegna possono generare crediti di carbonio potenzialmente in grado di compensare anche le emissioni della successiva fase di ingrasso. La minore intensità colturale, infatti, riduce le emissioni legate a fertilizzanti, lavorazioni meccaniche e produzione di foraggi e granelle, mentre aumenta la capacità di sequestro dei pascoli permanenti e delle aree agroforestali.

 

Dal punto di vista politico e normativo, lo studio suggerisce che la linea vacca–vitello sarda possiede caratteristiche coerenti con gli obiettivi del nuovo quadro europeo sul Carbon farming (Reg. UE 2024/3012). Tuttavia, gli autori sottolineano che un bilancio di carbonio negativo a livello aziendale non equivale automaticamente a crediti certificabili: per accedere ai mercati volontari o regolamentati sono necessari requisiti stringenti di addizionalità, permanenza, monitoraggio e verifica indipendente. La certificazione, infatti, richiede di calcolare l’impronta carbonica aziendale, applicare buone pratiche di sequestro, registrare il progetto presso un ente accreditato e negoziare i crediti di carbonio.

In conclusione, il modello estensivo sardo – basato sul pascolamento, basse densità di allevamento e integrazione con sistemi silvo-pastorali mediterranei – si conferma non solo coerente con la valorizzazione delle aree marginali, ma anche potenzialmente strategico nel percorso europeo verso la neutralità climatica.

Ulteriori ricerche saranno necessarie per tradurre questo potenziale in strumenti operativi e certificabili di Carbon farming, ma i risultati ottenuti indicano che la bovinicoltura sarda può rappresentare un esempio virtuoso di mitigazione climatica nel Mediterraneo.

La presente nota è una sintesi è una sintesi del seguente articolo scientifico pubblicato dalla rivista Frontiers in Animal Science. Lunesu, M. F., Caratzu, M. F., Sechi, S., Pulina, G., Battacone, G., & Nudda, A. (2026). Role of cultivation intensity in shaping the net carbon footprint of Mediterranean cow-calf systems. Frontiers in Animal Science, 6, 1748147. https://doi.org/10.3389/fanim.2025.1748147 

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