Fiere e zootecnia: dove la tribù prende vita

Uomo animale sociale: tra digitale e rituali reali, le fiere restano centrali. Agriumbria conferma il valore dell’incontro nella filiera zootecnica

31 Marzo, 2026

È noto che gli esseri umani sono animali sociali: per natura, quando ne hanno la possibilità, tendono a vivere in gruppo, proprio come molte altre specie con cui condividiamo la Terra. Nell’uomo, il termine “branco” è stato progressivamente sostituito prima da “tribù” e poi, nel corso della storia, da molte altre definizioni di comunità; tuttavia, nella sostanza, poco è cambiato. La cultura ci ha plasmati, ma la nostra natura resta, da migliaia di anni, sorprendentemente la stessa.

Le comunità umane ancestrali erano caratterizzate da gerarchie rigide e regole di convivenza ben definite, divenute nel tempo sempre più articolate. A tenerle insieme contribuiva un vero e proprio caleidoscopio di rituali, spesso simili tra loro nelle diverse collettività umane sparse nel mondo.

L’avvento della globalizzazione — reso possibile dal commercio, dai trasporti e soprattutto dal Web — ha alimentato l’illusione di un salto evolutivo, come se l’uomo potesse distaccarsi dalla propria natura di homo sapiens per diventare un homo technologicus. In realtà, questo passaggio è avvenuto solo in parte e in modo marginale. Sotto la cenere di un fuoco apparentemente spento continuano infatti a covare le antiche braci di campanilismo, diffidenza e timore verso chi appartiene ad altri gruppi.

Ne è prova il fatto che, sul terreno fertile di Internet, siano cresciuti i social network con i loro quasi infiniti gruppi di interesse, nei quali le persone si riuniscono per condividere passioni, opinioni o semplicemente per contrastare la solitudine. Queste echo chamber risultano fortemente identitarie e inclusive, ma spesso anche in conflitto tra loro, in modo non troppo dissimile da quanto accade tra tifoserie, aziende, partiti o persino famiglie.

Le “tribù” possono essere piccole o grandi; quando raggiungono dimensioni elevate, però, tendono a disorientare i propri membri, rendendo più difficile definire gerarchie e individuare figure di riferimento. Un’analisi approfondita di queste dinamiche è proposta da Harvey Whitehouse nel suo libro “L’animale rituale”.

La grande tribù degli allevatori è spesso percepita come lontana e diversa rispetto ad altre comunità umane e, come accade frequentemente in questi casi, proliferano pregiudizi e stereotipi. Ne sono testimonianza le azioni ostili di una parte dell’attivismo vegano e di alcune associazioni animaliste e ambientaliste che, nel tempo, si sono radicalizzate. Dinamiche simili emergono anche in ambito comunicativo, soprattutto nelle campagne urbane che vedono protagonisti allevatori e animali d’allevamento.

Tra i momenti più autentici in cui la tribù degli allevatori — insieme a chi ne condivide attività e passioni — si ritrova, vi sono le fiere. Si tratta di un’istituzione antica che non mostra segni di obsolescenza; al contrario, ogni anno dimostra rinnovata vitalità e interesse. Nonostante le previsioni negative di molti sociologi e analisti sugli eventi in presenza, i fatti hanno dimostrato il contrario, costringendo anche diverse aziende del settore a rivedere le proprie posizioni.

Evidentemente, l’homo sapiens che è in noi gode ancora di ottima salute: oltre a partecipare alle comunità digitali e a seguire le nuove figure di riferimento — oggi chiamate influencer — sente ancora il bisogno di incontrare fisicamente gli altri membri della propria tribù, guardarsi negli occhi, toccarsi e cogliere quei segnali profondi che solo la presenza può trasmettere.

Allo stesso tempo, resta forte il bisogno di celebrare rituali condivisi: mangiare e bere insieme, ridere anche di battute imperfette, partecipare alle competizioni morfologiche, prendersi cura degli animali portati in mostra — un aspetto particolarmente caro ai più giovani.

Allevatori di ogni età, provenienza ed etnia amano ritrovarsi almeno una volta all’anno, rivedere fornitori vecchi e nuovi e ripetere, quasi come un mantra: “Come va? Che si dice? Ti trovo bene!”. Allo stesso tempo, condividono il dolore per la perdita di colleghi e amici e si rallegrano per i sempre affascinanti ricambi generazionali, che garantiscono continuità e futuro alla loro comunità.

L’animale rituale che è in noi non percepisce tutto questo come un’alternativa al digitale, ma piuttosto come il naturale complemento delle interazioni umane autentiche. In Italia esistono moltissime fiere di settore: alcune vengono definite nazionali, altre locali, anche se si tratta spesso di un confine piuttosto labile.

Tra le manifestazioni più rilevanti per il mondo dei ruminanti troviamo le Fiere Zootecniche Internazionali di Cremona, riferimento storico per la bovina da latte, Fieragricola di Verona, grande evento internazionale dedicato ad agricoltura e zootecnia, ed EIMA di Bologna, punto d’incontro per la meccanizzazione agricola. A queste si affiancano realtà come il FAZI e Agriumbria, che da fiere locali generaliste sono diventate riferimenti nazionali rispettivamente per il Nord e per il Centro-Sud.

È segno di scarsa conoscenza della comunità degli allevatori voler stilare classifiche tra questi eventi: ciascuna fiera possiede infatti una propria identità e un modo peculiare di favorire l’incontro tra le diverse componenti della filiera zootecnica. Nulla tolgono, inoltre, alle numerose fiere locali, che continuano a rappresentare momenti fondamentali di aggregazione.

A questi eventi — che ci si augura diventino sempre più fiere di filiera — manca ancora spesso la presenza strutturata dell’industria di trasformazione, dei consorzi della DOP economy e della GDO. Tuttavia, è probabile che in futuro l’agroalimentare italiano debba necessariamente integrare pienamente la produzione primaria, se vuole contrastare la crescente diffusione del cibo ultraprocessato, che rappresenta una minaccia concreta per il sistema.

Si è appena conclusa l’edizione 2026 di Agriumbria, che nei suoi 57 anni di storia è cresciuta in modo costante, lento ma inesorabile, mantenendo uno stile coerente con il carattere del territorio umbro. L’espositore che si aspetta un ritorno economico immediato può restare deluso, così come chi cerca competizioni morfologiche spettacolari; ma chi guarda con lungimiranza all’incontro tra allevatori e pubblico in un’ottica di filiera non può che restare colpito dalla qualità di questa interazione, che cresce anno dopo anno.

Senza il supporto di dati ufficiali, si può comunque percepire come mai come in questa edizione si siano viste tante famiglie con bambini partecipare a una fiera agricola. Il momento conviviale del cibo, lungi dal ridursi a uno spuntino “politicamente corretto”, si è evoluto verso proposte gastronomiche di alto livello, autentica espressione della Cucina italiana, presenti in numerosi stand, punti ristoro e soprattutto nelle proposte curate da Claudio Poletto della ditta Saldamazi, in collaborazione con l’Associazione Italiana Allevatori, con carni 100% italiane.

Sarà la magia dell’Umbria, sarà la forte volontà degli allevatori e dei loro fornitori di incontrarsi — anche per esorcizzare le cicliche crisi legate a una visione ancora troppo riduttiva e “commoditizzata” di latte e carne — ma durante i tre giorni della fiera di Bastia si è respirata un’aria di serenità e autentico piacere di ritrovarsi. Un aspetto colto anche da osservatori esterni alla filiera.

Noi di Ruminantia, pur non essendo media partner ufficiali di Agriumbria come lo siamo per Cremona e Verona, abbiamo collaborato con l’Associazione Italiana Allevatori e la Mignini & Petrini Academy, organizzando e supportando numerose iniziative divulgative, senza rinunciare ai momenti più conviviali e informali.

Si può fare aggregazione e divulgazione anche attraverso la convivialità e lo scherzo, senza per questo sminuire i contenuti tecnico-scientifici e sociologici che le fiere in presenza sanno offrire. Per noi sono stati tre giorni intensi, ricchi di stimoli e spunti per nuove iniziative.

La gioia di incontrare amici, partner e aziende che condividono il progetto editoriale di Ruminantia rappresenta uno stimolo profondo a migliorare continuamente e a sostenere con impegno chi, come gli allevatori, produce un cibo abbondante, sano e sicuro, nel rispetto degli animali e dell’ambiente.

Grazie a Umbriafiere per aver dato alla nostra tribù l’opportunità di celebrare i propri rituali in piena condivisione con la comunità.

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