Ridurre lo stress per migliorare l’efficienza: due giornate tecniche con Leocata Mangimi e il Prof. Lance Baumgard
Il confronto in campo con allevatori e tecnici ha mostrato come ridurre gli stressori significhi migliorare efficienza, fertilità, resilienza e sostenibilità della vacca da latte moderna. Centrale il ruolo della nutrizione, e di soluzioni come AviPlus® R messo a punto da Vetagro

Due giornate intense, concrete e molto stimolanti in Sicilia e Calabria, insieme al team tecnico di Leocata Mangimi e al Prof. Lance Baumgard, hanno offerto l’occasione per tornare su un tema che, in allevamento, rischiamo spesso di dare per scontato: lo stress. Non lo stress come concetto generico, da citare quando qualcosa non funziona. Ma lo stress come costo biologico reale, capace di ridurre ingestione, produzione, fertilità, salute intestinale e risposta immunitaria.
Gli incontri si sono svolti direttamente in campo, presso tre realtà aziendali che hanno ospitato il confronto con grande disponibilità: Campotenese a Morano Calabro, Statti a Lamezia Terme e La Fattoria a Modica. Il valore del workshop è stato proprio questo: non una lezione calata dall’alto, ma un confronto tecnico davanti alle vacche, ai gruppi, alle strutture, alle razioni e ai problemi quotidiani di allevamento.
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Insieme al team tecnico di Leocata Mangimi e dal responsabile Tecnico di Leocata Mangimi Mario Di Pasquale sono stati discussi casi concreti di campo: gestione della transizione, comfort, accesso alla mangiatoia, stress da caldo, salute intestinale, infiammazione e strategie nutrizionali per sostenere animali sempre più produttivi ma anche sempre più esposti a condizioni gestionali e ambientali complesse.

Il messaggio centrale emerso dal lavoro con il Prof. Baumgard è stato chiaro: ridurre lo stress non è solo una questione di benessere animale. È una leva concreta di efficienza produttiva e riproduttiva.
Quando si parla di stress in allevamento, il pensiero va subito al caldo. Ed è comprensibile: nelle aree mediterranee, e in particolare nel Sud Italia, lo stress termico è ormai una sfida strutturale, non un episodio occasionale. Periodi caldi più lunghi, notti meno fresche e umidità elevata mettono le bovine in una condizione di pressione continua. Durante il workshop è emerso chiaramente che il caldo è solo una delle possibili fonti di stress. Stress, infatti, è anche sovraffollamento, è competizione in mangiatoia, scarso accesso all’acqua, una cuccetta poco confortevole, un cambio di gruppo nel momento sbagliato, una dieta che cambia troppo rapidamente, un’unifeed instabile o selezionabile e soprattutto una transizione non sufficientemente protetta.
In altre parole, stress è tutto ciò che obbliga la vacca a spendere risorse per adattarsi, invece che per produrre, riprodursi e mantenersi sana.
Questo concetto è particolarmente importante nella vacca da latte moderna. Parliamo di animali con un’elevata capacità produttiva, ma anche con una fisiologia molto esigente. La loro efficienza non dipende solo da quanta energia o proteina entra nella razione, ma da come l’animale riesce a usare quei nutrienti. Quando il sistema funziona, la vacca può destinare una quota maggiore delle risorse alla produzione. Quando invece aumentano gli stressori, parte dell’energia e dei nutrienti viene dirottata verso funzioni di difesa, adattamento e riparazione. Il risultato, in campo, lo conosciamo bene: meno ingestione, meno latte, maggiore variabilità produttiva, fertilità più fragile, più problemi sanitari e una mandria meno prevedibile.
La review di Horst, Kvidera e Baumgard sullo stress nella bovina da latte offre una chiave di lettura molto utile per interpretare ciò che vediamo tutti i giorni in allevamento. Per molti anni abbiamo spiegato buona parte dei problemi della transizione attraverso il bilancio energetico negativo: la vacca mangia meno, mobilizza grasso, aumentano NEFA e chetoni, il fegato va sotto pressione e compaiono chetosi, lipidosi epatica e cali produttivi.
Il lavoro di Baumgard e del suo gruppo ha contribuito a spostare l’attenzione verso una visione più ampia: molte alterazioni metaboliche del periparto possono essere anche conseguenze di una risposta immunitaria e infiammatoria attivata a monte.
Questo cambia il modo in cui guardiamo la vacca fresca. Non dobbiamo osservare solo chetoni, calcio o NEFA. Dobbiamo chiederci anche: quanta infiammazione sta affrontando questa vacca? Quanto stress ha subito prima e dopo il parto? Sta mangiando abbastanza? Ha spazio? Riposa? Riesce ad accedere alla mangiatoia senza competere? Il suo intestino è stabile? Il suo fegato sta gestendo contemporaneamente lipomobilizzazione e risposta di fase acuta?
L’immunità non è separata dal metabolismo. Quando il sistema immunitario si attiva, consuma risorse. Richiede glucosio, aminoacidi, minerali ed energia. E nella bovina da latte questi nutrienti sono gli stessi che servono per produrre latte, sostenere la fertilità e recuperare dopo il parto. Uno dei messaggi più forti emersi durante le giornate tecniche è che l’infiammazione non è mai gratuita.
Quando una vacca deve affrontare un’infiammazione sistemica o subclinica, l’organismo cambia priorità. La produzione non scompare, ma non è più l’unico obiettivo biologico. La difesa immunitaria, la riparazione dei tessuti e la sopravvivenza diventano concorrenti metabolici. Questo spiega perché, in azienda, due animali con la stessa razione possano rispondere in modo completamente diverso. La differenza non è sempre nel software di formulazione. Spesso è nel carico di stress che ogni vacca deve sopportare. Una bovina fresca che arriva al parto dopo settimane di competizione, caldo, ingestione irregolare o comfort insufficiente parte già con un debito biologico. E quel debito si paga nei primi giorni di lattazione.
Un altro punto molto importante della visione proposta da Baumgard riguarda la barriera gastrointestinale. Lo stress, in particolare quello da caldo, può compromettere l’integrità della barriera intestinale. Quando questa barriera diventa più permeabile, componenti microbiche e antigeni presenti nel lume intestinale possono attraversarla più facilmente, contribuendo ad attivare una risposta infiammatoria locale e sistemica. Lo stress da caldo, quindi, non è solo “la vacca mangia meno”. È anche alterazione della fisiologia intestinale, aumento del costo immunitario e peggioramento dell’efficienza con cui l’animale utilizza i nutrienti. Ventilazione, docce, ombra, acqua disponibile, densità corretta, gestione degli orari di alimentazione e qualità dell’unifeed sono strumenti che proteggono l’ingestione, ma anche la stabilità metabolica e immunitaria dell’animale.

Un programma nutrizionale ben costruito può aiutare la vacca a gestire meglio le fasi critiche, sostenere la funzione epatica, proteggere la stabilità ruminale e intestinale, ridurre il costo metabolico dell’infiammazione e migliorare la capacità di risposta agli stressori. Allo stesso tempo, nessuna formulazione può compensare indefinitamente un ambiente che continua a generare stress.
Questo è un punto che durante il workshop è stato ripreso più volte: gli strumenti nutrizionali sono utili quando entrano dentro un sistema coerente. Se mancano acqua, spazio, raffrescamento, comfort e stabilità gestionale, la nutrizione può solo limitare i danni. Non può fare miracoli.
In questa logica si inserisce anche l’esperienza riportata dal team di Leocata Mangimi con AviPlus® R. In diverse situazioni di campo, Leocata ha osservato risultati positivi associati all’utilizzo di AviPlus® R, in particolare nel supporto della salute intestinale e nella gestione di problematiche enteriche, inclusi casi riconducibili a clostridiosi.
È un aspetto interessante, perché si collega direttamente al tema discusso durante il workshop: quando la pressione ambientale, alimentare o sanitaria aumenta, l’intestino diventa uno dei punti più sensibili del sistema. Supportarne l’integrità e l’equilibrio microbico può contribuire a ridurre il costo biologico delle sfide infiammatorie.

Naturalmente, anche in questo caso, il messaggio deve restare chiaro: un additivo non sostituisce la gestione. AviPlus® R può essere uno strumento utile all’interno di un programma più ampio, ma la base resta sempre la stessa: buona qualità della razione, stabilità dell’unifeed, controllo dei fattori di rischio, igiene, comfort e riduzione dello stress.
Una parola è tornata spesso durante il confronto: resilienza. Una vacca resiliente non è una vacca che non incontra mai stress. Questo, in allevamento, sarebbe irrealistico. Una vacca resiliente è un animale che riesce ad affrontare gli stressori senza perdere in modo eccessivo produzione, salute e fertilità. La resilienza si costruisce con molti elementi: una transizione ordinata, corretto body condition score, ingestione stabile, foraggi di qualità, adeguata disponibilità di spazio, controllo del caldo, stabilità ruminale, salute intestinale, prevenzione delle patologie subcliniche e monitoraggio dei dati.
“La nutrizione può supportare questa resilienza, ma non può sostituire il lavoro quotidiano dell’allevatore e del tecnico”.
È forse questo il messaggio più utile emerso dalle giornate con Leocata Mangimi: non dobbiamo cercare soluzioni miracolose, ma sistemi più solidi. Sistemi in cui la vacca non sia costretta ogni giorno a scegliere tra produrre e difendersi.
Il valore di un incontro tecnico in campo è anche questo: riportare la scienza dentro la realtà degli allevamenti. Davanti agli animali, le domande diventano più precise. Quanto spazio hanno le vacche fresche? Quanto tempo restano in piedi? Quante ore riposano? La mangiatoia è accessibile? L’unifeed è stabile? Il gruppo è omogeneo? Il caldo è davvero controllato? Le feci raccontano una razione coerente? La mandria sta usando bene i nutrienti o sta spendendo troppo per difendersi? Capire quando un problema è alimentare, quando è gestionale, quando è sanitario e quando è una combinazione di tutti questi fattori. Perché la vacca non separa nutrizione, ambiente, immunità e riproduzione. Li vive come un’unica realtà biologica.
Ridurre lo stress significa anche fare sostenibilità. Non nel senso astratto e spesso abusato del termine, ma in senso produttivo, economico e ambientale. Una vacca che mangia meglio, si ammala meno, attraversa meglio la transizione, mantiene la fertilità e rimane più a lungo in mandria è una vacca più efficiente. Usa meglio alimenti, acqua, energia, strutture e lavoro. Ogni litro di latte perso per stress, infiammazione o cattiva transizione ha già consumato risorse. Ogni patologia subclinica, ogni problema riproduttivo e ogni riforma precoce aumentano il costo produttivo e ambientale del sistema. Da questo punto di vista, benessere animale, redditività e sostenibilità non sono tre obiettivi separati. Sono spesso tre facce dello stesso principio: ridurre gli sprechi biologici dell’allevamento.
Le due giornate tecniche organizzate con Leocata Mangimi in Sicilia e Calabria hanno confermato quanto sia importante portare il confronto scientifico dentro le aziende, accanto agli allevatori e ai tecnici.
La review di Horst, Kvidera e Baumgard ci ricorda che stress, immunità, infiammazione e metabolismo sono profondamente collegati. Molti problemi che osserviamo nel periparto e nelle fasi critiche della lattazione non possono essere spiegati guardando un solo parametro o una sola causa. Per questo ridurre lo stress non è un dettaglio gestionale. È una strategia produttiva.
Aiutare la vacca a produrre meglio significa anche evitare di obbligarla a difendersi troppo. Quando riduciamo gli stress quotidiani, proteggiamo ingestione, salute intestinale, funzione immunitaria, fertilità, longevità ed efficienza.
Ed è proprio su questo terreno, concreto e misurabile, che si costruisce la vera sostenibilità dell’allevamento da latte.


















































































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