Allevamento secondo metodo biologico: quale impatto ambientale?

Un'analisi delle metodologie e dati a disposizone

vacca - bovini - frisona - pascolo
30 Gennaio, 2025

Le Nazioni Unite, con l’adozione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, hanno tracciato un percorso per trasformare i sistemi alimentari e agricoli al fine di renderli sostenibili, resilienti e inclusivi, contribuendo, tra l’altro, a proteggere gli ecosistemi e a combattere il cambiamento climatico.

La sostenibilità ambientale rappresenta pertanto uno dei principali elementi che condizionerà l’esistenza dei sistemi agrozootecnici nel prossimo futuro.

In particolare, l’Agenda 2030 è stata sottoscritta nel 2015 da 193 Paesi delle Nazioni Unite, tra cui l’Italia, per condividere l’impegno a garantire un presente e un futuro migliore al nostro Pianeta e alle persone che lo abitano, definendo 17 Obiettivi da raggiungere entro il 2030 secondo una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

In questo contesto, l’agricoltura è considerata un processo produttivo multifunzionale che, oltre a cibo, mangimi e risorse per la produzione di energia, fornisce beni “non-merci” quali la conservazione del paesaggio e i servizi ecosistemici per la società attraverso l’adozione di “metodi rispettosi dell’ambiente che consentono la produzione efficiente salvaguardando l’ambiente naturale, cioè senza danneggiare l’ecosistema, compresi gli effetti sul suolo, sulle risorse idriche, sulla biodiversità, o altre risorse naturali circostanti”.

Sempre secondo la definizione delle Nazioni Unite, l’agricoltura biologica si fonda su una “gestione olistica della produzione il cui obiettivo primario è ottimizzare la salute e produttività delle comunità interdipendenti di vita del suolo, piante, animali e persone”.

Il metodo biologico è pertanto una delle opzioni disponibili per muoversi nella direzione di sistemi agricoli più sostenibili che superano la visione, ormai anacronistica, della massima produttività unitaria.

Affinché possa realmente rappresentare la risposta alla transizione ecologica è però necessario comprendere e attuare pienamente i presupposti che sottostanno alle indicazioni normative, processo che non può prescindere dall’acquisizione di:

  • una formazione tecnica specifica in tematiche ambientali

Con questa finalità FederBio Servizi è parte del progetto europeo HORIZON “Climate Smart Advisors” (Climate Smart Advisors – Climate Smart Advisors), che, con l’adesione di 73 partner, riunisce 1.500 consulenti, 140 coach, 27 coordinatori nazionali e 12 leader tematici, con l’obiettivo comune di portare il settore agricolo europeo a un nuovo livello di pratiche agricole più intelligenti dal punto di vista climatico.

  • strumenti di misurazione e valutazione che tengano pienamente conto della multifunzionalità dell’agricoltura in relazione alla peculiarità complessiva del sistema.

Attualmente l’LCA (analisi del ciclo di vita) è il metodo standardizzato (ISO) più utilizzato a livello internazionale per quantificare i potenziali impatti sull’ambiente e sulla salute umana associati a un bene o servizio, a partire dal rispettivo consumo di risorse e dalle emissioni.

Tuttavia, la sua applicazione al metodo produttivo biologico, e in generale alla comparazione di modelli produttivi diversi, presenta alcune criticità legate principalmente alla scelta delle categorie di impatto ambientale, dell’unità funzionale di riferimento e all’aggiornamento degli inventari di dati.

Categorie di impatto ambientale

Gli impatti ambientali dei prodotti alimentari vengono quantificati tramite LCA utilizzando una serie di indicatori chiamati “categorie di impatto”. Il risultato dipende da quanti e quali si sceglie di includere nell’analisi per riferire il dato finale; ad esempio:

  • Impronta del carbonio – quantifica il potenziale di riscaldamento globale derivante dall’emissione di gas «a effetto serra» quali l’anidride carbonica (da combustioni), il protossido di azoto (dalla fertilizzazione delle colture e dalle deiezioni) e il metano (da fermentazioni enteriche e dalle deiezioni).
  • Potenziale di acidificazione terrestre – stima il potenziale aumento di acidità di un ecosistema, tenendo conto del rilascio in atmosfera di anidride solforosa, ossidi di azoto e ammoniaca.
  • Potenziale di eutrofizzazione – si riferisce al rilascio nell’ambiente, principalmente acquatico, di minerali e nutrienti (principalmente a base di azoto e fosforo) che causano una crescita eccessiva di alghe che impoveriscono di ossigeno il corpo idrico alterandone l’ecosistema.
  • Potenziale di ecotossicità – comprende il destino, l’esposizione e gli effetti delle sostanze ecotossiche su diverse specie nel suolo e nell’acqua aggregati in un unico parametro (Unità Tossiche Comparative per l’ecotossicità o kg 1,4 Diclorobenzene equivalente).
  • Impatto sulla biodiversità – considera essenzialmente l’effetto del ciclo produttivo sulla diversità delle specie di piante e animali nell’ecosistema.
  • Uso di energia – si riferisce al consumo delle risorse energetiche dipendente principalmente dalla produzione di fertilizzanti, dalla costruzione di infrastrutture e dall’uso delle attrezzature.
  • Uso di acqua – si riferisce alla quantità di acqua blu consumata o prelevata.
  • Uso del suolo – si riferisce all’uso della terra come risorsa temporaneamente utilizzata per la coltivazione dei raccolti, l’alimentazione e la stabulazione degli animali.

All’analisi LCA la produzione alimentare secondo metodo biologico risulta spesso svantaggiosa rispetto al metodo convenzionale, dipendentemente dalle rese unitarie inferiori che normalmente si realizzano, ovvero al quantitativo maggiore di terra necessaria.

Questo paradigma non tiene però in considerazione due importanti aspetti:

  • la resa unitaria (un prodotto) non può rappresentare il 100% della produzione biologica poiché, per definizione, è un metodo multifunzionale basato su cicli pluriennali;
  • la quantità di terra non tiene conto di importanti parametri, quali ad esempio la qualità del suolo, l’effetto della competizione per l’uso della terra, gli impatti diretti e indiretti del cambio di destinazione d’uso del suolo.

Unità funzionale

E’ l’unità di misura alla quale si sceglie di riferire il ciclo produttivo durante l’analisi LCA. Dovrebbe quindi rappresentare, idealmente, la “funzione” del prodotto finale.

Tuttavia, nelle applicazioni LCA, l’unità funzionale scelta è generalmente di ordine quantitativo.

Ad esempio, per il ciclo di produzione del latte generalmente l’unità funzionale è il “kg di latte”, scelta favorevole per sistemi tesi alla massima produzione unitaria, ma che di fatto esclude la presa in considerazione della funzione più ampia che il processo di produzione agroalimentare svolge, o dovrebbe svolgere, quali ad esempio i servizi ecosistemici.

Inventari di dati

Il punto più critico si riferisce ai flussi di azoto, elemento che influenza categorie di impatto quali il potenziale di riscaldamento globale, il potenziale di acidificazione, il potenziale di eutrofizzazione e la biodiversità. Le emissioni di azoto negli inventari LCA dei prodotti agricoli sono definite sulla base di calcoli modellizzati su un sistema produttivo convenzionale e quindi potrebbero non corrispondere alla quantità effettiva di azoto rilasciata da un sistema produttivo diverso.

Ad esempio, mancano concentrazioni rappresentative di azoto di prodotti vegetali biologici, di escrezione di azoto degli animali con diversi regimi alimentari (razioni concentrate vs. razioni foraggere vs. pascolo) e di emissioni dallo stoccaggio del relativo letame prodotto.

Nella tabella 1 sono riportati i risultati di una revisione di dati pubblicati riguardo al confronto tra categorie di impatto ambientale del latte prodotto con metodi biologico e convenzionale.

Nell’insieme, è evidente come cambia il risultato in base alla categoria di impatto e all’unità funzionale scelta.

Categoria di impattoDifferenza tra biologico vs convenzionale per unità funzionale area/annoDifferenza tra biologico vs convenzionale per unità funzionale kg latte
Uso di energiaDa -70 a -39%Da -56 a -7%
Impronta del carbonioDa -67 a -13%Da -38 a +53%
Potenziale di eutrofizzazioneDa -76 a -2%Da -66 a +63%
Potenziale di acidificazioneDa -51 a -2%Da -13 a +63%
Ecotossicità terrestre-73%-59%
Uso di pesticidiDa -100 a -94%Da -100 a -89%
Produttività unitaria (kg latte)Da -47 a -6%
Uso della terraDa +6 a +90%

Il latte biologico risulta avere un’impronta di carbonio compresa tra  -38% e +53% rispetto al latte convenzionale. In particolare, la contabilità dei gas effetto serra emessi durante il ciclo produttivo dalla culla ai cancelli della stalla è stata eseguita con analisi LCA e riferita a kg di latte prodotto.

La grande variabilità del risultato lascia intendere che le scelte gestionali sono determinanti indipendentemente dal sistema produttivo, ma, in generale, il metodo biologico sembra contribuire maggiormente al rischio riscaldamento globale. Inoltre, è stata considerata la categoria di impatto “uso del suolo”, che nel biologico risulta essere maggiore (da +6 a +90%) rispetto al convenzionale.

Entrambi questi risultati dipendono dalle rese unitarie inferiori che generalmente il metodo biologico produce. Questa affermazione è vera, ma è miope rispetto agli scenari che il modello di calcolo potrebbe, e dovrebbe, considerare, a maggior ragione se rappresenta uno strumento a supporto delle decisioni politiche per orientare verso lo sviluppo di modelli produttivi con il minor “impatto ambientale” per “unità funzionale”.

Il metodo LCA rappresenta sicuramente un valido strumento ma, affinché possa essere affidabile nella comparazione tra sistemi produttivi diversi, è necessario considerare una sua espansione che tenga pienamente conto delle differenti funzioni dei sistemi agricoli analizzati, quali ad esempio:

  • l’interazione tra la produzione di latte e carne
  • la competizione e il cambiamento dell’uso del suolo
  • i servizi ecosistemici

Ne parleremo nel prossimo articolo.

Bibliografia

Hashemi F. et al., Organic food has lower environmental impacts per area unit and similar climate impacts per mass unit compared to conventional. Communications Earth & Environment (2024).

Meier M. S. et al., Environmental impacts of organic and conventional agricultural products. Are the differences captured by life cycle assessment? Journal of Environmental Management (2015).

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