DOP casearie, dagli USA una nuova offensiva sui “nomi comuni”

Il Senato americano torna a sostenere l’uso dei cosiddetti “nomi comuni” per i formaggi, riaprendo lo scontro con l’Europa sulle denominazioni d’origine. Al centro, il valore delle DOP italiane e la tutela della loro identità

formaggio-casaro
9 Luglio, 2026

La sfida tra formaggi italiani e statunitensi non si gioca più soltanto sui tavoli di assaggio, ma anche sul terreno, molto più delicato, della politica commerciale internazionale. Dopo il confronto agli International Cheese & Dairy Awards di Stafford, dove la Nazionale italiana Formaggi di CheeseItaly ha ottenuto un risultato significativo nel rapporto tra prodotti iscritti e premiati, il dibattito si è spostato negli Stati Uniti, dove torna centrale il tema dei cosiddetti “common names”, i nomi ritenuti generici dall’industria americana e invece legati, per l’Unione europea, a precise identità territoriali e produttive. L’edizione 2026 dell’ICDA si è svolta a Stafford dal 24 al 26 giugno.

Al centro della discussione c’è l’iniziativa legislativa statunitense nota nel dibattito di settore come prosecuzione della battaglia avviata con il SAVE Act e rilanciata nel 2025 con il SAFETY Act – Safeguarding American Food and Export Trade Yields Act. Il testo, introdotto al Senato il 1° aprile 2025, punta a preservare i mercati esteri per i prodotti commercializzati con “common names” e affida al Governo statunitense il compito di difendere questo diritto nei negoziati commerciali internazionali.

La portata del provvedimento è rilevante per il settore lattiero-caseario europeo e in particolare per quello italiano. Tra i nomi che il testo considera utilizzabili come “comuni” compaiono infatti Asiago, Fontina, Gorgonzola, Grana, Parmigiano, Pecorino, Ricotta e Romano, accanto ad altri termini legati all’agroalimentare come Bologna, Mortadella, Prosciutto e Salami. Il disegno di legge prevede inoltre che il Segretario all’Agricoltura coordini le proprie azioni con lo USTR, il rappresentante statunitense per il commercio, per assicurare ai produttori americani la possibilità di usare tali denominazioni sui mercati esteri.

Per Gabriele Arlotti, presidente di CheeseItaly, questa impostazione rovescia il senso stesso delle denominazioni d’origine. «Una denominazione d’origine non tutela soltanto un produttore: tutela il diritto del consumatore a sapere con certezza cosa acquista», ha dichiarato commentando l’offensiva americana. Secondo Arlotti, sostenere che l’Europa voglia monopolizzare i nomi dei propri formaggi significa ignorare il ruolo delle DOP e IGP: non barriere commerciali, ma strumenti nati per proteggere un legame verificabile tra prodotto, territorio, materie prime, saperi produttivi e disciplinari.

Il nodo è particolarmente sensibile per il comparto caseario italiano, dove molte denominazioni non indicano soltanto una tipologia merceologica, ma un sistema produttivo complesso. Un Parmigiano Reggiano, un Grana Padano, una Fontina o un Pecorino DOP non sono semplicemente formaggi “in stile europeo”: sono il risultato di areali definiti, latte, microflora, alimentazione degli animali, tecniche casearie e regole di produzione che incidono direttamente sulle caratteristiche finali del prodotto. È in questo spazio che si inserisce il lavoro dei Consorzi di tutela, chiamati a garantire il rispetto dei disciplinari e a difendere le denominazioni da usi impropri o evocativi.

La posizione europea si fonda su un impianto normativo che considera le indicazioni geografiche veri e propri diritti di proprietà intellettuale. Il sistema UE protegge i nomi registrati contro imitazioni e usi scorretti nell’Unione e nei Paesi terzi in cui esistono accordi specifici di protezione. Dal 13 maggio 2024 è inoltre in vigore il Regolamento (UE) 2024/1143, che ha rafforzato il sistema delle indicazioni geografiche, anche per quanto riguarda la protezione online, l’uso delle IG come ingredienti e il ruolo dei gruppi di produttori.

La questione non è soltanto giuridica. È economica e riguarda direttamente la tenuta delle filiere certificate. Secondo il XXIII Rapporto Ismea-Qualivita, la Dop economy italiana ha raggiunto nel 2024 un valore alla produzione di 20,7 miliardi di euro, con un peso pari al 19% del fatturato agroalimentare nazionale. Il comparto dei formaggi DOP e IGP è uno degli assi portanti di questo sistema: nel 2024 ha registrato una crescita del +10,5%, mentre l’export dei prodotti DOP IGP ha raggiunto 12,3 miliardi di euro, con gli Stati Uniti primo mercato di destinazione per le esportazioni italiane certificate.

Per questo la disputa sui “nomi comuni” non può essere letta come una semplice controversia terminologica. La possibilità di utilizzare all’estero nomi storicamente associati a produzioni europee incide sulla riconoscibilità dei prodotti, sulla concorrenza nei mercati internazionali e sulla fiducia del consumatore. Se un formaggio prodotto oltreoceano può essere presentato con un nome che richiama una DOP europea, il rischio è quello di indebolire il valore distintivo delle filiere certificate e di confondere il consumatore sul reale legame tra prodotto e origine.

Da qui la replica di CheeseItaly, che richiama il principio alla base delle denominazioni d’origine, il libero mercato non viene negato dalla tutela dei nomi, ma reso più trasparente. La concorrenza, in altre parole, resta pienamente possibile, purché non si fondi sull’appropriazione della reputazione costruita da territori, allevatori, casari e Consorzi nel corso di decenni.

La partita tra Europa e Stati Uniti resta quindi aperta e si intreccia con un tema strategico per il Made in Italy agroalimentare: difendere le DOP significa proteggere non solo un marchio, ma un modello produttivo territoriale, fatto di filiere non delocalizzabili, regole condivise, qualità certificata e biodiversità culturale. Nel caso dei formaggi italiani, la posta in gioco riguarda l’identità stessa di alcune delle produzioni più riconosciute al mondo.

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