Stress da caldo: quali integrazioni nutrizionali funzionano meglio nelle bovine da latte?

Una recente meta-analisi ha valutato l’efficacia di lieviti, fitocomposti, betaina, lipidi, aminoacidi rumino-protetti e supplementazioni minerale-vitaminiche. I risultati più coerenti riguardano i lieviti vivi, ma nessun intervento nutrizionale può sostituire un’efficace gestione ambientale

31 Luglio, 2026

Lo stress da caldo è ormai un componente strutturale della gestione delle bovine da latte, non più un evento limitato a poche giornate eccezionali. Quando la produzione di calore metabolico e il carico termico ambientale superano la capacità dell’animale di disperdere calore, la bovina riduce l’ingestione, modifica il comportamento alimentare e attiva risposte fisiologiche finalizzate alla termodispersione. Il risultato può essere una riduzione della produzione e della qualità del latte , accompagnata da un peggioramento del benessere e, nelle condizioni più severe, della salute.

Il controllo dell’ambiente resta la prima difesa

La prima linea di difesa rimane il controllo dell’ambiente: disponibilità continua di acqua, ombreggiamento, ventilazione, bagnatura correttamente progettata, riduzione dell’affollamento e distribuzione della razione nelle ore più fresche.

Accanto a queste misure, numerosi studi hanno valutato additivi e supplementi nutrizionali con l’obiettivo di sostenere l’ingestione, la funzionalità ruminale, l’equilibrio ossidativo e la produzione di latte. La molteplicità dei prodotti disponibili e la variabilità dei risultati rendono però difficile distinguere gli interventi supportati da evidenze relativamente solide da quelli per la qualità della risposta è ancora incerta.

La meta-analisi

Una recente meta-analisi pubblicata sul Journal of Dairy Science da Irawan e collaboratori ha cercato di rispondere proprio a questa domanda, riunendo quantitativamente i risultati disponibili sulle strategie nutrizionali impiegate nelle bovine in lattazione esposte a stress termico.

Lo scopo del lavoro era valutare l’efficacia delle principali categorie di additivi o supplementi alimentari nel limitare le conseguenze dello stress da caldo sulle prestazioni delle bovine da latte. Gli autori hanno considerato non soltanto la risposta produttiva, ma anche gli indicatori fisiologici e termoregolatori disponibili nei lavori inclusi.

Sono stati selezionati 53 studi originali , tutti esperimenti in vivo randomizzati e controllati condotti su bovini in lattazione esposti a stress termico. Gli studi provenivano soprattutto da Stati Uniti e Cina, ma erano rappresentati anche Brasile, Iran, Egitto, Canada, Australia, Corea del Sud, Italia, Israele e Turchia.

Le strategie esaminate comprendonovano lieviti vivi, derivati ​​e postbiotici dei lieviti, fitocomposti, betaina, lipidi, aminoacidi rumino-protetti e integrazioni minerali o vitaminiche . I risultati dei gruppi integrati sono stati confrontati con quelli dei rispettivi controlli mediante modelli a effetti casuali, includendo analisi multivariate, sottogruppi e covariate quali fase di lattazione, parità, regione geografica e durata dell’intervento.

Gli effetti complessivi sulle prestazioni produttive

Considerando complessivamente tutte le strategie nutrizionali, la supplementazione è risultata associata a un aumento medio della produzione di latte del 3,41% , dell’ ingestione di sostanza secca del 2,51% , del latte corretto per il grasso del 4,75% e del latte corretto per l’energia del 5,19%.

Non è invece migliorata l’efficienza alimentare, espressa come latte o latte corretto per l’energia per chilogrammo di sostanza secca ingerita. L’aumento produttivo è stato quindi accompagnato, in media, da una maggiore ingestione.

Le percentuali rappresentano variazioni relative medie stimate su condizioni sperimentali molto diverse e non necessariamente alla risposta ottenibile nella singola azienda. La loro affidabilità dipende inoltre dal numero di studi disponibili e dall’eterogeneità dei prodotti e dei protocolli inclusi.

Lieviti vivi: le prove più coerenti

Tra gli interventi valutati, i lieviti vivi, in particolare Saccharomyces cerevisiae , sono risultati la categoria associata alla risposta produttiva più regolare . Nel sottogruppo specifico, l’uso di S. cerevisiae è stato mediamente associato a un aumento della produzione di latte del 5,70% e dell’ingestione di sostanza secca del 6,68% .

I postbiotici derivati ​​da S. cerevisiae sono risultati associati a un aumento medio relativo alla produzione di latte del 3,42%, senza variazioni significative dell’ingestione. Per Aspergillus oryzae non è invece emerso un effetto significativo, ma il risultato derivava da un solo studio.

Il beneficio reale può dipendere dal ceppo utilizzato, dalla dose, dalla vitalità del preparato, dalla composizione della razione e, soprattutto, dall’intensità dello stress termico e dall’efficacia del raffrescamento.

Complessivamente, i prodotti a base di lievito sono risultati associati a incrementi medi relativi della digeribilità della proteina grezza del 3,70%, degli acidi grassi volatili totali del 6,26%, dell’acetato del 4,64% e del propionato del 6,02%, senza variazioni significative dell’ammoniaca ruminale e del rapporto acetato:propionato.

Sono stato inoltre osservate riduzioni dell’azoto ureico del latte, degli acidi grassi non esterificati, dell’aptoglobina plasmatica e, in misura contenuta, della frequenza respiratoria, insieme ad un aumento della capacità antiossidante totale. Molti di questi risultati derivano però da pochi studi e devono essere considerati indicativi, non definitivi.

Nel complesso, il beneficio sembra riguardare soprattutto fermentazione, ingestione e resilienza metabolica , più che un vero raffreddamento corporeo.

Fitocomposti: risultati interessanti, ma molto variabili

Nel loro insieme, i fitocomposti sono risultati associati ad aumento medi relativi della produzione di latte del 3,75% e dell’ingestione di sostanza secca del 2,0%. Sono stati inoltre l’unica categoria per la quale è emerso un miglioramento significativo dell’efficienza alimentare, pari al 3,56% .

L’interpretazione è però complessa, perché la definizione di fitocomposto contiene molecole e miscele molto diverse per composizione e meccanismo d’azione. L’analisi dei sottogruppi ha confermato questa eterogeneità.

I coprodotti industriali, prevalentemente derivati ​​dalla frutta, sono risultati associati a un aumento medio relativo alla produzione di latte del 4,60%, senza variazioni significative dell’ingestione. Per i prodotti commerciali a base di polifenoli sono emersi incrementi medi relativi della produzione di latte e dell’ingestione rispettivamente del 5,62% e del 5,14%. Per propoli, altri estratti vegetali e resveratrolo non sono invece emerse risposte significative.

Minerali e vitamine: conta la formulazione

Considerati complessivamente come un’unica categoria, minerali e vitamine sono risultati associati ad aumento medi relativi della produzione di latte del 4,32% , dell’ingestione di sostanza secca del 2,52% e del latte corretto per l’energia dell’8,39%, senza un miglioramento significativo dell’efficienza alimentare.

Alla supplementazione con complessi minerali-vitaminici sono stati inoltre associati un aumento delle concentrazioni e delle rese di grasso e proteine ​​del latte e una riduzione della frequenza respiratoria. Questi risultati non consentono però di attribuire l’effetto a un singolo componente, perché diversi studi utilizzano premiscele commerciali o formulazioni proprietarie.

Nei sottogruppi, il cromo veicolato da lievito e lo zinco sono risultati associati a maggiori produzione di latte e ingestione, mentre per la niacina non è emerso un effetto significativo. Le numerosità erano tuttavia molto ridotte: quattro studi per la niacina e soltanto due ciascuno per cromo-lievito e zinco.

Le integrazioni non sono tutte intercambiabili

L’apporto del nutriente con la dieta di base, la forma chimica, la biodisponibilità, la dose e la durata della somministrazione possono condizionare fortemente la risposta. Quando i fabbisogni sono già soddisfatti, il margine biologico per ottenere un ulteriore miglioramento può essere limitato.

Questo aspetto è importante anche per evitare integrazioni non necessarie, costose e potenzialmente associate a maggiori escrezioni nell’ambiente . Lo studio evidenzia inoltre che gli additivi nutrizionali non sono intercambiabili: l’appartenenza alla stessa categoria non garantisce la medesima efficacia, soprattutto nel caso dei lieviti e delle miscele vegetali, la cui risposta può dipendere dal ceppo, dalla composizione e dalla formulazione del prodotto.

Un aiuto nutrizionale, non un’alternativa al raffrescamento

Nel complesso, la meta-analisi indica che gli interventi nutrizionali possono contribuire ad attenuare, ma non eliminare , le conseguenze dello stress da caldo. Le prove più coerenti riguardano i lieviti vivi, in particolare Saccharomyces cerevisiae , mentre per fitocomposti e complessi minerale-vitaminici la risposta appare prevalentemente dipendente dalla formulazione impiegata.

Le percentuali riportate rappresentano effetti medi ottenuti in condizioni sperimentali diverse e non possono essere trasferite direttamente alla singola azienda. La scelta di un’integrazione dovrebbe quindi considerare l’intensità dello stress termico, l’efficacia del raffrescamento, la composizione della dieta di base, la dose e il costo del prodotto .

La presente nota è una sintesi del seguente articolo scientifico pubblicato dal Journal of Dairy Science: Irawan, A., AF Azmi, MA Rahman, YR Yanza, M. Muchlas, H. Abu Hassim, A. Sofyan, A. Jayanegara, M. Gao, A. Cieslak, V. Niderkorn, and S. Ates. 2026. “Meta-analisi degli effetti degli interventi dietetici per alleviare lo stress da calore nelle vacche da latte in lattazione”. Giornale di scienza lattiero-casearia. https://doi.org/10.3168/jds.2025-27591 .

Autore

Gruppo editoriale ASPA – Giuseppe Conte, Alberto Stanislao Atzori, Fabio Correddu, Luca Cattaneo, Gabriele Rocchetti, Antonio Natalello, Sara Pegolo, Aristide Maggiolino, Antonella Della Malva, Giulia Gislon, Manuel Scerra.

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