Studiare l’allevamento nella preistoria svela l’adattamento delle mandrie alla siccità

Il progetto Horizon Europe ICARHUS ha analizzato in Giordania reperti di 10.000 anni fa tramite la paleoproteomica per scoprire come i primi allevatori affrontarono la siccità storica, offrendo oggi utili spunti di gestione degli animali contro il riscaldamento globale

pecore e capre
21 Agosto, 2026

La rapidità dei cambiamenti climatici rappresenta oggi una delle questioni più urgenti, influenzando negativamente la produzione alimentare e la sostenibilità del settore zootecnico mondiale. In questo scenario, l’analisi di come le società del passato si adattarono all’aumento delle temperature e alla riduzione delle risorse idriche può offrire spunti innovativi per affrontare l’attuale crisi ecologica. E, nell’anno internazionale della pastorizia, confrontarsi col passato per attingervi sembra anche più saggio.

Dove nasce l’allevamento

L’area compresa tra il mar Mediterraneo e la Mesopotamia costituisce un laboratorio storico d’eccellenza, in quanto è la regione d’origine dell’addomesticamento di bovini, suini, ovini e caprini. Nel corso dei millenni, le popolazioni locali hanno dovuto rimodellare continuamente le proprie strategie di sussistenza per rispondere a forti vincoli ecologici. Per comprendere a fondo queste dinamiche, la scienza ha dovuto sviluppare nuovi strumenti per superare i limiti delle tecniche tradizionali.

Oltre il DNA antico con la paleoproteomica

La ricostruzione delle pratiche di allevamento preistoriche si è basata, storicamente, sullo studio anatomico comparato delle ossa e dei denti animali rinvenuti nei siti archeologici. Tuttavia, nei climi aridi, i resti scheletrici si degradano molto rapidamente, diventando estremamente frammentati e difficilmente identificabili con i metodi della zooarcheologia classica. Anche l’estrazione del DNA antico si rivela spesso inefficace in tali ambienti caldi a causa del rapido deterioramento delle molecole biologiche. Per superare questo limite materiale, la ricerca si è rivolta alla paleoproteomica, una disciplina innovativa che analizza le sequenze proteiche conservate nello smalto dentale e nei resti ossei. Le proteine presentano infatti una stabilità chimica superiore a quella del DNA, consentendo l’identificazione di specie e sesso degli animali anche a partire da frammenti ossei fortemente degradati. Questa metodologia d’avanguardia ha trovato applicazione sul campo grazie a un recente progetto Horizon Europe, altamente specializzato.

Il progetto ICARHUS

L’indagine scientifica è stata condotta nell’ambito del progetto ICARHUS (Identifying Constraints), finanziato dall’Unione Europea attraverso le prestigiose azioni Marie Skłodowska-Curie. Il progetto, coordinato dall’Università di Copenaghen in Danimarca sotto la guida della ricercatrice Louise Le Meillour, si è sviluppato dal primo settembre 2023 al 31 marzo 2026. I materiali analizzati consistono in resti faunistici provenienti da quattro siti archeologici in Giordania, caratterizzati da stratigrafie ben definite, coprendo un arco temporale compreso tra 14.000 e 8.000 anni fa. Tale periodo include il Dryas recente (una fase di brusco raffreddamento nell’emisfero settentrionale) e la successiva epoca di riscaldamento globale che determinò una grave aridità dell’areale di studio, durante l’ottavo millennio avanti Cristo. Il metodo utilizzato ha previsto la selezione dei reperti e la successiva caratterizzazione biomolecolare delle proteine, sfruttando la spettrometria di massa dello smalto dentale e dei tessuti ossei, raccogliendo dati chiarificatori. 

Nuove banche dati proteiche

Il primo risultato importante ottenuto riguarda l’ampliamento delle sequenze proteiche di riferimento presenti nei database biologici globali. Sono state infatti ricostruite le mappe proteiche di specie selvatiche del Vicino Oriente, precedentemente assenti, tra cui diverse gazzelle, l’orice d’Arabia, lo stambecco della Nubia e gli antenati selvatici di pecore e capre. Questa nuova disponibilità ha permesso di mappare con precisione le specie consumate nel tempo e di distinguere chiaramente i caprini domestici dalle gazzelle cacciate, fornendo dati quantitativi accurati sull’alimentazione umana sotto pressione climatica. Il discernimento tra selvatico e domestico ci permette di comprendere che i caprini domestici vennero integrati gradualmente nelle società di cacciatori-raccoglitori. Ma con il passare del tempo divennero la colonna portante della quotidianità, fornendo carne, latte e lana.

Capire la selezione attraverso i denti

Tra gli altri risultati, il progetto ha dimostrato con successo l’efficacia del nuovo metodo di determinazione del sesso basato sulle proteine dello smalto dentale dei caprini. Questa tecnica permette di stimare i rapporti tra i sessi all’interno delle mandrie, offrendo una prova dello sviluppo di pratiche di abbattimento selettivo da parte dei primi pastori. La selezione di specie, età e sesso degli animali rifletteva direttamente la disponibilità di foraggio e acqua sul territorio, dimostrando che i pastori preistorici modificavano la struttura delle mandrie per salvaguardare le femmine riproduttive durante i periodi di forte siccità. Al contrario, quando il clima era più favorevole e le risorse erano abbondanti, i pastori mantenevano mandrie molto più grandi, caratterizzate da una gamma di età più ampia ed equamente rappresentata tra maschi e femmine. La comprensione di queste antiche strategie adattative apre oggi la strada a riflessioni cruciali per il futuro della zootecnia moderna. 

Cosa portiamo a casa

Lo studio delle relazioni tra l’essere umano e gli animali, di fronte ai vincoli ecologici del passato, non rappresenta soltanto una conquista storica, ma offre modelli concreti per affrontare le sfide della moderna zootecnia. Conoscere le variazioni storiche nella composizione delle mandrie e le capacità adattative delle specie selvatiche fornisce indicazioni utili per la selezione di razze animali capaci di prosperare in climi sempre più caldi e con risorse idriche ridotte. La paleoproteomica si conferma una metodologia d’indagine economica e minimamente distruttiva, i cui sviluppi tecnici e banche dati proteiche saranno applicabili ben oltre i confini dell’archeologia, interessando direttamente le scienze biologiche, agrarie e veterinarie. La capacità di decifrare le risposte biologiche del passato si traduce così in uno strumento strategico per promuovere una gestione zootecnica sostenibile e preparata ai presenti e futuri cambiamenti ambientali.

Identifying Constraints: Ancient protein characterisation to Reveal past Human Subsistence adaptations to climate change; DOI: https://doi.org/10.3030/101062449

 

Da leggere - Agosto 2026

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