Meno bovini e mais, ma più latte: la zootecnia italiana cambia struttura

Il nuovo Focus Istat fotografa quasi vent’anni di trasformazioni. Diminuiscono il patrimonio bovino e, in misura ancora maggiore, quello ovino (-28,1%), insieme alle produzioni foraggere, mentre la raccolta di latte cresce del 27,2% grazie all’aumento della produttività. Avanza la produzione di formaggi, ma la dipendenza dall’estero per mais e carni rosse evidenzia alcune fragilità strutturali.

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7 Settembre, 2026

Meno animali allevati, una base foraggera nazionale più ridotta, ma una quantità di latte raccolto sensibilmente superiore. È questo il principale contrasto che emerge dal FocusProduzioni agricole e zootecniche – Anno 2025, pubblicato dall’Istat il 4 settembre u.s..

L’analisi ricostruisce l’evoluzione dell’agricoltura italiana tra il 2006 e il 2025, mostrando come la zootecnia abbia progressivamente aumentato la propria efficienza produttiva, ma anche come questo processo sia avvenuto in un contesto di contrazione degli allevamenti e crescente esposizione ai mercati internazionali delle materie prime. Occorre precisare che i dati relativi alle consistenze e alle macellazioni arrivano al 2025 e sono provvisori, mentre quelli sulla raccolta e sulla trasformazione del latte si fermano al 2024.

Bovini in calo, bufalini quasi raddoppiati

Tra il 2006 e il 2025 il patrimonio bovino italiano è diminuito del 12,2%, passando da circa 6,1 a 5,4 milioni di capi. La contrazione interessa tutte le aree geografiche ad eccezione delle Isole ed è particolarmente marcata nel Centro e nel Sud. Il settore resta fortemente concentrato nel Nord, dove si trova il 72,2% dei bovini allevati in Italia.

Ancora più consistente è la riduzione degli ovini, pari al 28,1%, mentre i suini diminuiscono del 15,6%. Si muovono in direzione opposta i caprini, cresciuti complessivamente del 3,4%, e soprattutto i bufalini: rispetto ai 231 mila capi del 2006, la loro consistenza è aumentata del 92,6%. Il dato va letto tenendo conto della base iniziale relativamente contenuta, ma conferma la forte espansione registrata dalla filiera bufalina, concentrata per il 76% nel Sud e per un ulteriore 20,5% nel Centro.

La riduzione del patrimonio zootecnico italiano non costituisce un fenomeno isolato. Nello stesso periodo, nell’Unione europea sono diminuiti bovini e bufalini nel loro complesso (-9,4%), ovini (-25,6%) e suini (-16,9%). La principale differenza riguarda i caprini, in lieve crescita in Italia ma in calo del 24,9% a livello europeo.

Più latte da un numero inferiore di animali

Alla contrazione delle consistenze non corrisponde una riduzione della raccolta di latte. Nel 2024 le imprese lattiero-casearie italiane hanno raccolto 138,4 milioni di quintali, il 27,2% in più rispetto ai 108,8 milioni del 2006.

A trainare l’incremento è soprattutto il latte vaccino, passato da 101,9 a 131,1 milioni di quintali, con una crescita del 28,6%. Secondo l’Istat, la quantità media raccolta per capo è aumentata del 54% nel periodo considerato. Selezione genetica, nutrizione più mirata e modernizzazione delle tecniche di allevamento hanno quindi consentito di compensare ampiamente la riduzione del numero di bovini.

La crescita della produttività per capo interessa anche il comparto ovino (+45,1%) e quello caprino (+54,5%), mentre per i bufalini si registra una diminuzione del 28,4%. In termini complessivi, la raccolta di latte di pecora è rimasta pressoché stabile, con una flessione dell’1,6%, mentre quella di capra è aumentata del 50,4% e quella di bufala del 19,4%.

Il ritmo di crescita della raccolta nazionale accelera soprattutto dal 2014, poco prima dell’abolizione del regime europeo delle quote latte, avvenuta il 1° aprile 2015.

La trasformazione premia i formaggi

Anche la destinazione del latte è cambiata. Tra il 2006 e il 2024 la produzione italiana di formaggi è aumentata del 17,7%, raggiungendo circa 13,6 milioni di quintali. Cresce anche la produzione di crema e panna da consumo (+18%), mentre diminuiscono il burro (-21,3%) e i latti fermentati, comprendenti yogurt e altri derivati (-11,6%).

L’aumento dei formaggi segnala il crescente peso delle produzioni trasformate e a maggiore valore aggiunto, particolarmente rilevanti per un sistema lattiero-caseario caratterizzato dalla presenza di numerose DOP e filiere territoriali.

Secondo l’Istat, la produzione nazionale di latte è nel complesso in grado di soddisfare il fabbisogno interno legato al consumo e alla trasformazione industriale. Nel 2024 le importazioni di latte sono state di poco superiori a un milione di quintali, pari allo 0,7% della raccolta nazionale. Questo indicatore riguarda tuttavia gli scambi di latte e non misura, da solo, l’autosufficienza complessiva della filiera considerando anche formaggi e altri derivati importati.

Mais e foraggi, una base produttiva in trasformazione

La crescita della produzione di latte si accompagna a un’evoluzione meno favorevole delle colture destinate all’alimentazione animale. Tra il 2006 e il 2025 la superficie italiana coltivata a mais da granella si è ridotta del 51,2%, mentre la produzione è diminuita del 42,7%. Il miglioramento della resa, salita del 17,4%, non è stato sufficiente a compensare la perdita di oltre mezzo milione di ettari.

Nel 2025 l’Italia ha prodotto poco meno di 55 milioni di quintali di mais, a fronte di importazioni pari a circa 70 milioni. Gli acquisti dall’estero, quadruplicati rispetto al 2006, superano stabilmente la produzione nazionale dal 2022. Per la zootecnia ciò significa una maggiore esposizione alla volatilità dei prezzi, ai costi logistici e alle dinamiche dei mercati internazionali dei mangimi.

Anche le foraggere permanenti mostrano segnali di ridimensionamento: rispetto al 2006, le superfici diminuiscono del 17,5% e la produzione del 27,5%, con una flessione particolarmente forte per i prati permanenti (-37%).

Il quadro non indica però un arretramento uniforme. Crescono infatti il mais ceroso, con un aumento produttivo del 46%, gli erbai monofiti (+97,1%) e la soia (+94,6%). È quindi in corso anche una ricomposizione della base alimentare, con l’espansione di colture più direttamente integrate nei sistemi zootecnici e delle produzioni proteiche vegetali.

Carni rosse sempre più dipendenti dall’estero

La contrazione degli allevamenti trova riscontro nelle macellazioni. Tra il 2006 e il 2025 il peso morto dei soli bovini macellati è diminuito del 42,4%, mentre quello degli ovini e caprini si è ridotto del 56,2%. Più contenuta, ma comunque rilevante, la flessione delle carni suine (-16,9%).

Parallelamente cresce il ricorso alle importazioni: nel 2025 sono entrati in Italia 6,5 milioni di quintali di carni rosse, equivalenti al 25,3% della produzione nazionale non esportata, contro il 19,3% del 2006. In direzione opposta si muove il comparto avicolo, il cui peso morto macellato è aumentato del 56,8%.

Il quadro restituito dall’Istat è dunque quello di una zootecnia più produttiva ma numericamente più concentrata, capace di aumentare la disponibilità di latte e formaggi con meno animali, ma inserita in un sistema agricolo che ha perso una parte significativa delle proprie superfici maidicole e foraggere. L’efficienza ha sostenuto la produzione; la sfida futura sarà evitare che a questa crescita corrisponda una dipendenza sempre maggiore dagli input esteri.

Fonte: ISTAT

Da leggere - Agosto 2026

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