Allevamento secondo metodo biologico: quale impatto ambientale? – Parte II

Prosegue l'analisi dell'impronta carbonica dell’allevamento biologico

20 Febbraio, 2025

Come già introdotto nella prima parte dell’articolo “Allevamento secondo metodo biologico: quale impatto ambientale?“, riprendiamo il discorso sull’impatto ambientale dell’allevamento biologico focalizzandoci sull’impronta carbonica.

Per diversi decenni l’agricoltura intensiva è stata la strategia adottata per soddisfare la domanda di cibo della crescente popolazione mondiale. Oggi la sfida è più complessa poiché la produzione, con particolare riferimento alle proteine di origine animale, deve fare i conti delle conseguenze che esercita sull’ambiente. Anche in questo contesto, l’intensificazione è spesso proposta tra le soluzioni per ridurre le emissioni per unità di prodotto, posizione che lascia aperto un acceso dibattito riguardo alla sostenibilità ambientale del metodo biologico dipendente dalle rese unitarie inferiori che generalmente si ottengono rispetto ai sistemi agricoli convenzionali.

La comunità scientifica, che opera nel costante aggiornamento del sistema di valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assesment), sta superando questa visione, oramai miope, attraverso l’”espansione del sistema” che presuppone un approccio più dinamico che meglio riflette le effettive causalità dell’intero settore, ampliando l’unità funzionale, includendo più categorie di impatto ed estendendo il confine di analisi.

Ad esempio, in considerazione di:

  • Il settore zootecnico globale utilizza circa il 70% dei terreni agricoli. La competizione per la terra è quindi uno dei fattori più critici da affrontare nell’analisi dell’impatto ambientale, poiché direttamente collegata al “cambiamento di uso del suolo”, parametro con importanti implicazioni per le emissioni di gas serra e la perdita di biodiversità.
  • Più del 50% della produzione di carne bovina e più del 10% della produzione totale di carne mondiale proviene dal settore lattiero-caseario. Considerando la relazione latte e carne l’aumento della produzione di latte per vacca perde la correlazione certa con la diminuzione dell’impronta di carbonio, poiché la contabilità della “sotto-produzione” di carne consente di dedurre dal ciclo produttivo i CO2e dalla produzione di carne bovina evitata in sistemi vacca-vitello più impattanti in senso ambientale.
  • L’agricoltura coinvolge un insieme di servizi ecosistemici e può agire su di essi degradandoli o, al contrario, fornendoli. La loro contabilizzazione nella valutazione del ciclo di vita è quindi necessaria per trovare un equilibrio tra produttività e sostenibilità ambientale.

L’interazione tra la produzione di latte e carne: considerazioni nel calcolo dell’impronta di carbonio del latte

Uno studio condotto in Svezia ha messo a confronto l’impronta di carbonio di 23 allevamenti da latte (biologici e convenzionali) utilizzando la valutazione del ciclo di vita (LCA). L’unità funzionale studiata è 1 kg di latte corretto per l’energia (ECM) fornito al cancello dell’azienda.

Il confronto ha previsto il calcolo dell’impronta del carbonio secondo due metodi di allocazione, termine che definisce la quota dell’onere ambientale totale per ciascuna funzione che il processo produttivo svolge (ISO,2006).

In particolare:

  • Utilizzando un fattore di allocazione fisso (al kg di latte), il latte biologico risulta avere una impronta carbonica più alta del 6% rispetto al latte convenzionale rispettivamente 1,02 e 0,96 kg di
  • CO2e per kg di latte.
  • Applicando l’espansione del sistema, il latte biologico risulta avere una impronta del carbonio inferiore del 7% rispetto al latte convenzionale, rispettivamente pari a 0,49 e 0,52 kg CO2e per kg di latte.

Con l’espansione del sistema si ottiene, per entrambi i metodi produttivi, una riduzione del 50% dell’impronta carbonica rispetto all’utilizzo di un fattore di allocazione unitario fisso. La differenza è data dalla quantificazione della “sottoproduzione” carne derivante dalle vacche di scarto e dai vitelli in eccedenza rispetto alla necessità di rimonta, e dalla conseguente contabilizzazione (che viene sottratta) delle emissioni che si avrebbero per la produzione della stessa quantità di carne in un sistema alternativo e parallelo. In questo caso l’espansione del sistema è stata condotta utilizzando i dati relativi alla carne bovina provenienti da un sistema medio europeo vacca-vitello, con un’impronta del carbonio stimata di 27 kg di CO2e per kg di carne bovina (CW).

Nello specifico, secondo i dati presi in considerazione (riportati nella Tabella 1), sono stati calcolati i flussi di prodotto durante la vita di una vacca da latte (numero di vitelli, ton di latte corretto per l’energia (ECM)) e di carne (peso della carcassa (CW)) e la percentuale di vitelli sostitutivi e in eccedenza per i sistemi di produzione di latte biologico (O) e convenzionale (C)); come rappresentato graficamente nella Figura 1.

Tabella 1. Dati sulla produzione di latte biologico e convenzionale utilizzati per il calcolo dell’impronta del carbonio delle 23 aziende messe a confronto.

ParametroUnità di misuraBiologicoConvenzionale% di differenza tra il biologico e il convenzionale
Età al primo partoMesi27.526.63
Durata della produzioneMesi38359
Età alla macellazioneMesi65.561.66
Intervallo di partoMesi13.613.51
Totale vitelli# per vacca2.792.67
Tasso di sostituzione%3539−9
Totale latte consegnatokg ECM per vacca24.427−10
Totale carne bovina abbattutakg CW per vacca2952950
Totale eccedenze di carne vitellikg CW per vacca56750113
Totale carne bovina abbattutakg CW per kg ECM0.0120.01111
Totale eccedenze di carne vitellikg CW per kg ECM0.0230.01925
Totale carnekg CW per kg ECM0.0350.0320
Federbio figura 1

Figura 1.

In particolare, il sistema biologico risulta produrre 24 t di latte (ECM) e 0,87 t di carne CW, mentre il sistema convenzionale 27 t di ECM e 0,80 t di carne CW. Poichè il sistema biologico ha prodotto per 1 kg di latte ECM 35 g di carne CW, mentre il sistema convenzionale ha prodotto per 1 kg di latte ECM 30 g di carne CW, il sistema convenzionale dovrebbe produrre 5 g extra di carne CW affinché entrambi i sistemi possano svolgere la stessa funzione. La produzione di 5 g di carne da un sistema vacca-vitello in Europa emette 0,14 kg di CO2e.

Se l’aumento della produzione di latte per vacca sia auspicabile da un punto di vista ambientale dipende anche dalle previsioni future per il consumo di carne. Oltre alla quantità di carne bovina prodotta come sottoprodotto, è fondamentale considerare anche quale tipo di carne questo sottoprodotto sostituisce. Qui è stata utilizzata la carne bovina proveniente da un sistema di vacca-vitello europeo, che è la carne con l’impronta carbonica più alta. Se si presumesse che i sottoprodotti della carne sostituissero la carne di maiale o pollame (con una impronta molto più bassa), i risultati sarebbero ancora diversi.

Inoltre, questi dati cambiano ulteriormente se nel calcolo si include anche un altro importante parametro, quale il cambiamento dell’uso del suolo.

Emissioni derivanti dal cambiamento dell’uso del suolo: considerazioni nella valutazione dell’impronta di carbonio del latte

L’International Standard Organization (ISO) nel 2012 (ISO/TS-14067, 2013) ha definito:

  • cambiamenti diretti nell’uso del suolo come “cambiamenti nell’uso umano o nella gestione del suolo entro i confini del sistema di prodotto in fase di valutazione“,
  • cambiamenti indiretti nell’uso del suolo come “cambiamenti nell’uso o nella gestione del suolo che sono una conseguenza del cambiamento diretto nell’uso del suolo, ma che si verificano al di fuori del sistema di prodotto in fase di valutazione“.

Il cambiamento di uso del suolo, per lo più la deforestazione, rappresenta oggi circa il 10% delle emissioni globali di anidride carbonica (www.globalcarbonproject.org) e il 66% delle emissioni di CO2 in Brasile (SEEG, 2021).

Come contabilizzare le emissioni di gas serra dirette e indirette, innescate dall’uso e dall’occupazione del suolo, è molto dibattuto e non esiste attualmente un metodo condiviso che comunque richiede una comprensione delle relazioni causa-effetto tra consumi alimentari e gli impatti effettivi generati. Nello studio citato in precedenza sono stati applicati quattro metodi tra quelli proposti, che hanno prodotto risultati estremamente diversi: il latte biologico ha avuto un’impronta del carbonio da +50% a -40% rispetto al latte convenzionale dipendente dal sistema di calcolo scelto.

Indipendentemente dai modelli di calcolo le strategie future dovranno necessariamente includere un migliore impiego della terra, soprattutto nell’allevamento del bovino che possiede la capacità unica di convertire l’erba in latte e carne.

In questo scenario il metodo biologico rappresenta sicuramente una grande opportunità in virtù dell’essere fondato sul rapporto reciproco e funzionale tra terra e animali: comprendere le logiche che sottendono questo paradigma e attuarlo efficientemente è il principale elemento che condiziona il reale valore aggiunto del processo produttivo.

Nel prossimo articolo di questa serie dedicata all’impatto ambientale dell’allevamento secondo metodo biologico approfondiremo infine la contabilità dei servizi ecosistemici nella valutazione del ciclo di vita.

Bibliografia

Flysjö A. et al., The interaction between milk and beef production and emissions from land use change e critical considerations in life cycle assessment and carbon footprint studies of milk. Journal of Cleaner Production.

Boone L. et al., Environmental sustainability of conventional and organic farming: Accounting for ecosystem services in life cycle assessment. Science of the Total Environment 2019

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