Zootecnia arcaica dei vaccari di vacca nustrali cinisara

Un viaggio tra antichi saperi, detti popolari e pratiche tradizionali dei vaccari siciliani che allevano la cinisara, bovina rustica e selvatica, simbolo di un rapporto millenario tra uomo e animale. Tra tecniche arcaiche e gesti rituali, la zootecnia si fa cultura viva

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30 Giugno, 2025

La cinisara, bovina indigena della Sicilia occidentale, allevata in zone marginali, principalmente allo stato semibrado, rustica e di indole selvatica è molto amorevole con il suo allevatore vaccaro (fig. 1).

Un vecchio detto popolare recita “‘a vacca figghiata ‘u vaccaru l’aspetta ‘a la mannira”, cioè, la vacca che ha partorito il vaccaro l’aspetta nel luogo dove munge. Infatti, poiché sta sempre al pascolo è la vacca stessa che si dirige in quel luogo perché sa che lì, il vaccaro la farà incontrare con il suo vitello a cui darà il latte, e a malincuore dovrà darlo anche al suo vaccaro (figg. 2 e 3).

 

 

Una particolarità della vacca nustrali cinisara è quella che “un cala ‘u latti”, non cede il proprio latte al suo vaccaro se non ha il suo vitello accanto, caratteristica questa di tutte le razze podoliche.

La spartizione del latte non avviene in maniera equa tra vitello e vaccaro. Al vaccaro di regola spetta la maggior parte della produzione, frutto di retaggio del passato, che attribuiva più valore al latte che al vitello. Un vecchio detto recita infatti “‘u latti è ‘u miu, ‘u viteddu è di Diu”, letteralmente il latte è il mio, il vitello è di Dio, o ancora per paragonarlo a un modo di dire in italiano, meglio un uovo oggi che una gallina domani, proprio per esprimere l’importanza, ma soprattutto il valore economico del latte come prodotto primario di lavorazione che poteva essere monetizzato quasi subito a differenza del vitello la cui monetizzazione era più a lungo termine, e, nel caso in cui il vitello non sopravviveva, il vaccaro sarebbe andato in perdita, infatti il vaccaro era solito dire “c’appizzavi ‘u latti cu tuttu ‘u viteddu”, cioè ho perso il latte con tutto il vitello. In questi casi il vaccaro se ne faceva una ragione dicendo “morti r’iddu e saluti mia” ovvero morte sua e salute mia (fig. 4).

La sproporzione della quantità del latte tra vaccaro e vitello era determinata sulla scorta di un patto, una sorta di accordo metaforico tra le vacche figghiate frischiere, cioè che avevano partorito da poco e valeva per tutto il periodo di mungitura. Al vaccaro spettava nella misura di tre minni, tre capezzoli, cioè tre quarti di virina ossia tre quarti di mammella mentre una minna, un capezzolo cioè un quarto di virina ossia un quarto di mammella spettava al suo vitello. Al vitello spettava anche l’arrennitura, cioè il latte di sgocciolatura, gli ultimi residui di latte che la vacca per istinto materno tratteneva all’interno dell’apparato mammario per darlo al suo vitello solo nel momento in cui sarebbero rimasti da soli mamma e figlio. I vecchi vaccari sostenevano che l’arrennitura era il latte migliore, perché più grasso (fig. 5).

Fig. 5 – N.B. Le proprorzioni degli organi sono meramente rappresentative e risultano più grandi di quelle reali.

Probabilmente il termine siciliano  arrenniri potrebbe derivare da rendere, dare, cedere, da vacca che fa succhiare il latte al suo vitellino, ma secondo il mio parere, potrebbe deriva da rennina, un enzima coagulante detta anche chimosina secreto dalla munnagghia, cioè la mucosa gastrica dei ruminanti lattanti all’interno ru quagghiaru,  ossia dell’abomaso, recuperato pieno di latte dai pastori dopo la macellazione degli agnelli e dei capretti di quaranta – sessanta giorni circa, salato e fatto asciugare per essere lavorato successivamente al fine di produrre ‘u qugghiu, il caglio in pasta, usato dai vaccari per cagliare il latte delle cinisare per la produzione del tradizionale cascacavaddu, il caciocavallo (figg. 6 e 7).

All’interno di una ppilata, le vacche non erano tutte uguali nel cedere il proprio latte, infatti, il vaccaro li classificava dando un appellativo diverso in base alle loro caratteristiche (fig. 8).

C’erano vacche che appena sentivano abbramare, muggire il proprio vitello oppure sentivano chiamare il proprio nome o ancora intuivano che era il momento della mungitura perché sentivano i rumori dei secchi, si rilassavano calannu ‘u latti, cedevano il latte ancora prima che il vaccaro iniziasse a mungerle non facendolo spacinziari, disperare. Queste vacche venivano chiamate vacche amurusi, vacche amorevoli o vacche sore, vacche brave e spesso le venivano attribuiti nomi come Cocciu r’amuri, pezzo di amore, Amurusa, amorevole, Scocca r’amuri, fiocco d’amore, Sora, brava, Pacienza, pazienza (figg. 9 e 10).

Ma nel merchiu ri vacchi, cioè nella mandria, si trovavano anche vacche che non sottostavano al patto con il vaccaro facendolo spacinziare, disperare, perché non volevano cedere il proprio latte pur avendo accanto il proprio vitello, limitandosi a cederne solo una piccola quantità o addirittura niente. Queste erano le cosiddette vacche ripustere o arripustere, letteralmente vacche che ripongono, cioè conservano il latte per il vitello che avrebbero ceduto in assenza del vaccaro (fig. 11).

In questi casi il vaccaro ricorreva a diversi espedienti per poterla mungere.

  • Il primo consisteva nel lasciare la vacca con il vitellino e una volta che si era tranquillizzata e rilassata e rilasciava il latte al vitello si apprestava per mungerla.
  • Il secondo espediente era quello di riempire una coffa ri canigghia, un contenitore di crusca, da dare in pasto alla vacca e mentre il vitello gli succhiava i minni, i capezzoli, il vaccaro le massaggiava la virina, le mammelle con acqua calda, per rilassarla e stimolarla a cedergli il latte.

Se questi tentativi non funzionavano e il vaccaro non riusciva a prenderle il latte, ricorreva alla tecnica della canotta, canna, oggi ritenuta impensabile da attuare ma valida ed efficace nei tempi passati (fig. 12).

 

Per attuarla la prima cosa da fare era mppasturare a vacca cu a pastura, ossia legare (i piedi posteriori) la vacca con la pastoia, e preparare un pezzo di canna della lunghezza di 30 cm circa bagnandolo con semplice acqua o in alternativa lubrificandolo con l’estratto (gel) della pala di fico d’India (fig. 13).

A cannotta, così preparata, veniva introdotta prima nella vulva dopo nel vestibolo vaginale e percorrendo la vagina si fermava prima della ucca ra matri, della cervice. Dopodiché il vaccaro, con entrambe le mani chiudeva le labbra vulvari, comprimendole l’una con l’altra e, con la bocca, cominciava a soffiare aria nel canale vaginale attraverso il buco della canna solleticando dapprima a ucca ra matri in modo da gonfiare al massimo la vagina. A questo punto il vaccaro toglieva le mani dalle labbra vulvari ed estraeva a cannotta. Questo passaggio con lo svuotamento immediato della vagina dell’aria provocava i rogghi, le doglie. Infine, il vaccaro con la vacca addugghiata, la vacca in preda alle doglie, come se avesse partorito, cominciava a massaggiarle i minni, i capezzoli (fig. 14).

Fig. 14 – N.B. Le proprorzioni degli organi sono meramente rappresentative e risultano più grandi di quelle reali.

Personalmente ipotizzo che la tecnica della cannota, così descritta, provocasse lo stimolo dei neuroni dell’ipotalamo e la produzione dell’ossitocina trasmesso poi all’ipofisi. Dopo il rilascio dell’ossitocina da parte dell’ipofisi, comunemente conosciuta come ormone dell’amore a vacca calava u latti a u vaccaru, la vacca cedeva il latte al vaccaro.

Mi risulta da ricerche effettuate che tecniche simili a quella della cosiddetta cannotta vengono praticate ancora oggi in Africa, in Asia e in America del Sud (fig. 15).

Apparato genitale della vacca

Oltre alla vacca cosiddetta ripustera, la tecnica della cannotta veniva utilizzata anche per altre vacche che per motivi diversi erano restìe cedere il latte al vaccaro.

Una di queste era denominata dai vaccari vacca innusa, cioè quella tipologia di vacca che aveva addisirtatu, cioè abortito o vacca ca un tinni e scurriu, cioè quella vacca che pur accoppiandosi non era rimasta gravida o ancora vacca ca un si cacciò, cioè quella vacca che non si era accoppiata arristanu vacanti, ossia restando vuota non gravida. In questi casi il vaccaro per non farla strippari, cioè per non farla andare in asciutta, le lasciava il vitello accanto, di circa un anno, del precedente parto in modo da poterla sfruttare per un altro periodo di mungitura nell’attesa che si ‘mpprinassi, si ingravidasse nuovamente. A volte però poteva capitare che ‘u viteddu annaloru, così veniva chiamato il vitello ormai grande, non si presentava al momento della mungitura preferendo stare al pascolo e perché in ogni caso non sentiva la necessità di succhiare quel poco di latte che era destinato a lui. In assenza del vitello la vacca si mungeva a tunna, cioè a tutto tondo, e il latte era destinato esclusivamente al vaccaro (figg. 16 e 17).

La vacca innusa veniva munta una sola volta al giorno, la mattina, perché produceva poco latte, a differenza delle altre vacche che avevano partorito di nuovo e venivano munte invece due volte al giorno, al mattino e al pomeriggio. I vaccari sostenevano però che quel poco latte che produceva era abbastanza grasso e buono, infatti, lo paragonavano qualitativamente simile al latte d’arrenitura, al latte di sgocciolatura. Il latte della vacca innusa si potrebbe considerare un latti vecchiu, latte vecchio, perché la produzione del suo latte si è prolungata più del dovuto, da non confondere con il latti vecchiu ra vacca figghiata fischiera, con il latte della vacca che ha partorito durante la lattazione di un parto precedente.

 

Capitava infatti, raramente ma capitava, che il vaccaro mungendo la vacca con il vitello del parto precedente non ricordava in che periodo fosse stata ingravidata e non riusciva a stabilire quando sarebbe stata la data del parto successivo, rimandando il momento per farla strippari, cioè farla riposare mandandola in asciutta. Quando vedeva arricampare ‘a la mannira, arrivare nel luogo di mungitura, ‘a vacca figghiata frischiera cu ‘u viteddu appressu, la vacca che aveva partorito con il nuovo vitellino al seguito, il vaccaro consapevole di avere calcolato male la data del parto, le toglieva immediatamente il vitello più grande, una volta allontanato dalla vacca veniva chiamato cacciatizzu, e cominciava a mungerla nuovamente due volte al giorno, senza che si fosse riposata (fig. 18). Se la vacca non va in asciutta produce in contemporanea latte e poco colostro, sempre nell’ultimo periodo prima del parto. Il vaccaro continuando a mungerla sottraeva energia al nuovo nascituro, diceva in questi casi che i vitellini nascevano arrizzugnati, cioè piccoli e brutti con ‘u latti vecchiu, ossia con il latte vecchio e con ‘u latti senza sustanza, latte privo di sostanze, perché in realtà nel latte che andava a poppare il nascituro c’era solo un piccolo quantitativo di colostro con pochi anticorpi a volte non sufficiente per sviluppare al meglio il sistema immunitario.

 

Solitamente, in condizioni normali, una vacca si manda a riposo in asciutta per il parto successivo due o tre mesi prima del parto, in modo che nei due mesi prima iniziava ‘a fari virinu, cioè le si ingrossavano le mammelle mentre negli ultimi giorni cominciava a produrre colostro. Quest’ultimo è molto denso, di colore giallo arancio ed è molto denso e appiccicoso, e pesante da digerire, tanto che il vitellino quando lo succhia arrenni, s’addumiscinu, dorme e i vaccari erano soliti dire ca s’inculustrava, s’immriacava ri culostru, si ubriacava di colostro e quando defecavano chiamavano le feci dei vitellini cacati ri latti o cacati ri culostru  e poteva assumere diverse colorazioni. Le feci dei vitellini erano il boccone preferito dei cuccioli di cani ri mannira tanto che il vaccaro li definiva frati ri latti, fratelli di latte perché stavano sempre insieme, ma erano gradite anche alle volpi (figg. 19 e 20).

La tecnica della cannotta veniva anche utilizzata per stimolare le vacche a cui moriva ‘u savaci, il vitellino, ed evitare che la vacca sbriassi, ossia se ne andasse in asciutta. A seguito della stimolazione le si faceva mpprucchiari, attaccare, per succhiare il latte, il vitellino di un’altra vacca dello stesso vaccaro fino a che la vacca si l’ammammuliava, cioè l’ho adottasse e la lattazione avveniva in modo molto naturale. Questa vacca, veniva chiamata dai vaccari vacca cumpagnissa, cioè vacca di compagnia, mentre il vitellino di adozione veniva chiamato cumpagnissu, compagno. ‘U cumpagnissu aveva così due mamme da cui prendeva il latte (fig. 21).

Era comunque consuetudine tra i vaccari che quando una vacca figghiava due (ma a volte anche tre) vitelli savaci emmuli cioè partoriva due vitelli gemelli, uno di questi si metteva a disposizione della comunità dei vaccari nei casi di necessità, come quello appena descritto. Sostenevano i vaccari che se due savaci emmuli di sesso diverso erano nella stessa mmessta o secunna, placenta, quello di sesso femminile era sterile (figg. 22 e 23).

 

Un’altra strategia utilizzata dai vaccari per fare cedere il latte nei casi in cui alla vacca moriva il vitellino e non c’era la disponibilità di trovarne un altro per farglielo adottare, era quella ru coriu, del cuoio. Tale tecnica consisteva nello scuoiare il vitellino morto, salare la pelle per non farla andare a male e dopodiché, la si faceva indossare a ‘u vitiddaru, il bambino che all’interno della mannira badava ai vitelli. Il bambino, simulando di essere il suo vitello, dando testate al ventre della vacca e massaggiandole anche i capezzoli, la stimolava fino a che questa non cedeva il latte. Dopo che la vacca si era convinta di avere accanto a sé il suo vitello e continuava a cedere il latte tranquillamente, non era più necessaria la simulazione ad opera del bambino e il vaccaro si limitava a mettere ‘u coriu nella mangiatoia in modo che lei potesse annusarlo e leccarlo per continuare a cedere il latte. Il vaccaro, comunque, prima di cominciare a mungerla le dava sempre una razione di pruvenna, di mangime per farla rilassare (fig. 24).

‘U coriu veniva comunque utilizzato anche nel caso in cui c’era la disponibilità di utilizzare un vitellino savaciu emmulu. Il vaccaro gli posizionava ‘u coriu sopra il dorso e lo cospargeva di sale soprattutto sopra ‘u curagghiuni, aggancio della coda. La vacca, in questo modo, sentendo l’odore del suo vitellino e visto che è ghiotta di sale, cominciava a leccarlo, anche nelle parti dove non c’era u coriu, imprimendo il suo sapore e il suo odore al vitellino adottivo. Prima di attuare questo sistema il vaccaro prendeva alcune precauzioni per evitare che il vitellino subisse traumi nei casi in cui rifiutandosi di avvicinare la vacca prendeva cauci, calci o busunate, cornate. La vacca veniva attaccata alla mangiatoia, le venivano legate le zampe posteriori per non farla scalciare mentre il vitellino veniva lasciato digiuno per dodici ore circa in modo da essere affamato e non avrebbe così perso tempo a succhiare (fig. 25).

Se la vacca si mostrava comunque reticente a adottarlo e a cedere il latte al vitellino, un altro sistema attuato dai vaccari era quello di posizionarle accanto un cane ringhioso, legato alla catena in modo che la vacca temendo che potesse fare del male al vitellino, per istinto materno, si premurava a difenderlo e al punto tale che lo adottava faceva arrenniri, lo allattava (fig. 26).

Se, dopo tutti questi tentativi la vacca non si convinceva a mprucchiallu, adottarlo (il vitellino), il vaccaro passava alle maniere forti. Uno di questi era di attuare la tecnica della cannotta, utilizzando però la canna da introdurre in vagina ricoperta di sale marino che provocava l’irritazione del canale vaginale e la secrezione di mmrugghiazzi, muco. Il muco veniva raccolto, strofinato e unto sopra il vitellino. La vacca così, in preda alle doglie, con il vitellino accanto istintivamente cominciava a leccarlo e a pulirlo dal suo muco, impregnandolo così del suo odore e naturalmente era portata a considerare il vitellino come suo e si lasciava succhiare tranquillamente (fig. 27).

Quest’ultimo metodo veniva utilizzato anche per il vitello ncà si pirdia ri ciauru, letteralmente che si perdeva di odore, cioè la vacca non lo riconosceva più come suo e non voleva farlo addattari, succhiare. Questa situazione poteva verificarsi quando i vaccari facevano ‘a muta, quando si iava pi ghiri ‘a ghiri ‘a dda via, la transumanza, considerato che i vitellini più piccoli non potendo stare al passo con gli animali adulti venivano messi sopra il carretto tutti insieme attaccati l’uno all’altro, e, strofinandosi tra loro l’odore poteva alterarsi e portare la mamma a non riconoscerli.

 

Nel merchiu ri vacchi, c’erano anche vacche che quando la mattina si presentavano alla mannira per essere munte il vaccaro si accorgeva che erano arrinnute, erano state già poppate perché avevano le mammelle vuote di latte pur avendo il vitello chiuso nto ‘u zzaccanu, nel recinto. Questa tipologia di vacca veniva chiamata vacca ncà s’arrenni sula, ossia vacca che succhia il suo stesso latte non facendoglielo trovare al vaccaro e riservando al suo vitello solo il latte di sgocciolatura. Il vaccaro, che spesso attribuiva loro i nomi Joca sula, gioca da sola o Arrenni sula, succhia da sola, era portato però ad eliminare questi vizi o queste abitudini facendole indossare un collare con i chiodi, cuddaru cu ‘i spuntuna, o un collare con le canne, cuddaru cu ‘a cannara, in modo che i chiodi o le canne, provocandole dolore la dissuadevano dal girarsi per succhiare i suoi stessi capezzoli (figg. 28, 29 e 30).

 

 

Queste tecniche arcaiche non vengono più utilizzate. Nel passato si rendevano necessarie perché finalizzate al sostentamento delle famiglie dei vaccari, in virtù del valore economico attribuito al latte. Oggi è impensabile praticare queste strade con le nuove leggi che regolano il benessere animale e con la moderna scienza veterinaria e i veterinari che lavorano costantemente sul campo per aiutare gli allevatori.

Oggi, se la vacca ha problemi di salute e difficoltà a cedere il latte, la prassi che seguono i vaccari, dopo accurata diagnosi del veterinario, è quella di somministrare ossitocina che viene prodotta in laboratorio chimicamente per endovena dietro comunque prescrizione medica veterinaria.

In alcuni allevamenti intensivi, a stabulazione fissa, comunque di altre razze, che non hanno bisogno del vitello per essere munte, per fare rilassare le vacche a produrre più latte e per il benessere animale vengono installati impianti di filodiffusione che trasmettono musica classica, grossi ventilatori, spazzoloni rotanti per massaggiarle nonché impianti di mungitura robotizzata ed è la vacca stessa decide di sottoporsi a mungitura.

Non si potrebbe mai applicare tutto questo alla vacca nustrali cinisara dall’indole selvatica che vuole stare libera nelle sue montagne, spaziando nei suoi pascoli andando a recuperare l’erba più fresca, più matura e profumata.

La cinisara decide autonomamente dove andarsi a riparare dalla pioggia o dal sole quando muschìa cioè è disturbata dalla mosca dei bovini (Hypoderma bovis), in quale albero andarsi a grattare per massaggiarsi, dove andarsi ‘a agghiazzari, a cercare un giaciglio per dormire, o ancora quando si vuole mettere ‘o miriu, cioè in una zona sopraelevata (in un rilievo), fresca e ventilata.

La cinisara è uno spirito libero (fig. 31).

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